La perfezione non e' di questo mondo.
La felicita', a volte, sí.
"Le persone cosi' pazze da pensare di poter cambiare il mondo sono quelle che lo cambiano."

Preoccuparsi in modo irragionevole del proprio aspetto.
Pensare di essersi innamorati di qualcuno.
Indugiare troppo col pensiero sulla propria parte femminile.
Volere a tutti costi adottare uno stile di vita alternativo.
Tutte queste cose hanno un filo rosso che le unisce e le accumuna: sono comportamenti ossessivi.
Sono manifestazioni apparentemente diverse ma in fondo identiche di un nodo irrisolto che giace da qualche parte dentro di me, un buco nero che invece che inghiottire ogni cosa genera ed espelle ansia in continuazione.
Il focus dell'ansia si sposta di volta in volta per dare origine a manifestazioni sempre diverse, in modo che sia difficile all'inizio riconoscerle e quindi fare l'unica cosa che abbia senso: ignorarle.
Da quando ho dato alla mia parte femminile modo di manifestarsi ho sciolto molti nodi che avevo dentro, ma quello principale e' rimasto intatto, ed io non so neppure dove sia: so solo che c'e'.
Forse col tempo acquisiro' una maggiore consapevolezza e riusciro' a trovarlo, a scioglierlo.
O forse non lo sciogliero' mai, ne' riusciro' a identificarlo.
Per il momento non mi resta che arginare la crisi pensando ad altro, e quindi per qualche giorno me ne vado al mare.
Poi si vedra'.

Parlare.
Delle proprie ansie, delle paure, dei propri fantasmi.
Parlarne e' il primo e a volte l'unico passo necessario per venirne fuori.
E cosi' oggi pomeriggio sono qui con te, che di pelle e di problemi estetici te ne intendi perche' saranno almeno vent'anni che te ne occupi per lavoro.
E, ovviamente, dopo avermi osservato per bene mi dici quello che in fondo sapevo, e cioe' che non ho nulla di strano.
Lo sapevo ma non volevo crederci: ora che me l'hai detto tu mi sara' piu' facile convincermene.
E pero' la cosa non finisce li', perche poi si parla, si parla, si parla.
Finche' sul tavolo metto una mia vecchia foto, quella scattata sul divanetto dell'Evadamo, coi pantaloni viola, i sandali argento.
Mi chiedi se e' la mia compagna: no.
Allora mi chiedi se e' un'amica: no.
La guardi e non capisci, ci pensi, guardi me, guardi lei.
Solo dopo un paio d'interminabili minuti fai finalmente la domanda giusta.
"Sei tu?"
Si.
Ma ancora non ci credi, neppure dopo che te l'ho confermato: si, sono io.
Continuiamo a parlare, ti spiego, vedo che capisci, che annuisci, che approvi.
"Pero' che bella che sei, ma sai che mi somigli?"
Certo che ti somiglio, siamo o non siamo parenti?
Sei la prima delle mie cugine che viene a sapere che ha un cugino che si veste da donna e -guarda caso- le somiglia pure.
Sei la prima, forse non sarai neppure l'ultima.
Ma, intanto, benvenuta.

Ci sono cose che non bisognerebbe fare, e lo capisci solo quando ormai e' tardi.
Osservo il mio viso allo specchio, senza trucco.
E' un'operazione pericolosa per me, ho gia' avuto modo di verificarlo qualche anno fa ma poi l'avevo dimenticato.
Mi guardo con attenzione, inclinando un po' la testa per cambiare l'angolazione della luce.
Ecco: mi capita di nuovo.
Il colorito del mio viso non e' uniforme, ci sono zone piu' chiare e zone piu' scure.
Razionalmente so che e' una cosa del tutto normale, ma intanto la bestia dentro si sveglia e comincia a mordere forte e non c'e' ragionamento che tenga, quand'e' cosi'.
Ora le vedo nettamente: zone chiare, zone scure: macchie.
Nessuno le nota: le noto solo io.
Eppure tanto basta a ricaricare la molla dell'ansia, e infatti la crisi puntuale arriva.
La bestia non muore mai: puoi solo cacciarla nella tana per un po', ma tanto sai che ogni vittoria e' temporanea.
Ancora una volta devo distogliere lo sguardo in preda al panico.
Succede tutto nella mia testa, ma non per questo e' meno reale.
Allora metto mano al fondotinta, quello pesante, coprente.
Mi trucco con cura: ecco adesso l'incarnato e' perfetto, ora posso guardarmi senza provare un senso di vertigine.
Non avrei mai pensato che un giorno i trucchi avrebbero avuto un effetto ansiolitico su di me.
Ma forse e' stata questa la loro funzione, fin dal primo giorno.
Va meglio, per ora.

