La perfezione non e' di questo mondo.
La felicita', a volte, sí.
"Le persone cosi' pazze da pensare di poter cambiare il mondo sono quelle che lo cambiano."

Uomini con ingombranti pancette camminano leggermente ingobbiti, le gambe larghe e le braccia disposte a parentesi-aperta-parentesi-chiusa.
( )
Seguono perlopiu' linee rette, se si profila qualcuno che ostacola tendono piu' a scontrarsi che ad aggirare, anche se all'ultimo uno dei due deve per forza spostarsi.
Tutto nel modo di procedere e atteggiarsi comunica competizione per il territorio, e le eventuali femmine in esso contenute.
Qualcuno esagera e sfoggia il cipiglio feroce, con tanto di tatuaggi e monili d'oro massiccio.
Le donne no: le donne camminano seguendo perlopiu' linee curve, evitando il confronto diretto, la schiena dritta, le gambe strette e le braccia a parentesi-chiusa-parentesi-aperta.
) (
Hanno atteggiamenti meno competitivi, specie se si dedicano alla cura della prole, mentre se vogliono attirare l'attenzione di un maschio usano mezzi indiretti ma non privi d'efficacia.
Sorridono piu' spesso, raramente sono aggressive.
E poi ci sono i bambini.
I bambini si muovono come piace a loro, perche' non hanno ancora subito alcun condizionamento.
Sono spontanei e naturali, ma queste caratteristiche tendono a sparire man mano che crescono.
Gia' un gruppo di quasi adolescenti e' perfettamente differenziato e ben inquadrato nei comportamenti standard.
Quanto materiale di riflessione da' un pomeriggio passato in piscina.
Ad osservare gli altri, e a prendere il sole.

La maggior parte dei writer in circolazione sono semplici vandali il cui unico messaggio e' la marcatura del territorio, un po' come i cani quando fanno la pipi' in giro.
Uno su diecimila pero' ogni tanto ha un'intuizione artistica, e spesso per esprimerla non ha neanche bisogno di tanto inchiostro.
Perche' l'arte non e' un complicato guazzabuglio di colori in cui solo pochi possono decifrare i simboli dell'appartenenza a qualche branco, quanto piuttosto una cosa semplice e alla portata di tutti.
Qualcosa di cui chiunque possa fruire e per cui tutti possano emozionarsi o divertirsi, un po' come un tramonto.
Anche se solo abbozzato con pochi tratti, su un cartello stradale.

E' sicuramente un caso che proprio in queste sere stia guardando lo spettacolo di Paolini che un'amica, dopo mesi che dovevamo vederci, finalmente e' riuscita a portarmi.

Un altro giro di giostra volge al termine, e per qualcuno e' gia' pronto il regalo.
Il riposo, il divertimento, "la vita vera".
Le vacanze.
La carota che rende sopportabile il bastone che tutto l'anno minaccia e a volte colpisce duro.
Mare, monti, viaggi o anche solo e semplicemente casa.
La routine che s'interrompe, il tempo libero che fa irruzione in vite spesso organizzate minuto per minuto come il risveglio mattutino nel film di di Fantozzi.
Tempo, quanto tempo: che farne, come impiegarlo, come ammazzarlo?
E come cambiano i rapporti con gli altri, magari quelli che dobbiamo smettere di ignorare perche' adesso il tempo da dedicare loro ce l'abbiamo?
Ansia: oddio che fare.
Si perche' la prima domanda che vi rivolgono quando dite che andate in vacanza e': "che fai".
Perche' le vacanze sono un vuoto che va riempito, alla pari di tutti i vuoti che se rimangono tali generano ansia.
E' piacevole e rilassante andare al mare, in montagna, o magari viaggiare.
Ma il dubbio e' che tante volte questi non siano altro che dei tour de force, costruiti a immagine della vita di sempre per evitare di incontrare, anche solo per sbaglio, anche solo per pochi minuti, la persona meno gradita del mondo.
Se' stessi.

La gente parla tanto, ma dice poco.
Si chiacchiera molto, ma non si comunica nulla.
Si dice quel che si sa', ma non si sa quel che si dice.
Il rumore puo' esser vuoto, il silenzio denso di significati.
Per questo spesso imbarazza, e a volte fa paura.

