La perfezione non e' di questo mondo.
La felicita', a volte, sí.
"Le persone cosi' pazze da pensare di poter cambiare il mondo sono quelle che lo cambiano."

Quando hai visto una cima fiorita in primavera, verde in estate, secca in autunno e bianca d'inverno, credi d'aver visto tutto quel che c'era da vedere.
Ma non e' cosi'.
Perche' non e' tanto la cima ad essere importante, quanto tutto quello che da li' si puo' vedere.
Le brume della pianura, l'azzurro del cielo, il bianco sfilacciato delle nuvole e quello compatto delle nevi lontane.
Basta lasciar vagare lo sguardo, e qualcosa da vedere si trova.
Non e' vero che si e' vecchi quando si e' visto tutto.
Lo si diventa quando si pensa che non ci sia piu' nulla che valga la pena vedere.

Le cose che facciamo spesso hanno un senso solo perche' ci affanniamo a volergliene dare per forza uno.
Cerchiamo ragioni, giustificazioni e motivi la' dove non ce ne sono, preoccupandoci se non riusciamo a trovarli.
Il vuoto fa paura, l'insensatezza ne fa ancora di piu'.
Eppure la bellezza continua a circondarci, anche se da tempo abbiamo smesso di guardarla nel tentativo di appropriarcene.
Invece di ammirare i fiori sempre piu' spesso li cogliamo, rovinandoli.
Ma loro, che non sanno di star facendo una cosa insensata, continuano a spuntare.
Ricordandoci che la bellezza non ha bisogno d'un senso, per essere tale.
Le basta esistere.

Ne sono successe di cose negli ultimi tre anni.
Difficile dire se siano state buone o cattive, ma a giudicare dai risultati direi in gran parte buone.
Lo vedo nelle piccole cose.
Ho smesso da tempo di mangiarmi le unghie: sembra una stupidaggine ma "prima" lo facevo costantemente.
In macchina non ho piu' alcun bisogno di correre.
Se vado in montagna e' per il piacere di farlo, e non per mettermi alla prova o per confrontarmi con qualcuno.
Mi sento piu' tranquilla, in pace: sono meno pedante con gli altri, lascio correre piu' spesso, non m'importa piu' d'aver sempre ragione.
Non ho piu' quel desiderio continuo e logorante di fare qualcosa che non posso fare.
Certo a volte l'ansia ritorna, ma la sensazione di star comunque meglio e' forte.
Non e' il sogno in se' che mi ha cambiato la vita.
E' l'aver avuto finalmente il coraggio di realizzarlo.

La femminilita' ha i suoi simboli.
Tanto piu' un oggetto e' precluso agli uomini, tanto piu' esercita attrazione su di loro.
Le scarpe col tacco, le calze, un certo tipo di trucco.
I vestiti corti, attillati, trasparenti.
Atteggiamenti, posture e modi di muoversi, di comunicare col linguaggio del corpo.
Sono tutti simboli che comunicano femminilita'.
Certo la femminilita' e' molto di piu', ma e' significativo che l'idea che ne hanno molti uomini sia cosi' semplificata e, in fondo, stereotipata.
E' un condizionamento efficace al punto che messe vicine due donne di pari bellezza, quella vestita in modo piu' "femminile" attirera' maggiormente gli sguardi.
Forse questo spiega perche' la maggior parte dei travestiti faccia abbondante uso di questi oggetti, di queste pose.
Nel loro desiderio di sembrare donne scelgono la via che sembra loro piu' efficace.
Col risultato che spesso, piu' che suscitare ammirazione, fanno sorridere.

La prima volta che mi hai vista al femminile non hai fatto una piega.
Nessuno sguardo d'incredulita', nessuna reazione scomposta.
Nonostante la parrucca che cambiava i miei lineamenti, nonostante il profumo che avrebbe potuto confonderti.
Nulla.
Mi hai fatto le solite coccole, stavolta a rischio di smagliarmi le calze ma vabbe', basta fare attenzione.
Poi finita la fase dei saluti sei tornato a pensare ai fatti tuoi.
Non hai notato nulla di strano: hai capito che ero sempre io.
Ci sei arrivato tu che sei un cane, eppure tanta gente non ci arriva nemmeno se glielo spieghi.
Strano, perche' quelli intelligenti dovremmo essere noi.
Intelligenti e sensibili.