Gli americani hanno un modo di dire che suona piu' o meno cosi':
"Se cammina come un'anatra, se nuota come un'anatra, se fa qua-qua come un'anatra, allora probabilmente e' un'anatra."
E' un modo per dire che molto spesso le cose sono esattamente quel che sembrano, e non ha senso tentare di farle passare per altro mediante complicati ragionamenti.
Naturalmente la cosa si presta ad essere declinata in tantissimi altri modi, ad esempio se una persona si veste come un travestito, si comporta come un travestito, parla e agisce come un travestito, allora probabilmente e' un travestito.
Ma se una persona si veste come una donna, si comporta come una donna, parla e agisce come una donna, sara' davvero una donna?
Beh il test dell'anatra non ha alcuna pretesa d'infallibilita', e nel caso precedente puo' anche darsi che la risposta sia "no: puo' anche essere semplicemente un uomo vestito da donna, che come tale si comporta."
Tuttavia c'e' un caso in cui il test ci azzecca quasi sempre, ed e' il seguente:
"Se una persona parla come una stupida, scrive come una stupida, si comporta da stupida, da' in ogni modo l'impressione di essere stupida, allora probabilmente e' stupida."
E questo direi che ha validita' pressoche' universale, per me almeno.
Chissa' se qualcuno trovera' altri esempi.

Ci sono occhi dietro ai quali si possono leggere dei libri interi fatti di emozioni, di esperienza, di frammenti di vita e di dolore.
Leggere dietro gli occhi delle persone mi affascina, mi piace intuire cosa ci si puo' nascondere, interpretare i piccoli segnali, cercare conferme o smentite per le ipotesi che nel frattempo ho formulato.
Gli occhi specchio dell'anima, ed io amo entrare in contatto con l'anima di chi ho davanti.
Penso di essere una di quelle persone che una donna la guardano sempre negli occhi, magari a qualcuna verra' il dubbio che non mi interessino il pianterreno e il balconcino ma fa lo stesso, non importa, a me interessano innanzitutto gli occhi.
Ma ci sono occhi dietro ai quali l'unica cosa che riesco a indovinare e' un muro.
Un muro fatto di comportamenti stereotipati, sempre uguali, prevedibili.
Un muro che a volte nasconde un dolore, una ferita, un qualcosa di troppo intenso o personale per essere mostrato.
Oppure il nulla.
Il vuoto, la vacuita', la leggerezza innata, intrinseca, esistenziale: una cosa che mi e' cosi' estranea che faccio fatica a credere che esista.
Anche quando la intravedo, dietro gli occhi di qualcuno.

Dopo aver passato qualche anno, seppure saltuariamente, dalla parte femminile del mondo qualcosa s'impara.
Sono sempre stata affascinata dall'interazione "al femminile" con le altre persone in quanto per me era ed e' fonte di gratificazione, e questo spiega ad esempio perche' non nutro alcun interesse ad uscire in luoghi affollati ma per cosi' dire "anonimi", in cui non possa interagire con gli altri ma mi trovi ad essere qualcosa di piu' simile a un fenomeno da guardare da lontano senza avvicinarsi che ad una persona vera e propria.
Col passare del tempo ho sviluppato tutta una serie di comportamenti volti a gestire situazioni per me nuove, ad esempio quelle in cui qualcuno desidera insistentemente frequentarmi ed io, invece, no.
Son cose, verrebbe da pensare, ma per me sono affascinanti.
A volte capita che qualche donna -inconsapevolmente, per abitudine, per non averci pensato- provi a comportarsi con me nello stesso modo in cui io mi comporto con tante altre persone.
In quei casi e' un copione gia' scritto, un deja' vu.
Conosco la parte, anche se stavolta non sono io a recitarla, e non ci casco piu'.
La consapevolezza di cosa celano in certi casi i comportamenti altrui serve ad evitare situazioni spiacevoli, non c'e' dubbio.
Pero' che cosa triste vedermi per cosi' dire riflessa nei comportamenti di un'altra.
Che imbarazzo, che vergogna.
Che pena.