Mi sveglio che ho sonno, perche' al caldo si dorme male.
Passo da una stanza torrida a una bollente, muovendomi piano.
Apro l'armadio e sento al suo interno l'aria calda della sera prima.
L'acqua della doccia e' tiepida.
Amo il caldo, ma mi ci devo abituare.
In bici pedalo lenta, per cercare di non sudare.
C'e' in questo clima un richiamo irresistibile al sonno, all'ozio, un qualcosa che rende piu' difficili le incombenze quotidiane.
E allora capisci perche' chi al caldo ci vive da sempre e' uso a prendersela comoda.
La nostra iperattivita' e' figlia di un clima temperato: altro che cultura, altro che geni.
Ci adattiamo piu' di quanto non siamo disposti a credere.
I luoghi cambiano le persone, piu' di quanto le persone cambino i luoghi.

Fa caldo, l'aria e' immobile.
Le zanzare girano intorno, l'umido sale dal terreno e come una coltre sta' sospeso a mezz'aria.
Intorno e' silenzio.
Il giorno piu' lungo dell'anno sta finendo, inizia l'estate.
Ah non importa se e' caldo, se e' umido, se le zanzare pungono, perche' c'e' luce, tanta luce.
Vorrei che durasse per sempre, e invece e' gia' finita.
Le giornate s'accorciano.
L'autunno s'avvicina.

E' arrivata l'estate, anche in ufficio.
Donne con vestiti leggeri e svolazzanti sciabattano allegramente per i corridoi in infradito, mostrando spalle segnate da esili bretelline e sfoggiando unghie dipinte e carnagioni dorate.
Uomini costretti al pantalone lungo e alla scarpa chiusa abbozzano cercando di non farsi stordire dall'abbondanza che li circonda.
E poi ci sono io, che nel pantalone lungo e nella scarpa chiusa soffro per motivi miei, che nulla hanno a che fare col desiderio e molto con l'invidia.
Ma tant'e': cosi' va il mondo e pazienza se io non sono del tutto d'accordo.
Del resto ancora un po' d'abbronzatura e i sandali li potro' mettere anch'io.
Magari non al lavoro, pero'.

Ed eccomi con Ginevra, degli Arhea54.
Straordinaria sul palco, simpaticissima fuori.
E pure bella, il che non guasta.

Ci sono piccole e grandi trasgressioni .

La mattina del mio primo giorno alle medie ero un bambino di dieci anni molto timido, che si sentiva a disagio davanti a tutta quella gente nuova.
Individuai percio' quello tra i miei nuovi compagni che mi ispirava piu' fiducia, e gli chiesi se potevamo essere amici.
Lui disse di si', neanche troppo convinto.
Sarebbe stata una delle persone con cui nei tre anni successivi avrei legato meno.
Gli amici, quelli veri se cosi' mi posso esprimere, sarebbero venuti fuori a distanza di tempo.
Perche' l'amicizia non e' una cosa che si concede, ma una cosa che ci si guadagna.
Con l'affinita', ma anche e soprattutto col tempo.
Non basta appiccicarsi l'etichetta di "amici" come tanti siti di social networking consentono di fare.
Per questo motivo quando qualcuno in rete mi chiede di essere mio amico quasi sempre non rispondo, o rispondo in modo vago.
Nessuno dei miei amici ha iniziato chiedendomi di essermi amico.
Ma tutti lo sono diventati col tempo, quando sia io che loro ci siamo resi conto che ne valeva la pena.
Quando abbiamo capito che non potevamo non esserlo.

Arriva il momento in cui da ogni viaggio bisogna tornare.
Ma mente e corpo spesso viaggiano sfasati, cosi' succede che l'uno sia gia' rincasato da una settimana, e l'altra s'attardi sulla via del ritorno.
Perche' tornare da un viaggio non vuol dire solo riaprire la porta di casa, svuotare uno zaino, riempire una lavatrice.
Vuol dire soprattutto tornare a vedere le cose come le si vedeva prima, indossare nuovamente quegli occhiali con le lenti fatte un po' d'abitudine e un po' di noia, che avevamo smesso per un po'.
Significa tornare a vivere giorni che si somigliano tutti, e settimane e mesi, mentre dei giorni in cui eravamo in viaggio sapremmo ricostruire con una certa precisione gli eventi, i dettagli.
Rimettere la vita sui binari della normalita', della routine e del prevedibile e' un compito arduo e spesso doloroso.
Perche' quando apri una finestra sul mondo poi diventa difficile chiuderla, perche' vedere la vita com'e' la' fuori, e capire che in fondo e' tutto li', a portata di mano, e chissa' potrebbe anche esser tuo, be', fa male.
Arricchisce si', ma duole.
E' per questo che ci servono gli occhiali.
Per convincerci che in fondo va bene cosi', che magari poteva andar peggio.
E funziona, finche' un giorno non li togliamo di nuovo.
Questi occhiali, questi paraocchi.

