La perfezione non e' di questo mondo.
La felicita', a volte, sÃ.
"Le persone cosi' pazze da pensare di poter cambiare il mondo sono quelle che lo cambiano."
Orgoglio, coerenza, ideale.
O testardaggine, cecita', cicoria.
Era per difendere l'orticello dietro casa con la sua tenera e amara cicoria che questi valligiani salirono al colle dell'Assietta nel luglio del 1747? O era in nome di un ideale?
Certo fu perche' non volevano i francesi nelle loro vallate, ma anche perche' il regio esercito coinvolto sulla base di complicate relazioni diplomatiche nella guerra di successione austriaca ce li mando' senza tanti complimenti, lo volessero o meno.
Viene spesso rimproverata ai piemontesi una certa inerzia, un'indolenza pigra e congenita che li rende immobili e pensosi, veri e propri "bugia nen" come si dice in dialetto.
Ma quello che non tutti sanno e' che "bugia nen" non e' un aggettivo, ma un imperativo che nacque proprio su questi monti, e in quei tempi lontani. "Bugia nen" significa "non muoverti!", ed era il grido che spesso gli ufficiali rivolgevano ai soldati affinche' tenessero le posizioni.
"Arrivano i francesi!" "Bugia nen!"
"Sparano!" "Bugia nen!"
"Ci fanno a pezzi!" "Bugia nen!"
L'ordine cocciuto veniva ripetuto cosi' spesso che furono proprio i francesi a cominciare a chiamarli cosi' quei soldati che spesso tenevano la posizione fino all'ultimo. Gli stessi che i francesi avevano affrontato ai tempi dell'assedio di Torino quarant'anni prima, gli stessi che -assieme a tanti altri- avrebbero dato vita alle battaglie del Risorgimento, e che si sarebbero ritrovati secoli dopo sul Carso, sul Grappa, nelle sabbie e nelle forre dell'Africa settentrionale, o sul fronte del Don.
"Bugia nen", perche' quel coacervo di ideali e testardaggine, presunzione e altruismo, difesa del proprio orticello e senso di responsabilita' che era ed e' proprio di questa gente ne avrebbe rappresentato nei secoli il tratto distintivo, oltre che il groviglio di radici cui far attingere le nuove generazioni. Quelle radici che sono anche le mie, e delle quali vado fiera, nel bene e nel male.
Radici che affondano in queste vallate, in questi monti dai versanti scoscesi che raccontano a ogni passo la storia recente. Come a Maffiotto, sperduta frazione fantasma arroccata sui monti sopra Condove, in cui nel '45 arrivarono i tedeschi e portarono via tutti, incluso quel povero cristo che si sarebbe dovuto sposare il giorno dopo. O come quando da Ceres sali a Santa Elisabetta, nelle vicine valli di Lanzo, e scopri una radura tra i castagni in cui un'altra lapide ti racconta che li' gli stessi tedeschi fucilarono un numero imprecisato di partigiani, e tu ti domandi a cosa avranno pensato quelli li', e se avranno rivolto un ultimo sguardo al cielo attraverso i rami degli alberi o se piuttosto avranno chiuso gli occhi e ricordato un'ultima volta la Lina, la Ninetta, la Maria rimaste a casa. Perche' a differenza dei valligiani saliti all'Assietta loro nessuno li aveva obbligati a salire sui monti: dopo l'otto settembre del '43 nessuno li aveva presi per la collottola e spinti a rifugiarsi nei boschi. Ti domandi cosa ci facessero li', e chi ce li avesse portati, e come e' difficile capire per gente come noi cresciuta libera e senza che le mancasse nulla. Come e' difficile capire che qui non era piu' solo una questione di orticello e di cicoria da difendere, di testardaggine e orgoglio da salvare, ma una questione di coscienza, e di ideali.
Ideali, si', una parola che suona estranea alla nostra realta' quotidiana, ma ideali che avrebbero contribuito a creare un mondo in cui la gente potesse essere un po' piu' libera, e in cui a distanza di sessant'anni anche un cretino come me potesse svegliarsi un giorno e decidere di andarsene in giro vestito da donna senza che nessuno, o quasi, gli dicesse nulla.
Ed ecco che mentre il sentiero si inerpica per l'ultimo strappo e il cuore sembra scoppiare nel petto mi par di capire -o di intuire, meglio- che il passato, le radici, la storia sono il nostro punto di partenza, ma che da qui in poi siamo soli e sopra di noi c'e' solo cielo.
Lo stesso cielo azzurrissimo e profondo che mi si apre davanti appena esco dalla macchia di alberi, e vedo sopra di me il bianco abbacinante della croce.