Ci sono banche che prestano i soldi solo a chi li ha gia', e ci sono donne che si concedono solo a chi e' gia' accoppiato.
Non si capisce bene se in entrambi i casi sia una questione di garanzie, ma l'uomo spaiato spesso ispira diffidenza anche quando non ce n'e' motivo.
Una di solito pensa che se un uomo e' solo una ragione ci sara', mentre se almeno un'altra mostra di apprezzarlo allora eccolo diventare di colpo meno sospetto.
In questo gioco spesso crudele una delle cose da evitare sempre sono gli slanci eccessivi.
Un uomo che manifesti troppo entusiasmo per una donna, sommergendola di messaggi, attenzioni, dichiarazioni -ma anche regali, perche' no- ispira piu' diffidenza che voglia di ricambiare.
Molte relazioni muoiono sul nascere proprio perche' una delle due parti si e' mostrata troppo entusiasta, e l'altra un po' per reazione, un po' per prudenza, e' stata freddina.
E' un gioco complicato, una partita a poker in cui spesso finisce col vincere chi mente meglio.
Dove non c'e' spazio per le emozioni, quando siano troppe e troppo unilaterali.
Qualcuno ha la pretesa di chiamarlo "amore".
Probabilmente e' solo biologia.

Dopo averlo atteso lungamente, eccoci sul nostro primo vaporetto a Venezia.
E' un po' angusto, prendiamo posto al livello inferiore, coi finestrini poco sopra il livello dell'acqua, intorno a noi una folla variopinta reduce dal carnevale.
"Sara' profonda l'acqua qui sotto?"
Eccoti, t'aspettavo al varco.
"Profondissima."
"Ma che succederebbe se si aprisse un buco sul fondo del vaporetto?"
"Annegheremmo tutti, nessuno escluso."
Mi prendi sul serio, o almeno sembra.
"Ma ne affondano mai di questi?"
"Si piu' o meno uno al mese."
"E questo mese quanti ne sono affondati?"
"Ancora nessuno."
"Dura tanto la corsa?"
"Parecchio."
Son momenti romantici, ammettiamolo.
Che bella Venezia con te.

Visto che piove mi lasci dormire e poi, visto che sei tu, mi trovi il lavoro per stamane.
La sedia che tieni nell'orto e' tutta rotta: sarebbe bello ripararla o, nel caso fosse impossibile, romperla che poi la si brucia nella stufa.
Siccome il pensiero di buttare una sedia ancora buona mi fa inorridire mi metto subito all'opera, e prima tolgo mezzo chilo tra polvere, terra e sporcizia, poi smonto i listelli della seduta, metto la colla, rimonto tutto.
Alla fine sembra quasi nuova, ma adesso tocca a te e siccome io avrei una gonna un po' scucita ecco che pazientemente ti metti a darle due punti e gia' che ci sei dai pure una ripassata all'orlo.
Insomma ognuno fa quel che sa fare, e insieme si passa la mattina.
Alla fine abbiamo una sedia quasi come nuova e una gonna perfettamente cucita.
Quando si dice completarsi a vicenda.

Uno pensa alla vita di un uomo che si veste da donna e immagina le peggio cose, a sfondo sessuale essenzialmente.
Era una cosa che pensavo pure io, e infatti quando ero agli inizi trovavo molto eccitante la prospettiva di tutte le cose che avrei combinato da li' in poi.
La realta' in questo caso e' stata di molto inferiore alle aspettative, e non certo per mancanza d'occasioni quanto per il non aver avuto voglia di coglierle quando era il momento.
C'e' poco da fare: o hai un carattere estroverso e socievole, e allora combini di tutto e di piu', oppure continui a fare piu' o meno le cose che facevi prima, solo vestendoti da donna ogni tanto.
Cosi' se mi si domanda cosa ho fatto di piccante negli ultimi tempi, la prima cosa che mi viene in mente e' il cestino di peperoncini che ho messo a seccare.
Piccanti al punto giusto, ma non in quel senso.

Ritornare dopo mesi a sbirciare il suo profilo su un sito internet.
Rileggere le sue e-mail in cerca di qualche scampolo di tenerezza.
O magari continuare a scriverle, nella speranza che si dimostri diversa da quella che e'.
Ci sono storie d'amore che sono concluse solo per una delle due parti, e storie di sesso che rischiano di finire allo stesso modo.
Ci vuole una corazza spessa cosi' per non innamorarsi quando non e' il caso, e ci vorrebbe una freddezza fuori dal comune per smettere di esserlo quando sia chiaro che non ne valeva la pena.
Cosi' si finisce spesso a rimestare in un passato ormai immutabile, in cerca di consolazione per un presente vuoto, pur di non pensare a un futuro che in fin dei conti fa paura.
Perche' il rischio di ripetere gli stessi errori e' sempre in agguato, e a certe fiammate seguite da laceranti sofferenze si finisce col preferire un tiepido nulla, un dolore continuo ma sopportabile, al quale prima o poi si fa addirittura l'abitudine.
Quasi affezionandocisi, a volte.

