La perfezione non e' di questo mondo.
La felicita', a volte, sí.
"Le persone cosi' pazze da pensare di poter cambiare il mondo sono quelle che lo cambiano."

Con l'inizio della bella stagione sono tornate, come tutti gli anni.
Si muovono su due ruote e nella maggior parte dei casi portano una sola persona.
Sono utilizzate prevalentemente a scopo ludico -il "giro" nel fine settimana- e del resto non potrebbe che essere cosi' vista la ridottissima capacita' di carico.
Si guidano impugnando un manubrio, e hanno dei pedali.
Fin qui, potrebbero essere le bici.
Ma questi mezzi sono anche rumorosi, e soprattutto veloci.
E, come tutti i mezzi rumorosi e veloci, sono un toccasana per ego traballanti e maschi in cerca di conferme.
Anche femmine, a volte.
Cosi' capita che tranquilli paesini situati lungo amene statali la domenica diventino invivibili a causa del frastuono.
E non sto scherzando: so quel che dico.
Perche' come tutti i mezzi rumorosi e veloci anche questi spingono all'arroganza e al disprezzo delle regole, e nel mucchio chi se ne approfitta c'e' sempre.
Perche' controllare un mezzo che offre una protezione pressoche' nulla, accelerazioni brucianti e velocita' di punta da aereo al decollo per alcuni vuol dire sentirsi uomini.
Veri uomini.
Che vanno a benzina, come i loro mezzi.
Per fortuna la benzina non durera' in eterno.
La stupidita' invece si', temo.

Ieri sera in un locale un tizio m'ha preso per una donna.
Non era uno dei soliti ammiratori che ti abbordano facendo mille complimenti, fingendo poi di stupirsi quando diventa palese che sei un uomo, anche se in realta' sono venuti apposta: no, no.
Questo qua e' venuto a cercarmi, s'e' presentato, era pure -modestamente- molto carino, e quando ha capito che non ero *esattamente* una donna c'e' rimasto male, ha educatamente salutato ed e' andato via.
Buon per lui, buon per me.
Uno su mille ogni tanto ci casca, magari complice l'ora tarda e la penombra dei locali notturni.
Sono piccoli malintesi e al tempo stesso grandi soddisfazioni.
Dall'inevitabile, inconfondibile, caratteristico sapore.
Amaro.

Non sono piu' molti i capi di abbigliamento femminile che, indossati, siano capaci di darmi qualche brivido.
Scartato tutto l'armamentario sexy feticistico che inizia dalle autoreggenti e passa per reggicalze, corsetti, guepiere, trasparenze e tacchi alti, non rimane piu' molto per eccitare una fantasia che da tempo non deve confrontarsi con l'esigenza di tener tutto nascosto.
I feticci non funzionano piu' come una volta, e oltretutto sono spesso scomodi da portare.
L'unico indumento che ancora mi da' una qualche emozione e' la gonna, ma non quella corta bensi' quella lunga, ben sotto il ginocchio.
Non mi spiego facilmente perche' questo accada, ma amo la sensazione che da' quel tessuto che avvolge e copre ben piu' di quanto riveli.
Non credo che questo corrisponda a una maggiore o minore femminilita' da parte mia, forse e' solo indice di una consapevolezza raggiunta nel tempo.
Quella che, nel gioco delle parti, a volte sia piu' eccitante nascondere qualcosa, ammiccare e lasciar volare la fantasia, piuttosto che avvilirla mostrando tutto e subito.

Uccide il tuo silenzio, uccide l'aria che respiri, uccide il tuo tempo.
Fa piu' vittime della guerra in Iraq, ma nessuno si scandalizza.
E' l'arma perfetta se vuoi eliminare qualcuno: basta investirlo con la macchina.
Se proprio ti beccano di' che non l'hai fatto apposta, e a parte un po' di clamore iniziale nessuno ti torcera' un capello.
Perche' si sa che il traffico uccide.
Uccide gli animali come le persone, i bambini come gli adulti, gli uomini come le donne.
Si sa che e' cosi', cosa si puo' fare.
Forse che se ne puo' fare a meno?
Nessuno che si ribelli, nessuno che dica nulla.
O -forse- quasi nessuno.