Ci sono cose che in aereo non si possono tenere nel bagaglio a mano.
Per esempio non si possono tenere liquidi se non in quantita' limitate, non si possono portare oggetti metallici appuntiti e atti a offendere, non si possono ovviamente portare armi ed esplosivi.
E' chiaro che non esiste una lista esaustiva degli oggetti proibiti, quindi per tutto il resto si va a discrezione degli addetti ai controlli.
Se un oggetto e' rosa e ricoperto di morbido pelo non e' detto che solo per questo debba essere ammesso in cabina, anche se da nessuna parte ho letto che non si possa portarlo.
E ha fatto una faccia un po' strana il solerte controllore quando le ha viste, ma subito la professionalita' ha preso il sopravvento sullo stupore.
Che poi gente cosi' chissa' quante ne avra' viste.
Fatto sta' che gentilmente mi ha rispedito al check-in, che se le volevo portare con me l'unico modo era imbarcare nella stiva il mio bagaglio.
E pazienza se come ho detto sono rosa, carine, soffici.
Perche' in fondo sono pur sempre un paio di manette.
Un souvenir de Paris, ovvio, che avevate pensato.

Sergentmagiùr, buon viaggio.
E grazie.
Di cuore.

Una donna piccola, infagottata in un soprabito piu' grande di lei, che si trascina una borsa piena di cianfrusaglie e' appena salita sul vagone della metro.
Appena il treno riparte, ancora vicina alla porta inizia un lungo monologo.
Non capisco il francese, e non ho idea di cosa stia dicendo.
Ma la voce e' chiara, squillante, ben impostata.
Magari la donnina ha un passato d'attrice, sembra una che ci sa fare.
La gente intorno ostenta indifferenza, qualcuno appare imbarazzato.
Continua, la donna, per un bel po' e qualcosina comincio a capire.
Forse sta recitando una poesia.
Che a un certo punto finisce.
Lei ringrazia, e colgo tra le sue parole il nome di Prevert.
E allora accade il piccolo miracolo, la signora seduta di fronte a me comincia a frugare nella borsa e ne estrae qualche moneta.
Altri fanno lo stesso.
Non erano persi nei fatti loro, non erano indifferenti.
Ascoltavano, magari facendo finta di non sentire.
E quando la donna -adesso capisco le parole- dice che la poesia aiuta a vivere, che la vita in fondo e' poesia, m'immagino questa folla silenziosa che applaude, qualcuno che l'abbraccia e piangendo le dice si si, e' vero, hai ragione, come abbiamo fatto a dimenticarcene, poveri noi.
Ma nessuno si muove, solo qualcuno tende la mano con la monetina.
Resto impietrita, e mi domando perche'.
Forse perche' una moneta non basta.
Forse perche' bisognerebbe davvero dirle si-si-hai-ragione-poveri-noi.
Forse bisognerebbe davvero abbracciarla e dirle grazie.
Ma e' tardi, e' gia' scesa.
Con la sua borsa piena di cianfrusaglie, il soprabito che la infagotta.
La sua voce da bambina in un corpo da vecchia.
Metafora triste di quel che eravamo, specchio impietoso di quel che siamo diventati.

In certe via a Pigalle e' quasi impossibile per un uomo camminare senza essere abbordato dai promoter dei locali che cercano di tirarti in questo o quell'altro bar, con la scusa di ragazze giovani, carine e disponibili.
Lei invece cammina sicura e disinvolta pochi metri davanti a me, e nessuno ci fa caso.
Certo cammina in modo un po' strano.
Indossa le cuffiette e sembra che segua la musica.
Cioe', diciamocelo: sculetta.
Ma sculetta in un modo che una donna -specie in quel posto li'- si guarderebbe bene dal proporre a meno che non stia cercando clienti.
Lei pero' non sembra stia cercando clienti.
Carina e' carina, non tanto alta, bel fisico, scarpe bianche col tacco basso, gonna.
Capelli corti, un bel visino.
Caruccia davvero, ma.
Ci fermiamo al rosso del passaggio pedonale, mi avvicino.
Sono dietro di lei, guardo con attenzione i capelli.
Indossa una parrucca: e' un uomo.
Ecco, mi pareva.
Non si fosse mossa in quel modo manco l'avrei notata, e dire che ho l'occhio per certe cose.
In mezzo alla folla, quasi indistinguibile: beata lei.
Certo io non camminerei cosi'.
Eh, no.