Ti ricordi di quella volta che in febbraio arrivammo al rifugio Vittorio Emanuele con la luce della luna, dopo aver passato quei lastroni di ghiaccio coi ramponi ai piedi?
E di quella volta in giugno che prendemmo una violentissima grandinata appena finito di montare la tenda, dalle parti del Nible'?
Ti ricordi quelle mandrie di camosci nei pressi di san Besso, in pieno inverno, mai visti cosi' tanti tutti assieme.
E ti ricordi quel giorno d'agosto in cui arrivammo sulla Cima Grande di Lavaredo, dopo tre anni che provavamo a salirla?
E ti ricordi quell'alba nel deserto, il vento che muoveva la sabbia, le nostre impronte sulla duna?
Ricordi quel pomeriggio sugli spalti di forte sant'Elmo, a Malta, e quel bacio davanti a un Mediterraneo azzurrissimo increspato dal vento?
Ricordi quel tramonto solitario nel vallone di Sea, e gli stambecchi che ci fecero visita la mattina successiva?
Ricordi la prima volta che alzandoti sui pedali arrivasti in cima al cavalcavia senza faticare?
Ricordi quando ti telefonai "sono caduto, ma sto bene"?
E quell'altra che ti chiamai la prima volta che tua figlia vide Anna, e ti disse che ero bellissima?
Ricordi la nostra prima sera insieme, e la sensazione che avevi che non sarebbe durata?
E' durata invece.
Senza anelli, senza promesse, senza una casa ne' beni in comune, senza contratti, senza ripetersi in modo ossessivo "durera'".
Liberi entrambi di scegliere se rimanere o andar via, ed e' durata lo stesso.
Qualcosa vuol dire.

Quando le cose accadono troppo rapidamente non si fa in tempo a focalizzare lo sguardo per vederle.
Tutto quello che ti sento dire e' "No! Il telefono!" e un attimo dopo lo vedo cadere come al rallentatore, rimbalzare su una prima sporgenza rocciosa, spaccarsi in due, toccare il suolo e aprirsi in piu' parti sulla sassaia in fondo alla parete.
Ci troveremo a quindici, venti metri d'altezza.
Un altro al posto mio adesso ti urlerebbe dietro qualcosa tipo sei-sempre-la-solita-devi-stare-attenta-guarda-cosa-hai-combinato, ma io mi limito a pensare "beh, meglio che sia caduto il telefono piuttosto che lei".
L'unica cosa ragionevole da fare adesso e' scendere a recuperare la SIM, presumibilmente l'unico pezzo che non avra' subito danni, e cosi' mi avvio, mentre tu -sinceramente dispiaciuta- continui a salire per raggiungere la prossima cengia.
Arrivo alla base della parete, il primo pezzo che trovo e' il retro del cover, ancora intero.
Poi la tastiera in bilico in cima a un roccione, e poco distante la parte frontale del cover e il corpo interno del telefono, leggermente sbrecciato ma ancora col display intatto.
Ci metto un po' di piu' a trovare la batteria, e alla fine ho tutti i pezzi: nessuno si e' rotto.
Li riassemblo, provo ad accendere e il telefono mi chiede il PIN, lo digito.
Funziona ancora.
Questo vecchio telefono che avra' piu' di dieci anni e' appena caduto da una parete rocciosa per una ventina di metri, sbattendo piu' volte sulla pietra, e ancora funziona: un telefono dell'ultima generazione si sarebbe verosimilmente rotto in mille pezzi.
Ma questo e' un telefono semplice, robusto, di quelli ancora fatti per durare.
Le cose semplici spesso sono cosi': durano a lungo e superano indenni traumi che ridurrebbero in pezzi oggetti piu' sofisticati.
A volte le colleghe ti prendevano in giro per quel telefono cosi' vecchio ma ora non credo che lo vorrai piu' cambiare: non hai mai voluto cambiarlo in realta', ma ora hai un motivo in piu' per tenerlo.

(Il telefono dopo la caduta, in alto il luogo dal quale e' partito)

Concentrarsi sul proprio essere, sulla propria fisicita'.
Riscoprire l'intima soddisfazione che da' un passo ben fatto, un appiglio trovato la' dove necessita, un bilanciamento ben eseguito.
Indovinare l'eleganza d'un passaggio, fidarsi dell'aderenza delle suole sulla roccia.
Movimenti mai al limite ma sempre studiati per essere, oltre che efficaci, belli.
Un'intesa profonda tra me e te alla quale fa da sfondo il cielo azzurrissimo d'una giornata soleggiata e fresca.
La pace, la gioia, l'intima serenita' che mi trasmette l'intuire che anche tu provi quel che sto provando io.
E' da qui che veniamo, e' qui che amiamo ritornare.