Dicono che l'auto per un uomo abbia una valenza che va oltre il semplice mezzo di trasporto.
A parte l'ovvio discorso sullo status-symbol, c'e' chi avanza l'ipotesi che ad auto via via piu' grosse corrisponderebbero proprietari con apparati riproduttivi via via piu' piccoli, o al limite di dimensioni normali ma usati assai di rado.
Non parliamo poi di chi va in giro con un SUV, che viene assunto un po' a rappresentante tipico di "quelli-che-ce-l'hanno-piccolo".
Ecco io non so se valga anche il discorso inverso, ma spero di no perche' il fatto che la fotografia ritragga l'unico SUV in mio possesso potrebbe portare alcuni a fare supposizioni poco opportune su di me.
Inopportune e maliziose, che mi guarderei bene dal commentare.

All'inizio pensavo che fosse un caso.
Toh, mi dicevo, ma guarda quante sorelline che fan piu' o meno le cose che ho fatto io.
Continuavo a conoscere persone che avevano frequentato la montagna, avevano arrampicato, avevano fatto escursioni, alcune anche su vie piuttosto impegnative -una addirittura la nord del Cervino-.
E poi altre che facevano cose che io non avevo mai fatto ma che comunque erano prevalentemente da maschi, tipo andare in moto, fare gare di motocross, viaggi avventurosi e altro ancora.
Insomma un bel campionario di "veri uomini" versati negli sport estremi.
Siamo forti, pensavo.
Altro che effeminati, altro che femminucce.
Ho continuato a pensarlo per un bel po', almeno finche' leggendo qua' e la' e soprattutto conoscendo persone non ho capito che in fondo era tutta una finta.
Un sistema per compensare una natura femminile ingombrante, un espediente per farsi credere quel che non si e'.
Certo non tutti quelli che praticano sport estremi o hanno stili di vita alternativi si vestono da donna, ma tanti che si vestono da donna hanno questo vezzo di farsi credere piu' virili di quel che sono.
Ne conosco che vanno in giro in mimetica col pick-up e il telo militare sul cassone, tanto per dire.
Ed e' tutto un modo per compensare, per mettere la spazzatura sotto il tappeto.
Altro che sport estremi.
Altro che veri uomini.

Un cielo primaverile su una terra ancora invernale,
nuvole bianche e umide stagliate in un cielo blu profondo,
la brezza ancora fredda ma non piu' gelida.
Il mondo che si risveglia, ed io con lui.
Voglia di vestiti leggeri, di sere tiepide, di spalle scoperte e gambe svestite.
Di bianco, di azzurro, di luce.
Tanta luce.

Qualcuno dev'essersi accorto che il grano e' verde come la benzina.
E' questo il motivo per cui buona parte dei terreni a coltura cerealicola sono stati destinati alla produzione di biocarburante.
La conseguenza e' stata un'ovvia impennata dei prezzi, perche' la gente purtroppo continua a voler mangiare prima di andare in macchina.
Visto che non c'e' terra a sufficienza per produrre cibo e carburante, bisogna operare una scelta.
E come sempre la scelta operata sara' quella piu' redditizia, quindi il prezzo del pane continuera' ad aumentare.
Anche perche' nel frattempo una bella fetta di terreni agricoli e' stata divorata dall'espansione delle citta' e ora ospita capannoni, parcheggi, centri commerciali, villette e altre redditizie infrastrutture.
Redditizie per chi le ha costruite, forzando la modifica di piani regolatori che andavano benissimo com'erano.
Siamo troppi, troppo affamati, troppo feroci su un pianeta che ha una superficie grande, ma pur sempre limitata.
Immaginate un po' come andra' a finire.