***
E cosi' eccomi in cima, a riprender fiato osservando Torino. Aspetto che le pulsazioni si normalizzino, e intanto mi domando cosa c'entrino tutti i pensieri che mi hanno accompagnato fin qui con la mia condizione, con la mia natura, col mio modo di essere.
Pensieri tutti rivolti al passato, perche' il futuro mi appare incerto e io stessa non so quale strada prendere, giunta all'ennesimo bivio in cui la vita bene o male mi costringe a scegliere. Ma uno dei trucchi per non perdersi e' proprio guardarsi spesso indietro per ricordare da quale direzione si proviene, e io fin qui mi sono guardata indietro mentre ripercorrevo una storia che e' si' quella della mia terra ma, inevitabilmente, e' anche la mia.
Sono successe molte cose da quando un anno fa terminavo di scrivere il primo racconto in cui parlavo di Anna e Marco, e cioe' della mia parte femminile e di quella maschile. Ho conosciuto molta gente, ho stretto e sciolto amicizie, ho scritto, mi sono fotografata, sono uscita. Ho avuto modo di comprendere e vivere piu' da vicino la realta' di tante altre persone come me, trovandomi a volte in accordo, spesso in disaccordo, sentendomi a volte affine ma piu' spesso diversa da tutte quelle ragazze che via via conoscevo.
Sara' per via delle diverse storie personali, sara' per via delle diverse radici.
Ho incontrato il delirio di onnipotenza di chi vuol essere a tutti i costi piu' donna delle donne, e le vuole battere sul loro stesso terreno non rendendosi conto che donna vera non sara' mai. Ho visto da vicino la lucida follia di chi si distacca giorno per giorno dalla realta' senza rendersi conto che non avere limiti e' spesso assai peggio che averne di troppo stretti. Ho sentito su di me la rabbia e l'amarezza di chi si sente rifiutata e discriminata da un mondo che il piu' delle volte e' indifferente, ma che ogni tanto sa essere autenticamente malvagio. La stessa rabbia e la stessa amarezza che mi sono state riversate addosso da chi ha fatto scelte dalle quali ormai non c'e' piu' ritorno, e che non ha l'umilta' di ammettere che, forse, sarebbe stato il caso di pensarci un po' meglio prima.
Ho raccolto le confidenze e le parole di speranza di chi mi vedeva come un esempio da seguire, e i complimenti smaccati e falsi di chi voleva solo aggiungere il mio nome alla lista delle sue conquiste. Ho provato l'ansia e la paura di farmi vedere in giro vestita da donna, e quella sensazione di malinconica disperazione che ti coglie quand'e' il momento di togliere la parrucca. Ho letto negli occhi degli altri ammirazione, invidia, disprezzo, desiderio, indifferenza e derisione. Tutte queste cose le ho viste, sperimentate, provate.
E quando mi sono trovata davanti al bivio mi sono guardata indietro, e ho ripercorso la mia storia nel tentativo di capire chi ero per poter finalmente decidere chi volevo diventare.
Nel farlo ho visto un filo rosso che lega tutti i momenti fin qui vissuti, e da' loro un senso in una prospettiva piu' ampia. Tutti i tasselli si sono disposti nell'ordine giusto, e tra questi c'era anche Anna: c'ero io.
Ma io, Anna, sono una parte e non il tutto.
Perche' quello che sono e' la visione d'insieme di chi sono stata, e di chi saro'. Di tutti quei momenti vissuti nel passato, di quelli che vivro' nel futuro e di questo che sto vivendo ora. Posso essere tante persone diverse, bambino, adolescente, uomo, donna, maschio, femmina, ma alla fine saro' sempre io.
Non saro' mai una donna cosi' come non saro' mai un montanaro, perche' sono nato e cresciuto in citta', ma Anna e il suo mondo resteranno il mio luogo dei sogni, nel quale ogni tanto mi rechero' in visita cosi' come mi reco in visita ai monti nelle belle giornate.
Mi alzo, mi guardo intorno.
Lo sguardo spazia dal Monviso all'Orsiera, dal Rocciamelone al Gran Paradiso, fino al Rosa.
Su molte di quelle cime sono stata, sulla maggioranza non andro' mai.
Ed e' giusto cosi': restera' sempre spazio in quelle valli, su quelle vette, tra quelle pareti per far volare i miei sogni e farli vivere, cosi' come ci saranno sempre sere in cui far vivere e sognare Anna.
Mi volto e comincio a scendere, lasciando un sorriso sospeso tra il verde dell'erba e il bianco della croce.
***
Una parte del tutto, un silenzioso affresco.
Poter amare senza possedere, essere senza apparire.
Questo conta.
Sognando, scoprire che la felicita' esiste.
A volte, si'.
***
Una parte del tutto
di Anna73
A Daniela, compagna di sempre, e per sempre.