La perfezione non e' di questo mondo.
La felicita', a volte, sí.
"Le persone cosi' pazze da pensare di poter cambiare il mondo sono quelle che lo cambiano."

(da internet)
Il mio telefonino l'ho comprato quattro anni fa spendendo circa cinquanta euro.
Non mi ha mai fatto perder tempo per capire come farci le foto, perche' non ha la fotocamera integrata.
Non ho mai dovuto imparare come mandare MMS, perche' non manda MMS.
Neppure ho dovuto preoccuparmi di gestire una rubrica complicata, perche' le uniche cose che memorizza sono nome e numero di telefono.
E' robusto perche' non ha parti mobili, e con una custodia di plastica trasparente e' ancora come nuovo nonostante l'abbia portato ovunque.
Non ho passato ore a digitare SMS perche' non ho mai aderito alle offerte che te ne regalano centinaia, ne' ho dovuto imparare a usare il bluetooth o il WiFi.
Se faccio telefonate lunghe -cosa rara- lo uso con l'auricolare, perche' non son poi cosi' sicura che le stesse microonde che scaldano la pizza siano innocue per i miei neuroni.
Il mio telefono riscuote un certo successo tra gli anziani, perche' e' facile da usare e quel che deve fare lo fa: ci si telefona.
E' sempre spento la notte, perche' la notte si dorme.
Se mai dovessi perderlo mi farebbe fare un figurone con chi lo trova, perche' la rubrica e' piena di nomi di donne dall'aria invitante.
Samantha, Jessica, Pamela, Asia, Eva, Katia.
Peccato che, a dispetto del nome, siano quasi tutti uomini.

All'inizio ti lascia senza fiato, ti sembra di morire e giuri che non lo farai mai piu'.
Ma se superi il primo impatto, le volte successive va meglio.
Un po' per volta ti accorgi che puoi fare di piu', e a volte finisce che ci prendi gusto.
Diventa quasi una droga, ma benefica, una cosa che ti fa star bene.
Soprattutto scopri che mentre lo fai non pensi quasi piu'.
Sei talmente concentrato sul prossimo passo, sullo zaino che pesa e sega le spalle, sull'ambiente che ti circonda, che i tuoi pensieri si semplificano.
Quanto manca all'arrivo / quanti metri ho ancora da salire.
Sto male / sto bene.
Che bel cielo / che brutto cielo.
Che belle nuvole / fanculo le nuvole.
Che brezza piacevole / che vento maledetto.
Che bel sole / cheppalle 'sto sole.
Tutto qui, tutto compresso in una bolla di presente che lascia fuori passato e futuro.
Pensieri semplici, elementari, immediati.
Com'e' giusto che sia, finalmente.

Nell'immaginario collettivo la montagna e' luogo di devozione, di vicinanza al cielo e di alti sentimenti.
S'immagina quindi che chi la frequenta sia spinto da nobili intenti e ne faccia piu' spesso luogo di preghiera che di invettive.
E invece non e' cosi': in montagna si bestemmia e pure tanto.
Magari non a voce alta, magari neanche a denti stretti ma "dentro" non si finisce mai.
E il motivo di tanto livore e' quasi sempre il solito: il tempo.
Le belle giornate in montagna d'estate sono rare, perche' l'aria umida salendo le pendici dei monti condensa e forma infinite bave di nebbia, che a loro volta alimentano i cumuli sulle cime, le cosiddette nubi orografiche.
A meno che il periodo sia particolarmente secco, o che ci siano venti propizi, andare in montagna con le nebbie e' la regola, d'estate.
L'unica tregua la concede la notte, quando le nuvole raffreddandosi tornano sulla pianura.
E infatti stamane a Torino c'era la nebbia.
Il 21 luglio la nebbia.
Porco qui, porco la'.