Per chi come me va in cerca di anime da pescare nella rete.
Per tutte le persone che grazie ad Anna ho incontrato, conosciuto, apprezzato, amato.
Per tutte quelle che incontrero' in futuro.
Per una volta parole non mie, ma che sento che mi appartengono e mi descrivono a un punto tale che potrei averle scritte io stessa, se avessi avuto quel tanto d'ispirazione e di genialita' che fanno la differenza tra una persona comune e un artista.
Di sicuro i migliori anni della mia vita.
Grazie a tutti voi.

"Se ti comporti bene."
"Se studi."
"Se mangi."
"Se fai come dice la mamma."
Non e' facile sentirsi amati piu' per quel che si fa che per quel che si e'. Non e' facile essere l'unico figlio di una madre ossessiva, dal carattere forte, cosi' forte da mettere in ombra la figura paterna. Non e' possibile quando si hanno due, tre, quattro, cinque anni avere una consapevolezza che permetta di distinguere i comportamenti sani da quelli malsani, e se una madre subordina il suo amore, la sua accettazione al fatto che tu ti comporti in un certo modo, allora non ti rimane che accettare le regole del gioco, ed obbedire.
Perche' non sei un adulto che puo' andarsene via, non sei una persona indipendente: sei solo un bambino, e come tale hai un bisogno profondo, continuo, quasi fisico di essere amato.
Il bambino passa cosi' i suoi primi anni, e diventa un "bravo bambino", un bambino studioso, tranquillo, timido. Fin troppo timido, dicono le maestre, un bambino che difficilmente lega coi coetanei, un bambino che preferisce i giochi tranquilli, solitari.
Un bambino che ogni tanto, senza farsi notare troppo, prova a indossare i vestiti e le scarpe della mamma senza sapere perche'. Gli piace, lo trova divertente, eccitante, e' una cosa che gli fa provare delle emozioni forti, piacevoli. Forse e' un modo per trasgredire, per non essere piu' il "bravo bambino" ma far finalmente qualcosa di diverso, chissa'.
Il bambino cresce, e si rende conto che essere il migliore e' difficile. A scuola si applica, ma e' evidente che non e' un genio: raggiunge buoni risultati, e' tra i primi ma non e' "il" primo. La mamma e' contenta, la mamma gongola. Certo se quel sette il prossimo anno diventasse un otto, se quel sei il prossimo quadrimestre diventasse un sette. E lui ci da' dentro, per quel che puo', sopperendo in qualche modo alle mancanze, alla svogliatezza, alla noia.
Il bimbo gioca, ha degli amici, passa un'infanzia normale ma sempre con quel pungolo, con quelle aspettative che pesano sul suo futuro. "Quando sarai grande" e sembra gia' tutto pianificato, a partire dagli studi ("Fai quel che vuoi, ma studia"), il lavoro ("Quando avrai un buon lavoro"), la famiglia ("Quando avrai dei figli"). Non c'e' spazio per le incognite, per una vera realizzazione personale, per qualcosa che non sia "il piano" che lei ha in mente.
"Tu sei mio figlio, e finche' starai in questa casa farai come dico io".
Aver figli e' a volte una comoda scorciatoia per sentirsi Dio nei confronti di qualcuno.
Il bambino diventa un ragazzo, e si rende conto che non solo non e' il migliore ma anzi parte svantaggiato su quasi tutti i fronti. La dipendenza dalla mamma ha fatto di lui un personaggio goffo, vestito tutt'altro che alla moda e di aspetto per nulla gradevole, e le ragazzine ovviamente neanche lo vedono. S'innamora di una compagna di classe, lei non lo considera. Lui capisce, soffre, crede che il problema sia il non aver fatto le cose giuste, il non essersi comportato in una certa maniera, il non essersi vestito e pettinato in un certo modo: l'imprinting materno e' forte.
Comincia in quel periodo a covare un sordo risentimento nei confronti degli altri, risentimento che lo accompagnera' tutta la vita. Non solo non e' il migliore, si sente uno degli ultimi: i compagni lo prendono in giro, le ragazze lo snobbano e lui si risente, prova a ribellarsi ma non ci riesce, perche' "finche' resterai in questa casa farai come dico io".
Allora fa l'unica cosa che possa fare: fugge.
Si dedica a un hobby che almeno con la fantasia lo porta lontano: l'astronomia. Passa notti su notti attaccato all'oculare di un piccolo telescopio, scatta fotografie, diventa bravo, nell'ambiente qualcuno lo nota. Viene a far parte di un'associazione di astrofili, trova modo di esprimersi, di farsi notare. Ha i suoi momenti di gloria, le sue soddisfazioni. Ecco: forse questo e' un contesto in cui riusciro' ad essere il migliore.
Falso, le cose vanno diversamente e lui non sentendosi abbastanza considerato in un attimo d'insoddisfazione acuta prende e se ne va sbattendo la porta.
Tutto da rifare, tutto daccapo.
Ma le cose non sempre vanno male, e il ragazzo che ormai ha diciassette anni incontra un amico che in qualche modo si prende cura di lui, e decide di svezzarlo. Gli insegna come comportarsi, come pettinarsi, come vestirsi, gli insegna perfino come parlare. La mamma approva, purche' non si esageri. E cosi' arriva la prima ragazza, il primo bacio, di li' a poco i primi rapporti sessuali.
E' un periodo felice, e infatti dura poco.
Bisogna studiare, bisogna darci dentro, bisogna ricominciare a correre. L'amico un po' troppo esuberante diventa inviso alla famiglia, il richiamo all'ordine e' forte e chiaro.
Senza troppa convinzione il ragazzo si iscrive all'universita' e sceglie il corso di informatica, un po' perche' non gli dispiace e un po' perche' in quegli anni pare che sia il mestiere del futuro.
Ma l'impatto e' forte, i primi esami vanno male. Bisogna studiare, darsi da fare sul serio: non c'e' piu' tempo per pensare ad altro e cosi' il ragazzo un po' svogliato, un po' triste, neanche troppo versato nelle discipline scientifiche ancora una volta si piega, si adatta. Ci mettera' sette anni a finire un corso che normalmente ne richiede quattro o cinque, lo finira' con una buona media e un buon voto finale, tra i migliori, ma di nuovo non "il" migliore.
La madre il giorno della laurea sembra impazzita, il ragazzo ne e' intimamente imbarazzato. Sembra una demente, piange, si commuove. Sta assaporando la rivincita nei confronti dei suoi fratelli: ecco, l'unico laureato della famiglia e' figlio mio.
Sembra finita li', ma lui non sa che il peggio deve ancora venire.