Lo so che e' banale ma stasera sono qui per questo.
Uscita dalla metro, dopo pochi metri la prima a spuntare dall'angolo del Trocadero e' la punta illuminata di calde sfumature arancioni.
Il cielo e' ancora di quell'azzurro cupo che fa all'imbrunire, le luci sono gia' tutte accese.
Uno pensa che sara' mai, l'hai gia' vista un sacco di volte.
Vero, eppure trovarmi ancora qui m'emoziona.
La spianata e' affollata di venditori di souvenir, alcuni in tema, altri meno.
Scatto qualche foto.
Come sempre accade mi domando se tornero', o se e' l'ultima volta che la vedo.
E' banale, ma e' bello.
Non importa se Parigi puo' offrire di piu', magari per palati piu' raffinati del mio.
A me piace qui, ora.
Vorrei che tu fossi qui adesso, per stringerti e baciarti in questo scenario struggente.
Vorrei sentire i miei tacchi ticchettare su questi marmi, l'aria della sera muovere la mia gonna, accarezzare i miei capelli.
Vorrei poter dire si' l'ho fatto, ne ho avuto il coraggio.
Ma e' evidente che non ce l'ho, e forse non m'importa neanche trovarlo.
Perche' questa sera l'importante non e' come sono, ma dove sono.
Non e' questione di vestiti ma di emozioni, e quelle nessuno mi potra' impedire di provarle ne' di portarle via con me.
Non sono perfetta, non lo saro' mai, ma stasera mi sento felice.
Non avrei mai pensato che la vita potesse essere cosi'.
Bella.

Nel cielo sopra Parigi non c'e' vento oggi.
Attraverso l'ampia terrazza e m'appoggio alla balaustra.
La citta' e' li', duecento metri sotto.
La Tour, les Invalides, il Louvre.
La Gare de Montparnasse coi treni che arrivano e partono.
Gli arrondissement, i boulevard, limpidi sotto il sole nell'aria tiepida.
Ed io che tutto questo guardo dall'alto.
La guardo come si guarda una donna ancora distesa sul letto sfatto.
Con quel velo di tristezza che viene dal sapere che non sara' mai mia.
E la gioia triste di scoprire che alla fine sono io che le sono appartenuta.
Anche se solo per un po'.
La vita e' sopportabile solo se la si guarda attraverso le lenti dell'abitudine e del noto.
In caso contrario e' cosi' bella che puo' far male.
Come adesso, sotto questo cielo, sopra Parigi.

(FotoChrome)
La bambola e' vestita come piace a me.
Fa quel che le faccio fare, si comporta come io vorrei.
La bambola ha un nome, un viso, un guardaroba; ha degli amici, ha una casa, ha dei luoghi.
Ha cassetti in cui dormire e piste su cui ballare, album di foto dai quali affacciarsi e negozi fidati per fare lo shopping.
La bambola si sente bella e ha chi glielo dice, e non importa se e' vero: basta che ci creda.
La bambola e' il gioco che inizia fingendo e poi giocando diventa vero.
E' il palcoscenico su cui esprimo sentimenti, emozioni e passioni che laggiu' in platea terrei per me.
E' la chiave che apre le mie porte segrete.
La bambola ha tante cose, ma qualcuno potrebbe dire che le manca un'anima.
Ma non e' cosi': un'anima ce l'ha.
Ha un'anima sua, che in fondo e' la mia.

Avere tante cose a cui pensare e' un bene.
Niente come una montagna di lavori da fare, impegni da onorare, incombenze di cui lamentarsi ci da' la sensazione di esser vivi.
Sono cose che danno una parvenza di senso, un simulacro.
E il senso in fondo e' una cosa della quale e' difficile fare a meno.
Avere da fare, preferibilmente di corsa.
Lamentarsene, ovvio, ma non pensar mai seriamente di cambiar qualcosa perche' in fondo la vita ci piace cosi'.
Senza tempo per respirare, riflettere, pensare.
Soprattutto pensare.
Ci danniamo l'anima per avere un briciolo di tempo libero e poi non sappiamo che fare per ammazzarlo.
Il vuoto fa paura, perche' ci fa da specchio.