Quando qualcosa che in origine era fonte di svago diventa un comportamento compulsivo dovrebbe suonare un campanello d'allarme.
Se per esempio io inizio ad andare in montagna divertendomi, ma dopo un po' mi rendo conto che diventa quasi un obbligo fine a se' stesso, forse ho perso qualcosa nel frattempo.
Ma non e' solo una questione di montagna: vale per tutto.
Andare in bicicletta, fare shopping, vedere delle persone, anche vestirsi da donna, perche' no.
Se non si provano piu' emozioni ma solo un sentimento di dovere, di abitudine, di faccio-cosi-perche'-se-no-cosa-posso-fare allora e' arrivato il momento di staccare un attimo, di variare.
Vale per le amicizie, per le vacanze, per il lavoro: per tutto.
Non c'e' niente che annulli una persona come l'abitudine, la routine, i comportamenti sempre uguali.
Vedere almeno un posto nuovo ogni anno, fare almeno una cosa mai fatta.
Credo sia un buon modo per restare giovani e magari, ogni tanto, essere anche felici.
Allora smetto di vestirmi? Per ora no, mi piace troppo.
Ma solo una volta ogni tanto.

Quando tutto quel che hai te lo devi portare sulle spalle, ti rendi conto che sono tante le cose a cui puoi rinunciare.
Puoi fare a meno di tanti cambi di vestiti, perche' ti accorgi che sudare e asciugare non e' poi quella cosa terribile.
Puoi portarti poche bombole di gas per il fornello perche' non te ne serve molto, e per farti luce la notte e' sufficiente una piccola torcia.
Non hai bisogno di trascinarti dietro cinquanta chili di carburante, perche' tutta l'energia che ti serve la trovi nel cibo che ti porti appresso.
La cosa piu' pesante la trovi gia' sul posto, e questo dovrebbe far riflettere su quanto sia importante l'acqua che spesso diamo per scontata.
La montagna e' davvero il regno del poco, in cui scopri che per esser felice basta quel che trovi in fondo allo zaino, tra una maglietta stropicciata ma ancora pulita e una lattina di birra che chissa' come ha fatto a finire laggiu'.
Dove basta poco per esser felici, e dove quando si e' felici ci si accontenta di poco.
Perche' abbiamo tutto quel che serve.
E il resto ci accorgiamo che pesa, ed e' superfluo.

Il futuro e' per definizione incerto.
Non c'e' un modo valido per assicurarci il futuro che ci piacerebbe.
Questo perche' sono talmente tante le cose che possono accadere, e talmente fuori dal nostro controllo, che nessuno puo' essere certo del futuro, tantopiu' se remoto.
L'unica cosa sulla quale abbiamo un minimo di controllo e' il presente.
Che pero' spesso trascuriamo.

Si puo' morire congelati a luglio, per quanto impossibile possa sembrare.
Perche' accada e' sufficiente farsi sorprendere dalla bufera su un ghiacciaio.
E' successo l'anno scorso nei pressi della Capanna Margherita, e' successo la scorsa settimana sul Gran Paradiso.
Certo non tutte le volte che il tempo volge al brutto muore qualcuno, per fortuna, ma se la tempesta e' violenta, se la temperatura scende tanto, se sei gia' stanco e infreddolito per la lunga salita e' piu' facile che ti venga la tentazione di fermarti, di non alzarti piu'.
Eppure siamo in tempi di internet, le perturbazioni si prevedono con giorni d'anticipo, i materiali, i vestiti, gli equipaggiamenti sono molto migliori di quelli d'una volta.
Inoltre e' raro che le vittime siano degli sprovveduti, gente poco allenata o che era li' per caso.
Eppure nessuno va spontaneamente in un posto dove e' sicuro di morire, a meno che non sia un suicida o uno che si sacrifica per qualcosa.
Ma allora cosa spinge alcune persone ad andare a cercare piu' o meno consapevolmente la morte su una montagna?
Semplice: la convinzione che non capitera' a loro.
E, un volta sul posto, l'inerzia che rende difficile rinunciare e scendere.
Si muore perche' non si e' stati capaci di tornare indietro al momento giusto, piu' che per l'incapacita' di avanzare oltre.
Sono tante le cose alle quali ho rinunciato per prudenza, non solo in montagna.
Puo' darsi che mi sia persa qualcosa, ma sono ancora viva.
Non e' male, come risultato.