Non sono piu' gli anni '80, ma i primi anni '90 e la crisi sta colpendo duro, i laureati in informatica non li cerca piu' nessuno, il lavoro e' poco. Dopo un anno di servizio civile non resta che spedire curriculum e aspettare, ma non funziona, non serve a nulla. Passano sei mesi, passa un anno. Per non stare a casa a far nulla accettera' di andare a dare una mano a dei ragazzi che stanno mettendo su' una piccola attivita' di vendita per corrispondenza di videogames. In pratica risponde al telefono, prende ordinativi, confeziona pacchi e li spedisce. Andra' avanti due anni in questo modo. L'attivita' si espande, si acquistano computer per gestire i cataloghi, gli ordini, le spedizioni e lui li programma, finalmente fa un po' il suo lavoro ma le prospettive restano magre, insoddisfacenti.
Non e' un bel periodo, finche' a un certo punto le cose cambiano di nuovo.
La mamma gli trova il lavoro.
Dapprima uno stage, poi l'assunzione a tempo indeterminato. E' il lavoro "vero", finalmente, quello ben pagato, quello sicuro. A dir la verita' lui il lavoro se l'era quasi trovato altrove e per conto suo, ma non importa va benissimo cosi'. E gli sembra di rinascere, e' felice e quindi fa tutte le cose che si fanno in questi casi: si compra la macchina, comincia a uscire, si diverte.
Una donna lo nota: lei ha quarant'anni, lui trenta. Lei lo corteggia, decide che lo vuole, lui ne e' lusingato, la lascia fare. Dopo un paio di mesi si mettono insieme.
Siccome a mamma non piacerebbe lei viene tenuta nascosta: non si conosceranno mai, ma intanto lui comincia a uscire, a guardarsi intorno.
Capisce ancora una volta che non sara' il migliore, stavolta sul lavoro, perche' c'e' gente molto piu' brillante e piu' valida di lui a fargli concorrenza, e col tempo se ne fa una ragione, ma il bisogno di essere il primo lo perseguita, e cosi' di nuovo tenta in altri contesti.
Prova con la montagna, segue corsi di alpinismo, di arrampicata, ma non lo fila nessuno: non e' l'ambiente giusto, allora prova coi viaggi esotici, avventurosi.
Si scopre una certa vena letteraria, piu' che a far di conto e' capace a scrivere, ma guarda, chi l'avrebbe detto. Scrive resoconti dei suoi viaggi, gliene deriva una certa notorieta' nell'ambiente, ma nulla di piu'.
Non e' il migliore neppure qui.
Poi, a un certo punto, di nuovo capita qualcosa.
La madre muore, e di colpo lui si sente libero.
Il bambino e' diventato un ragazzo, il ragazzo un uomo, ma c'e' una cosa che non ha mai smesso di fare: vestirsi da donna. Sempre di nascosto, sempre in modo approssimativo, piu' per scaricare le tensioni, per eccitarsi, per far qualcosa di trasgressivo che per effettiva convinzione di voler essere una donna. Scopre, grazie ad internet, che la cosa puo' esser fatta meglio di come l'abbia fatta finora, e decide di provare, stavolta mettendoci impegno.
Comincia a comprare trucchi, vestiti, e siccome non vive da solo ma con suo padre finge trasferte di lavoro e poi va in albergo, si veste, si trucca e -cosa piu' importante di tutte- si scatta delle foto, che pubblichera' su internet.
L'impegno da' risultati insperati, le foto piacciono. La gente scrive a questo uomo-donna che appare cosi' diverso dagli altri, dalle altre. La gente la cerca, la vuole incontrare, dice che e' bella.
Che e' bella.
Non che si e' truccata bene, non dice che si e' vestita con gusto, non dice che ha fatto le cose giuste: dice che e' bella, che ha classe, che e' elegante.
E' una rivelazione.
L'onda emotiva che ne segue e' imponente, travolge tutto, sembra spazzar via tutta la sua vita com'era stata fino allora.
Mi apprezzano per quel che sono.
Mi amano per quel che sono.
Non per quel che faccio, ma per quel che sono.
Capisce molto presto che Anna non sara' come la maggior parte degli altri travestiti.
Siccome non lo fa per sesso non avra' bisogno di mostrarsi mezza nuda, in pose provocanti.
Siccome non lo fa perche' voglia essere una donna non avra' bisogno di assumere ormoni o di farsi crescere i capelli.
Siccome ha le idee chiare su come vuole essere non copiera' le altre, non avra' modelli e punti di riferimento se non nei primissimi tempi.
Anna sara' uno strumento, un grimaldello per aggirare, superare i suoi limiti e andare dritto al cuore delle persone, per carpirne l'ammirazione, per farsi apprezzare, per ottenere gratificazione.
Per essere amata.
Anna uscira' e si fara' vedere, ma solo in certi contesti.
Anna avra' una compagna al suo fianco che la supporta, che l'aiuta, che l'adora.
Anna diventera' per un certo numero di anni una sorta di vestito della festa che si indossa quando si vuol far bella figura.
Anna trarra' gratificazione non tanto dal mero vestirsi da donna, quanto dall'ammirazione che riuscira' a suscitare negli altri facendolo.
Anna diventera' tutto quello che quell'uomo avrebbe voluto essere, e non e' mai stato.
Funziona cosi', per quel che ho potuto capire finora.
Anna e' la mia rivincita su quelli che mi hanno sempre ignorato, snobbato, relegato ai margini. Non sono piu' io che devo andare a cercare gli altri: sono gli altri che ora vengono da me. I siti su internet, il blog, le foto, i racconti: tutto funziona come una rete. Ogni giorno lancio la rete in mare, ogni sera guardo cosa ho tirato su'.
E' questo il motivo per cui tante cose non mi interessa farle. Non vado in giro per strada perche' il rischio e' di suscitare derisione e disprezzo, piuttosto che ammirazione. Ho bisogno di ambienti controllati e filtrati nei quali possa interagire con persone gia' ben disposte, per trarne gratificazione e conferme. Quasi mai mi trovo a mio agio in un gruppo, perche' non voglio nessuno che mi rubi la scena. Se una persona manifesta ammirazione, e se penso che ne valga la pena, allora mi concedo, se no la ignoro. A volte le due fasi si susseguono, e la gente si domanda perche' sparisco.
E' dura ammetterlo, ancor piu' dura e' scriverlo e pubblicarlo, ma e' cosi' che funzionano le cose. Anna e' l'ennesimo tentativo per cercare di raggiungere quell'obiettivo impossibile che mi e' stato impresso dentro fin dalla prima infanzia: essere il migliore. In ogni modo, con qualunque mezzo, anche rinunciando a essere un uomo, anche facendo soffrire le persone per il gusto perverso di prendermi una generica, effimera rivincita.
E' un modo per far pagare a qualcuno le lacrime di quel bambino che voleva essere amato per quel che era, piuttosto che per quel che avrebbe dovuto fare.
E' l'estremo, disperato, fallimentare tentativo per gridare al mondo che esisto.
Per dire guardatemi: sono qui.
Sono vivo.
E ho bisogno di voi.

