mercoledì, 01 luglio 2009

Tempo per cercare

"Tum tum tum tum tum..."

Che rumore fa la moto Guzzi al minimo?

"Tum tum tum tum tum..."

E in marcia?

Lo stesso: aumenta solo la frequenza.

La moto Guzzi, quella col serbatoio bianco e l'aquilotto ricalcato sopra.

Avevi quella moto che all'epoca mi appariva enorme, e poi una Renault 5 beige che ricordo ancora di quelle con la leva del cambio che spuntava dalla plancia, alla francese.

Suonavi l'armonica a bocca e la sapevi suonar bene: no come me che me l'ero fatta comprare ma non sapevo usarla.

E poi avevi il CB, il "baracchino" col quale parlavi con la gente in giro per la vallata.

Non esistevano i cellulari allora, forse il baracchino l'avevi comprato anche per mantenere i contatti col mondo quando andavi in montagna.

Eh si, perche' andavi in montagna, con le corde che spuntavano dallo zaino.

A quei tempi l'arrampicata che andava di moda era quella "artificiale", vale a dire fatta con scalette, ganci e chiodi coi quali ci si aiutava nella progressione. Non erano ancora i tempi dei "grimpeur" francesi e delle loro scarpette leggere, prima con la suola di feltro e poi di gomma liscia: tu e i tuoi amici arrampicavate con gli scarponi pesanti, da montagna.

Eri l'idolo dei bambini della borgata, specie quando raccontavi le tue avventure sui monti.

E avevi dodici anni piu' di me, ventitre' ancora da compiere, quando un sabato di maggio sei andato in montagna, e non sei piu' tornato a casa.

***

Orsiera, Cristalliera, Cassafrera... quanti toponimi che finiscono in "era" dalle nostre parti.

Erano i nomi di un regno incantato del quale apprendevo dai tuoi racconti, grazie ai quali immaginavo queste montagne piene di cristalli di cui ogni tanto portavi a valle qualche esemplare.

Per me, che al massimo accompagnavo mio padre a funghi sotto le fronde dei castagni, quello era un mondo lontano e misterioso, fatto di rocce, di neve, di ghiaccio.

Un mondo che vedevo nelle fotografie che scattavi, del quale venivo a sapere dai tuoi racconti e da quelli dei tuoi amici.

Un mondo lontano, irraggiungibile per me che avevo solo dieci anni.

Orsiera, Cristalliera, Cassafrera...

Picchi del Pagliaio.

***

Ci sono luoghi sui monti che ho sempre evitato.

Vuoi perche' oggettivamente pericolosi, vuoi perche' scomodi da raggiungere, vuoi perche' legati a qualche ricordo spiacevole.

Le montagne di cui avevo appreso dalle tue foto e dai tuoi racconti credo di averle viste quasi tutte, piu' altre che forse tu stesso non facesti in tempo a vedere.

Ma una ancora mi mancava: l'ultima.

E cosi' un giorno di inizio giugno, in una splendida giornata di sole capisco che e' ora di chiuderlo questo cerchio, di dare un senso, una conclusione a questo percorso.

Ci incamminiamo, io la mia compagna e il cane, su' per una china boscosa che poi dirada in un pascolo verdissimo.

Saliamo una cresta fiorita come se fosse stata addobbata per una sposa, chissa' se era cosi' quando ti portarono giu' a braccia, perche' mica c'era l'elicottero, allora.

Raggiungiamo una conca, facciamo sosta e poi continuo a salire per conto mio.

Non ci sono piu' alberi qui, il terreno si fa aspro, i picchi rocciosi alla mia destra si ergono imponenti, corrosi dal tempo, ricchi di fessure, spigoli, diedri.

Mezz'ora di cammino ancora ed ecco, ci sono.

***

Il mondo e' cambiato da quel sabato di maggio di trentatre' anni fa, e' cambiato molto.

Non ci sono piu' le moto Guzzi sulle strade, ne' le Renault 5.

Chi arrampica ora lo fa con le scarpette da aderenza, non piu' con gli scarponi, e qui non viene quasi piu' nessuno.

Ci sono piu' case a fondovalle, tante piu' case: troppe.

E c'e' un mondo parallelo, quello in cui sto scrivendo, che ai tempi dei CB non si poteva neanche immaginare.

C'e' un'armonica a bocca un po' bollata, da qualche parte in cantina.

Ma qui tutto e' rimasto uguale.

Dalle cime innevate che fanno da corona al vallone il disgelo fa scendere ruscelli che diventano un torrente impetuoso laggiu', in fondo.

L'erba cresce sul pendio ripido, le poche genzianelle hanno soppiantato i folti cespugli di rododendro che crescono piu' in basso.

Guardo il diedro sopra la croce di ferro brunito e immagino come puo' essere andata.

Una scarica di pietre, forse smossa dalla stessa corda con la quale ti eri appena calato.

A pochi metri, ironia della sorte, il sentiero, segno che quando e' ora c'e' poco da fare, anche se sei alla fine della gita, anche se tutto finora e' andato bene.

***

Mi ci sono voluti trentatre' anni per arrivare qui, davanti a questa croce di ferro brunito, a questa targa con due date, una foto, una scritta: "Gli amici".

Trentatre' anni e innumerevoli montagne fatte di roccia, di ghiaccio, di nebbie, di sole, di neve, di ruscelli, di coste fiorite e di sassi spaccati dal sole e dagli inverni.

Non e' neanche cosi' lontano da casa, questo luogo.

Non e' lontano nello spazio, almeno non quanto lo e' nel tempo.

E' un angolo della mia infanzia che ritorna, come quando vai in cantina e ritrovi i vecchi giocattoli.

O quando ti giri per strada, perche' senti un rumore che arriva e vedi passare un serbatoio bianco con l'aquilotto sopra.

Lo sguardo spazia su queste cime sempre uguali, su questa bella, tiepida giornata di sole.

Non ho ancora imparato a suonare l'armonica a bocca, ma ho fatto tante altre cose.

Inclusa quella di entrare in quel regno incantato sui monti, trovandolo forse diverso da come lo immaginavo, ma sempre ugualmente bello.

E, no, non ho mai trovato i cristalli che trovavi tu.

Ma spero di avere ancora tempo per cercare, per imparare, per crescere.

Per ricordare.

postato da: Anna73 alle ore 09:16 | link | commenti (3)
categorie: my life, riflessioni, life

Commenti
#1    01 Luglio 2009 - 22:22
 
bel post buona sarata ciaoa presto un abbraccio
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#2    02 Luglio 2009 - 09:55
 
è faticoso lasciarsi andare e leggere dentro, quante ragnatele nascondono pensieri e momenti. letto d'un fiato, poi pensato assai. merçi.
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#3    02 Luglio 2009 - 19:09
 
Bellissimo.
Vivo in montagna, in zone come quelle che racconti. E comprendo.
La vita di montagna ha il suo che di magico e terribile insieme. Nell'essere al tempo stesso meraviglia e, a volte, tributo di sangue.
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