Ci sono delle porte che e' bene restino chiuse, o vengano aperte il piu' tardi possibile.
La vita e' interessante finche' mantiene quel tanto d'ignoto, di proibito, di non fatto.
Cime mai salite, viaggi mai intrapresi, situazioni mai vissute.
Perche' non c'e' nulla che tolga fascino e interesse all'esistenza quanto l'aver gia' fatto tutto quel che si voleva fare.
Senza porte tenute chiuse, senza orizzonti sognati e mai raggiunti, la vita diventa un libro gia' letto.
E noi si diventa vecchi.

Ha senso avere tanti soldi se poi non si ha il tempo per goderseli?
Non e' forse il tempo l'unica vera cosa di valore di cui disponiamo, e che vendiamo in cambio del denaro?
Ma quando abbiamo denaro a sufficienza per vivere, per quale motivo dovremmo volerne di piu'?
Per mantenere agi, vizi, abitudini che ci consolino del tempo che manca e diano l'illusione di un senso alle nostre vite?
Ma il tempo che vendiamo in cambio di soldi che non ci servono, chi ce lo restituira'?
Non sara' che se siamo cosi' propensi a barattare il nostro tempo col denaro, e' perche' in realta' non sappiamo cosa farcene?
Mi viene in mente quel cartello che qualcuno disse d'aver visto fuori da un'officina di meccanico chiusa, a Napoli.
"Avendo guadagnato quanto basta per oggi, Tonino e' andato al mare".
Facile dire "eh, ma siamo a Napoli".
E se avesse ragione Tonino?
Almeno un po'?

Ci lamentiamo che la televisione fa schifo -tette e culi, per farla breve- e che certa stampa vende solo perche' propone donne poco vestite.
Sara'.
Ci si scandalizza perche' una bella donna che non sappia far nulla ha piu' possibilita' di una che sappia far qualcosa, ma sia bruttina.
Eh, puo' essere.
Pensiamo che in fondo tutto questo sia colpa degli altri, che appena vedono una bella donna non capiscono piu' niente.
Probabile.
Infatti se carico su internet delle foto di montagna, di paesaggi, di qualunque cosa che non sia una donna le guardano in dieci, venti persone al giorno.
Se carico una mia foto -come ieri- fa mille accessi in meno di ventiquattr'ore, da tutto il mondo e da parte di gente che, presumo, almeno in parte si lamenta di televisioni e giornali.
Ed io non sono neanche una donna.
Poi pero' ci stupiamo di certe ministre.
Eh.

Ci si potrebbe aspettare, da un travestito, che passi il tempo a parlare di quanto e' bello sentirsi donna.
Di quanto eccitante sia indossare vestiti, calze, scarpe coi tacchi.
Delle emozioni che si provano ad andare in giro con la gonna, a sentire l'aria che accarezza le gambe, il vestito mosso dal vento.
O magari di trucchi, rossetti, ombretti, matite, profumi.
O addirittura di sesso vissuto al femminile, perche' no.
In effetti di questo parlano la gran parte degli uomini che si vestono da donna.
O almeno la maggior parte di quelli che questa "cosa" la vivono in clandestinita', con limitazioni pesanti, spesso senza che le mogli sappiano.
Perche' quando una cosa non la puoi fare ti viene spontaneo pensarci in continuazione, mentre se la puoi fare a piacimento dopo un po' diventa normale.
E allora si puo' anche parlare ogni tanto di trucchi, scarpe, vestiti, ma no sempre.
Neanche le donne arrivano a tanto: perche' mai dovrei farlo io.