l'uomo deve essere uomo.
La donna deve essere donna.
E una donna non e' donna se non e' madre.
Questo e' uno dei pregiudizi piu' odiosi e duri a morire attualmente in circolazione.
Ne sanno qualcosa quelle donne che hanno scelto di non avere figli.
Le pressioni che devono subire sono fortissime, onnipresenti, pervasive.
Pressioni familiari -"Quando metti su' famiglia? quando ti sistemi? Quando ci fai un nipotino?"-, sociali -gli amici che prima o poi spariscono perche' nel frattempo hanno avuto figli e loro no-, discriminazioni sul lavoro -una donna in eta' fertile senza figli e' comunque a rischio gravidanza, da qui mille perplessita' sul concederle o meno la possibilita' di far carriera-.
Piu' passa il tempo e piu' non passa giorno senza che qualcuno le faccia sentire a disagio, inadeguate, monche.
I "tu non sai", i "tu non puoi capire", i "povera te", l'appiccicosa compassione di chi pensa che ci sia qualcosa che non va in loro e si augura che presto possano anche loro provare la gioia di avere un figlio, di essere finalmente "normali".
Sono tutte espressioni di un pregiudizio, di un volere che gli altri ci assomiglino perche' cosi' siamo sicuri di essere nel giusto.
Una donna e' una donna sempre e comunque, a prescindere dal numero di figli che puo' aver partorito.
E una donna che abbia scelto di non averne puo' condurre una vita felice come quella di tutte le altre.
Sempre ammesso che gliela lascino vivere.

Puo' capitare una sera di prepararsi, far tutte quelle cose noiose e necessarie che precedono un'uscita, e poi d'un tratto cambiare idea e restare a casa a dormire.
Succede, ma se capita due sere di fila puo' darsi che la ragione non sia solo un po' di sonno arretrato.
Il punto e' che non si vive solo di questo, ma di molte altre cose.
La voglia di uscire al femminile cala e lascia un vuoto che bisogna riempire in qualche modo, altrimenti si rischia di cadere in depressione.
Per fortuna conosco una cura che finora ha funzionato: uscire.
Non di notte nella penombra, non con gonna e tacchi, ma di giorno al naturale e in piena luce, perche' e' primavera.
Un giro in bici nei campi, una corsa, un po' di foto.
Sedersi sul parapetto di un ponticello a guardare lo spettacolo delle nuvole che scorrono in un cielo blu profondo e luminoso.
Perdersi nel verde dell'erba appena spuntata.
Scoprire una magnolia fiorita dietro un antico muro.
Prendere atto che c'e' un mondo la' fuori che sta vivendo la sua stagione piu' bella, e farne parte.
Altro che depressione.
E' bellissimo essere ancora qui.

Cara amica.
Immagino sia curioso per te leggere di tutti questi uomini che vorrebbero esser donne, domandandoti al contempo perche' mai vorrebbero esserlo, che tu lo sai com'e' la vita da donna e certo non son tutte rose e fiori.
Ma noi siamo persone tormentate, mai contente, concentrate sul nostro ombelico, sui nostri problemi, su questa "cosa" che chi piu' chi meno ci portiamo dentro da sempre, e di cui non riusciamo a vedere la fine.
C'e' di peggio nella vita, certo, ma e' un male sottile e pervasivo il nostro, che quando credi di essertene liberato basta passare davanti a una vetrina di scarpe o di vestiti per trovarsi istintivamente a pensare "ma perche' io no".
E' difficile per una donna capire, ma non e' impossibile.
Prova a immaginare niente piu' trucchi, niente piu' vestiti, niente piu' scarpe.
Basta col mostrare le gambe, basta mostrare la scollatura, basta suscitare interesse, ammirazione, sguardi.
Basta guardarti allo specchio, aggiustarti i capelli, indossare un gioiello, un profumo.
Ecco, noi si vive cosi'.
Col desiderio di queste cose -che poi sono solo una parte infinitesima di quello che e' "esser donna"- e l'impossibilita' di averle.
Ognuno di noi se la racconta a modo suo, finisce col farsene una ragione, ma il disagio resta.
Vedi, basta iniziare a scriverne e non smetterei piu'.
Cosa vuoi che ti dica, si vive cosi'.