In silenzio, allo specchio, mi guardo.
I capelli biondi, le labbra lucide, la scollatura ampia e ben delineata.
La mano sale verso il collo, lo accarezza, gioca con la catenina.
Le labbra si atteggiano a un sorriso dapprima impercettibile, poi via via piu' convinto.
Mi guardo negli occhi, sorrido.
Non sono piu' vulnerabile, combattuta, indecisa, frustrata, debole.
Non c'e' al mondo conoscenza piu' preziosa che quella di se' stessi, e un po' per volta ci sto arrivando.
Non si tratta di migliorarmi, ma solo di capirmi.
Capire che ci sono parti nel gioco della vita che fanno per me, e altre nelle quali mi trovo a disagio.
Si tratta di capire che non sono un uomo come gli altri, ma anche che indossare vestiti da donna non e' che una sfaccettatura, un dettaglio di un quadro piu' ampio che comprende comportamenti, modi di essere e di sentire.
Non sono una fatta per innamorarsi, per corteggiare, per correre dietro alle persone e quando lo faccio risulto goffa, inadeguata, sbagliata.
Non e' la mia parte, non e' il mio ruolo, non sono io ed essere se' stessi, specialmente quando si parla di sentimenti, e' fondamentale.
Non e' presunzione, ma conoscenza di me.
Non sono quella che si innamora: sono piuttosto quella che fa innamorare.
E questo vale sempre, qualsiasi vestito indossi.
Anche se il vestito di oggi trovo che mi stia particolarmente bene.
Bentornata, Anna.