Sole caldo, erba verdissima, acqua fresca e buona da bere.
Pace, silenzio, ampi spazi.
La Terra doveva essere qualcosa del genere, prima del nostro arrivo.
Certo non ovunque: ci saranno pur stati i deserti, le paludi, le zone malsane, ma di sicuro i posti che definiremmo paradisi dovevano essere molto piu' numerosi di oggi.
Il bello del paradiso e' che si e' in pochi, e che si e' consapevoli che un sacco di gente ne e' rimasta fuori. Il contrario del paradiso e' l'affollamento, la competizione per le risorse, il degrado ambientale.
E siccome ci sono due cose che la gente fa senza che nessuno glielo dica, e queste due cose sono mangiare e scopare, il paradiso e' via via scomparso dalla Terra, limitato a pochissimi luoghi difficilmente raggiungibili e con un clima estremo la maggior parte dell'anno.
E' andata cosi' perche' c'e' un solo comandamento che non abbiamo mai disatteso, sebbene non facesse parte della lista dei dieci.
Andate e moltiplicatevi.
Con tutto quello che comporta.
Addio, paradiso.

Tra i miliardi di stelle davanti a me ogni tanto ne appare una che si muove in linea retta, e allora la seguo finche' posso con lo sguardo.
Quanti satelliti.
Per ognuno di loro c'e' stato un conto alla rovescia, e poi un fragore che ha lacerato l'aria, fatto tremare la terra, spaccato il cielo.
Qualcosa di simile a quello che devono aver fatto i massi al fondo del vallone quando si sono staccati dalla nord dell'Albaron di Sea, che mi sovrasta sulla destra coi suoi mille e piu' metri d'altezza.
Ho atteso per tutto questo, a lungo.
Seduta sul terrazzino del bivacco che ci ospita ho assistito al tramonto, all'imbrunire.
Ho visto la striscia scura della notte salire da oriente, e man mano che procedeva s'accendevano a una ad una le stelle, prima le piu' luminose e poi tutte le altre, finche' non e' apparso in tutta la sua bellezza lo strascico di costellazioni che la notte porta con se', e che nessuno sembra piu' vedere.
Siamo soli qui.
Il posto sperduto, il ponte sul torrente che non c'e' piu' e obbliga al guado nell'acqua gelida, il giorno infrasettimanale hanno tenuto lontane le pur poche persone che ancora s'avventurano fin qua.
Il mio compagno di gita dorme all'interno della piccola costruzione in legno e lamiera, io fuori sul terrazzino, nel sacco a pelo.
Sono venuta apposta per dormire qui.
Perche' lo spettacolo vero non e' tra i legni impregnati, tra le coperte muffite, tra le federe gialle, ma e' qui fuori.
Qui nel soffio del vento, nel fragore del torrente in fondo al vallone, tra i profili delle cime.
Una stella si stacca dalle altre e con un lampo vaporizza nell'atmosfera.
Dovrei esprimere un desiderio, ma non ne ho nessuno.
Vorrei solo che tutto continuasse, cosi' come adesso.
Per sempre.

Mettiamola cosi'.
Mi piace andare in montagna, ma non per questo vado in giro in citta' con ramponi e piccozza.
Amo andare in bici, ma non mi presento al lavoro vestita da ciclista.
Adoro vestirmi da donna, ma non andrei a farmi un giro in centro al femminile.
La vita, quella che mi permette di tirare avanti, e' una cosa.
Il mondo delle mie passioni e' un'altra.
Non e' il caso che s'incontrino, perche' nessuna passione resiste all'usura del quotidiano.
E perche', in fondo, e' di quotidiano che si vive.

Non e' solo voglia di un po' di sollievo dal caldo della pianura.
Non e' solo desiderio di spazi aperti, di brezze e cieli limpidi.
Tantomeno e' voglia di fuggire da un'identita' femminile che ormai mi accompagna serenamente.
E' voglia di luce, di acqua, di rocce, di nevai.
Ma anche di buio, quello vero, mica quella poltiglia luminosa che si chiama notte in citta'.
Insomma e' voglia di tornare sui monti e perdermici un po'.
Almeno una notte.
Sara' grave?
No: e' ciclico.
Non si puo' voler sempre le stesse cose.
Non si dovrebbe, almeno.