Ci sono treni che si prendono, altri che si lasciano passare.
Non e' obbligatorio saltare sul primo che passa, si puo' anche stare in stazione ad aspettare il prossimo.
Certi treni passano spesso, altri piu' di rado.
Alcuni passano una volta sola nella vita, e decidere se salire o meno a volte non e' facile.
Capita in certi casi di prenderne uno anche se non lo si vuole, perche' la folla spinge e sgomita e senza volerlo ci troviamo nella fiumana che sale.
Altri invece son talmente pieni che non si puo' salire neppure volendolo.
Ogni treno potrebbe esser l'ultimo, anche se sono tutti convinti che ce ne sara' un altro.
A volte si prende il primo che passa senza neppure sapere dove va, perche' l'importante e' togliersi da li'.
Dover scegliere che treno prendere puo' causare ansia, a volte angoscia.
Ma non prenderne nessuno e' anche peggio.
Forse l'importante non e' tanto che treno prenderemo, dove ci portera', seguendo che percorso.
No.
L'importante e' avere qualcuno, che lo prenda con noi.

Gli alieni sono tra noi.
Be' non proprio tra noi, ma almeno sulla Terra.
Vanno in bici col giubbetto ad alta visibilita' anche di giorno, per farsi vedere meglio.
Possiedono un casco e lo portano allacciato in testa e non al manubrio.
Si fermano ai semafori rossi, e quando viaggiano tengono la destra -pardon, la sinistra-
Di notte accendono le luci, bianca davanti e rossa dietro.
Rispettano il codice della strada e sono mediamente gentili con gli altri.
Soprattutto sono tanti: una vera invasione.
Scivolano per la citta' senza far rumore, senza inquinare, senza uccidere nessuno.
Sono bellissimi: sembrano uomini e donne come noi, ma e' evidente che sono diversi.
Mi domando solo perche' siano atterrati a Londra e non a Torino.
Di certo avranno avuto i loro buoni motivi.
Speriamo che prima o poi arrivino anche qui.

E' un pensiero ozioso chiedersi perche' si e' fatti in un certo modo.
Non ci si domanda perche' una pietra sia dura, l'acqua sia liquida, il sole risplenda.
Cercare cause, giustificazioni, motivi dei comportamenti umani e' lavoro per dotti, per gente che studia, che si occupa quasi sempre degli altri e mai di se'.
Darsi giustificazioni per i propri dolori, cercare le radici dei propri malesseri puo' essere un modo per raccontarsene la storia in un modo piuttosto che nell'altro, e convincersi che e' cosi' che doveva andare, e che non abbiamo colpe.
Ma questi sono pensieri oziosi.
Meglio sapere che la pietra puo' ferire, che l'acqua bagna e che il sole scalda piuttosto che domandarsene il perche'.
Esser consapevoli di se' e' il primo passo verso il cambiamento o l'accettazione.
Meglio conoscersi, piuttosto che giustificarsi.

Un tempo pensavano che sopra le nuvole ci fossero i beati e gli angeli.
Poi a un certo punto qualcuno e' arrivato sopra le nuvole, e non li ha trovati.
Allora hanno detto "no, ma era una metafora".
Ok era una metafora.
Ci hanno anche detto che la terra era piatta e il sole le girava intorno, e che il cielo un giorno si sarebbe accartocciato e le sarebbe caduto sopra.
Poi qualcuno ha dimostrato che non e' vero e quelli han di nuovo detto che -vabbe'- era tutta una metafora.
Ok era tutta una metafora.
Ora continuano a dirci che dopo la morte ci aspetta un giudizio inappellabile, e che se facciamo come dicono loro ce la caveremo, se no no.
Francamente non so se sia il caso di crederci.
Ho il dubbio che anche questa sia tutta una metafora.
Fuori...

e dentro.


Affascina, in questo gioco del travestitismo, l'alternarsi dei ruoli.
Si vive da uomini, spesso prevalentemente da uomini, e ogni tanto si passa dall'altra parte.
E' bello, divertente, affascinante.
Certo bisogna esserci un minimo portati, se no diventa una mascherata carnevalesca.
Ma quando la magia riesce, quando ci si cala nel ruolo, quando l'illusione sfiora la perfezione allora le sensazioni che si provano sono cosi' forti, convincenti, assolute da sembrar vere.
E li' scatta la trappola.
Perche' si comincia a pensare di essere delle donne.
Dimenticando che una donna non e' un po' di trucco, una parrucca, un vestito.
Una donna nasce tale, e infatti le poche vere transessuali che ho conosciuto si sono sempre considerate donne.
Sempre, non solo dal momento in cui hanno visto che stavano bene con una gonna.
Il travestimento e' un bellissimo gioco.
Occhio solo a non esagerare.