Uno dice "e' come un raffreddore, basta aspettare e vedrai che ti passa".
Un altro suggerisce di "continuare come se niente fosse, e prendersi tempo".
Il buonsenso, l'unico consigliere che bisognerebbe ascoltare in questi casi, suggerirebbe di allontanarsi, soprattutto con la testa.
Evitare di rimestare sempre gli stessi pensieri, chiudere a chiave o perlomeno recintare certi luoghi dell'anima come si fa con quelli contaminati dalle radiazioni, prendendosi l'impegno di non tornarci per un certo numero di anni.
Anche perche' passare dalla lista delle persone gradite a quella dei rompicoglioni e' questione d'un attimo: un messaggio di troppo, una parola in piu' spesso bastano a dare inizio alla scivolata che poi diventa via via inarrestabile.
La teoria e' questa, ma la teoria per metterla in pratica bisogna sporcarsi le mani, e avere un minimo di disciplina interiore e forza d'animo.
Sono sempre stata una persona chiusa, a tratti scostante, manifestamente cinica, e contavo di continuare ad esserlo ancora per un po'.
Sembra che invece la mia natura sia un'altra: un po' meno dura, un po' meno fredda, un po' piu' indifesa.
Me ne faro' una ragione e ci mettero' un cerotto, su questa ferita, sperando di guarire.
Ma non ci voleva, non ci voleva proprio.

Un'atmosfera di attesa, una sottile tensione mi pervade e sembra voler preludere a qualcosa che non so cosa sia.
Pare l'imminenza d'un evento, d'un salto, come quando ti sporgi da un parapetto e per un attimo temi che potresti cadere, e subito dopo ti tiri indietro.
Oggi mi sento cosi': sospesa.
Come il cielo che si schiarisce dopo il temporale ma ancora non si capisce se la tregua sara' duratura o se e' solo il preludio d'una tempesta ancora piu' forte, col vento gelido e teso che non sai se portera' cieli sereni o altre, piu' nere nuvole.
Non amo le attese, ne' amo queste atmosfere perche' ho bisogno di sicurezze e l'incertezza non fa per me.
Ma bisogna far fronte anche a questo, perche' le certezze spesso sono illusorie, e le attese a volte si protraggono oltre ogni ragionevole limite di sopportazione.
Mi sforzo di pensare ad altro, a volte funziona.

Ci sono cose che ci si illude di poter fare ma poi, alla prova dei fatti, ci si scopre incapaci di farle.
Un tempo le emozioni le tenevo per me, pensavo che esprimerle fosse male e che dovessi evitare per quanto possibile di farlo, specie quelle tristi.
Gli uomini, si sa, non sta bene che piangano, ed io alla fine pur sempre l'uomo dovevo fare.
Ma non basta seppellire le emozioni dentro di se' per spegnerle, perche' prima o poi riaffioreranno, magari cambiate, diverse, irriconoscibili al punto di non capire piu' da dove arrivino, da dove traggano origine.
Io avevo dei nodi dentro, ne ho tuttora.
Alcuni di questi li ho ignorati, ho sperato che col passare del tempo si sciogliessero, o almeno sparissero.
Non e' andata cosi', non va mai cosi' in realta'.
Sono arrivata al punto in cui qualcosa s'e' rotto e non era piu' un rivolo ma una diga che cede di schianto e travolge tutto.
E' quel che e' successo ieri, e che continua ancora oggi.
E' un bene che la diga abbia ceduto, non pensavo contenesse tante lacrime.
Ma ora va meglio, almeno un po'.
Le cose dentro man mano che escono lasciano il vuoto, ma e' proprio in quel vuoto che si trova finalmente un po' di spazio.
Per ricostruire.