Quando la strada e' sbarrata, chi e' piu' libero?
Quello che trova modo di passare lo stesso,
o quello che si siede ad aspettare?

Uomini con ingombranti pancette camminano leggermente ingobbiti, le gambe larghe e le braccia disposte a parentesi-aperta-parentesi-chiusa.
( )
Seguono perlopiu' linee rette, se si profila qualcuno che ostacola tendono piu' a scontrarsi che ad aggirare, anche se all'ultimo uno dei due deve per forza spostarsi.
Tutto nel modo di procedere e atteggiarsi comunica competizione per il territorio, e le eventuali femmine in esso contenute.
Qualcuno esagera e sfoggia il cipiglio feroce, con tanto di tatuaggi e monili d'oro massiccio.
Le donne no: le donne camminano seguendo perlopiu' linee curve, evitando il confronto diretto, la schiena dritta, le gambe strette e le braccia a parentesi-aperta-parentesi-chiusa.
) (
Hanno atteggiamenti meno competitivi, specie se si dedicano alla cura della prole, mentre se vogliono attirare l'attenzione di un maschio usano mezzi indiretti ma non privi d'efficacia.
Sorridono piu' spesso, raramente sono aggressive.
E poi ci sono i bambini.
I bambini si muovono come piace a loro, perche' non hanno ancora subito alcun condizionamento.
Sono spontanei e naturali, ma queste caratteristiche tendono a sparire man mano che crescono.
Gia' un gruppo di quasi adolescenti e' perfettamente differenziato e ben inquadrato nei comportamenti standard.
Quanto materiale di riflessione da' un pomeriggio passato in piscina.
Ad osservare gli altri, e a prendere il sole.

La maggior parte dei writer in circolazione sono semplici vandali il cui unico messaggio e' la marcatura del territorio, un po' come i cani quando fanno la pipi' in giro.
Uno su diecimila pero' ogni tanto ha un'intuizione artistica, e spesso per esprimerla non ha neanche bisogno di tanto inchiostro.
Perche' l'arte non e' un complicato guazzabuglio di colori in cui solo pochi possono decifrare i simboli dell'appartenenza a qualche branco, quanto piuttosto una cosa semplice e alla portata di tutti.
Qualcosa di cui chiunque possa fruire e per cui tutti possano emozionarsi o divertirsi, un po' come un tramonto.
Anche se solo abbozzato con pochi tratti, su un cartello stradale.

E' sicuramente un caso che proprio in queste sere stia guardando lo spettacolo di Paolini che un'amica, dopo mesi che dovevamo vederci, finalmente e' riuscita a portarmi.

Un altro giro di giostra volge al termine, e per qualcuno e' gia' pronto il regalo.
Il riposo, il divertimento, "la vita vera".
Le vacanze.
La carota che rende sopportabile il bastone che tutto l'anno minaccia e a volte colpisce duro.
Mare, monti, viaggi o anche solo e semplicemente casa.
La routine che s'interrompe, il tempo libero che fa irruzione in vite spesso organizzate minuto per minuto come il risveglio mattutino nel film di di Fantozzi.
Tempo, quanto tempo: che farne, come impiegarlo, come ammazzarlo?
E come cambiano i rapporti con gli altri, magari quelli che dobbiamo smettere di ignorare perche' adesso il tempo da dedicare loro ce l'abbiamo?
Ansia: oddio che fare.
Si perche' la prima domanda che vi rivolgono quando dite che andate in vacanza e': "che fai".
Perche' le vacanze sono un vuoto che va riempito, alla pari di tutti i vuoti che se rimangono tali generano ansia.
E' piacevole e rilassante andare al mare, in montagna, o magari viaggiare.
Ma il dubbio e' che tante volte questi non siano altro che dei tour de force, costruiti a immagine della vita di sempre per evitare di incontrare, anche solo per sbaglio, anche solo per pochi minuti, la persona meno gradita del mondo.
Se' stessi.