"Passare" e' un termine mutuato dall'inglese "to pass", e in determinati contesti significa che si e' cosi' simili a delle donne che nessuno si accorge che in realta' siamo degli uomini.
Essere in grado di "passare" in ogni situazione e' il sogno spesso impossibile di tutti i travestiti e transessuali.
Di quasi tutti.
Sebbene in foto possa apparire discretamente femminile, so che di persona non lascio spazio a dubbi sulla mia vera natura.
Di fatto sono un uomo, non ho mai pensato seriamente di essere una donna e se parlo al femminile e' solo per una questione di coerenza con un aspetto che proprio maschile non e'.
E non voglio prendere in giro nessuno, ne' m'illudo di poterlo fare.
Quindi ho messo via da subito qualunque ambizione in merito, e mi astengo dall'andare in giro al di fuori di contesti in cui sia assolutamente palese quel che sono.
E' un buon modo per non rimaner delusi, quello di dire sempre la verita' a se' stessi e agli altri.
E' anche un buon modo per non illudersi di essere diversi da quel che si e'.
E -magari- riuscire un giorno ad ottenere quello che e' l'unico risultato che davvero conta.
Accettarsi finalmente, e far pace con se' stessi.

Volendo cercare tra i ricordi di questo lungo fine settimana a Londra qualcuno che sfugga all'iconografia classica e un po' scontata, le prime cose che mi vengono in mente sono il vento freddo e il cielo mutevole.
Da Hyde Park al Tower Bridge, da Westminster a St. James sempre quel vento a tratti teso, gelido, che portava le nuvole velocemente come le disperdeva.
Un clima mutevole, ma ancora invernale.
E in quel clima le ragazze la sera fuori dei club di Piccadilly o lungo le scale della metro, con quei vestitini estivi scollati, i sandali o le decolte' coi tacchi da dieci centimetri, spesso senza calze.
Una visione incredibile per noi che avevamo freddo nei nostri giacconi invernali, nei nostri jeans, nei nostri pile.
Voglia di vivere, di divertirsi, ma anche solo di piacersi e di piacere, dettagli curatissimi come quelli delle uniformi delle commesse di Harrods.
Modelle? Aspiranti attrici? Semplici bellezze di passaggio proiettate verso mestieri piu' appaganti?
Chi lo sa, e in fondo che importa.
La bellezza delle donne, quella che qui cosi' di rado vedo trasparire tra vestiti che infagottano e mise non proprio femminili e' sempre uno spettacolo.
E quindi godiamocela, qualunque sia la ragione per cui va in scena.
Come il vento, che sposta le nuvole per chissa' quali suoi segreti motivi, regalandoci di tanto in tanto un raggio di sole inaspettato.

Allora diciamoci le cose come stanno.
Il Way Out, il miglior locale T* di Londra -loro dicono del mondo, vabbe'-, il punto d'incontro privilegiato dei travestiti, transessuali, transgender della City e' un buco.
Ebbene si': in confronto all'Evadamo e' tre volte piu' piccolo e alto la meta'.
Pero' e' un buco pieno.
Era pieno sabato scorso -e dicevano che non c'era neppure tanta gente- ed e' pieno tutti i sabati da dieci anni a questa parte.
Questo nonostante l'ingresso sia imboscato in una viuzza in cui non passa quasi mai nessuno, e non sia per nulla appariscente.
Se si potesse trasportare l'Evadamo cosi' com'e' a Londra scommetto che sarebbe sempre pieno pure lui.
Purtroppo, e per motivi indipendenti dalla nostra volonta', l'Evadamo e' a Torino e quindi pur essendo grande, bello, nuovo e gestito da gente simpatica rimane perlopiu' vuoto, a meno di qualche serata particolare.
E questo non va bene, ma neanche un po'.
Non sono le strutture che ci mancano: e' la gente.
Non avremmo niente da invidiare a Londra se solo ci decidessimo ad uscire di casa.
E allora usciamo.
Diamoci una mossa.
Oppure smettiamo di lamentarci, e di dire "ah ma se fossimo a Londra..."