E' triste pensare che una discreta percentuale di famiglie, messa davanti alla scelta, preferirebbe avere un figlio delinquente piuttosto che travestito.
O magari tossico, perche' no.
O stupratore, violento, pericoloso.
Dopotutto la violenza e' un modo per affermarsi e, in certi contesti, e' un modo per guadagnare rispetto.
Qualunque cosa quindi, ma un figlio travestito no.
Importa poco che sia pure gay -discreta aggravante questa- o meno.
Al limite che diventi donna -dopo aver avuto la cortesia di sparire- ma travestito no.
Certo la colpa e' sempre degli altri che non accettano, che discriminano, che rifiutano.
Ma se le prime a discriminare, non accettare, rifiutare sono proprio le famiglie, allora le speranze che le cose cambino sono pochine.
E del resto perche' mai le cose dovrebbero cambiare, se in fondo vanno bene cosi'?

Non ti piove addosso come una vincita alla lotteria.
Puoi vederla come qualcuno da amare o qualcosa da possedere, ma non e' qualcuno o qualcosa che puoi avere.
Non dipende dagli altri o da qualcosa che e' fuori da te.
Dipende dal tuo modo di affrontare le cose.
Una vita senza problemi non esiste: e' il modo di affrontarli che spesso fa la differenza.
La felicita' piu' che una condizione dell'animo e' un compito da assolvere giorno per giorno.

La luce del sole filtra tra gli interstizi delle tapparelle mezze abbassate, mentre Lu' mi sistema il cuscino e da' un'ultima aggiustata alla coperta.
In silenzio controlla il livello della sacca della flebo, con lo sguardo la seguo mentre annota qualcosa sulla cartella ai piedi del letto.
E' una donna ancora giovane, con grandi occhi luminosi e modi dolci ed energici al tempo stesso.
Sorride spesso, e mi ascolta le poche volte che mi va di parlare.
Guardo le mie mani, la pelle raggrinzita macchiata dagli anni.
Le mie gambe, le mie bellissime gambe che ora a stento mi reggono, se mi aiuto con la stampella.
Respiro a fatica, ci si e' messo pure il raffreddore e stasera non ho mangiato quasi nulla.
Giro lo sguardo verso il comodino per vedere ancora una volta i miei occhi com'erano tanti anni fa.
La foto e' sbiadita, avrebbe bisogno almeno di una cornice nuova, di un vetro meno rigato.
"Ero bella eh Lu?"
"Eri bella, si eri bella" e intanto mi sorride ancora.
"Eh quanto tempo, quanti ricordi..."
Lei mi guarda ancora con tenerezza, tutta la tenerezza che puo' far provare un nonnino magro e lungo steso nel letto mentre guarda una foto di tanti anni fa, e ricorda.
E non mi e' difficile ricordare: mi basta chiudere gli occhi perche' questa luce fioca e smorta che filtra nella stanza diventi un sole radioso nell'aria limpida, o un raggio di luce verde che fende l'oscurita' di una discoteca mentre la musica suona forte.
Per rivedere i volti, ritrovare i gesti, le voci, le parole.
Per incrociare di nuovo uno sguardo stavolta senza rughe, senza macchie, senza tutto quel carico di ricordi e di vita che ora mi porto appresso.
Per vedermi mentre ancora una volta stendo con cura il fondotinta, trucco palpebre non ancora cadenti, pettino sopracciglia ancora folte e ben disegnate.
Mentre m'infilo in un vestito, lo sento risalire frusciando sulle calze, sistemo le spalline e ancheggiando sui tacchi m'avvio, girando prima su me stessa mentre mi guardo felice e do' un'ultimo tocco ai capelli.
No non mi e' difficile ricordare, il difficile arriva quando devo riaprire gli occhi e ritrovo la luce fioca, il lento sgocciolio senza tempo nel tubo di gomma trasparente, la fatica anche solo di respirare.
Lu' guarda la foto che mi ritrae in quella sera di tanti anni prima, e sa che per me e' un oggetto caro.
Prezioso come quel sorriso che ancora mi rivolge prima d'uscire, e quella carezza sulla fronte con cui mi saluta quando ho gia' gli occhi nuovamente chiusi.
Di nuovo da lontano mi arrivano gli echi delle voci, della musica, del rumore dei passi mentre leggera mi avvio verso l'ennesima serata.
Poco piu' in la' le infermiere parlottano sommessamente nel corridoio.
Tiro un po' piu' su' il lenzuolo stropicciandolo con le dita, e attendo paziente che i rumori si spengano.

(FotoChrome)
Circa 3000 km in bici sul percorso casa-lavoro in un anno.
Cinquecento euro risparmiati, 135 ore di attivita' fisica gratuita.
Piu' o meno 230 litri di benzina o gasolio non consumati.
Ci sarebbero anche un altro migliaio di chilometri nei fine settimana, ma quelli non li contiamo.
Temperature d'esercizio da -6 a piu' di 30 gradi.
Di giorno come di notte, col sole e con la pioggia.
C'e' gente che dice che non si puo' fare, che e' una pazzia, eppure io sono qui a dimostrare che non e' vero.
Come del resto sto anche a dimostrare che un uomo puo' vestirsi da donna senza che questo lo porti a prendere delle brutte abitudini, ma anzi possa comportare un netto miglioramento della qualita' della sua vita.
E' che la gente quando non vuole sentire non ci sente.
Tante cose rimangono impossibili.
Finche' non arriva qualcuno che non sa che lo sono e -semplicemente- le fa.

E' Natale: siamo tutti piu' buoni.
Anch'io lo sono, quindi per qualche giorno e limitatamente a questo post riapro i commenti.
Poi li richiudero'.
Auguri.

Gas dalla Russia e dall'Algeria per l'energia elettrica che illumina le lampadine e per l'impianto di riscaldamento.
Petrolio greggio dalla Libia, dall'Algeria, dal Medio Oriente e dalla Nigeria per la benzina o il gasolio di chi e' venuto in macchina.
Materie prime dal terzo mondo, tessuti vestiti e scarpe prodotti o assemblati in Cina o nell'Est europeo.
Cibo, medicine, gadget tecnologici provenienti in gran parte da corporation multinazionali.
Una struttura sociale sempre piu' blanda, in cui ognuno tende a stare per conto suo appoggiandosi a una presunta autosufficienza che un reddito adeguato pare garantire.
Questo finche' i soldi varranno qualcosa, perche' e' evidente che i soldi non si mangiano, non scaldano, non guariscono dalle malattie.
Signore con la piega appena fatta, suocere che guardano severe le nuore coi bimbi piccoli -che fan casino ma tant'e', bisognava esibirli- venendone ricambiate con analoga antipatia.
Uomini che come al solito hanno l'aria di non aver capito nulla, o almeno fingono per non dover dare un senso alla loro presenza.
Tra loro pure io, ovviamente.
Tu che mi stringi il braccio e mi racconti la vita dei presenti.
Che bello il concerto di Natale in chiesa.

Ieri sera durante giretto su Flickr sono finita quasi per caso sulle pagine di una transgender.
Non male di fisico: un po' mascolina in volto, ma si sa e' difficile guardare una donna negli occhi quando sotto ci sono argomenti piu' interessanti.
Le foto son piu' o meno tutte uguali: lei vestita sexy in varie pose.
Le didascalie che le accompagnano -scritte dalla stessa autrice- sono chicche del calibro di "dammelo" "prendilo" e "baciami il c.", questo solo per limitarsi a quelle riferibili.
A me -che pure di foto tutte identiche ne avro' pubblicate forse piu' di lei- fa tristezza, eppure a giudicare dal numero di contatti che fanno le sue pagine la signora sembra assai popolare.
M'immagino il suo visitatore tipico e spero che sia diverso dal mio, perche' diverso e' il messaggio che vogliamo comunicare.
Mentre lei sembra cercare di far scivolare le mani sotto il tavolo, a me basta che si legga fino in fondo quel che scrivo.

(FotoChrome)
E' difficile ammettere la propria diversita'.
Essere diversi spaventa, ci fa sentire soli e discriminati.
Che si tratti di preferenze sessuali, di orientamento di genere o di qualsiasi altra forma di diversita', ammetterla e' sempre l'esito di un processo lungo e doloroso.
Ma c'e' una cosa che a quanto pare fa ancora piu' paura, ed e' ammettere di essere poveri.
In questi giorni decine di migliaia di famiglie si stanno indebitando, e lo fanno non in risposta a necessita' indifferibili ma per acquistare il superfluo.
I regali di Natale, un viaggio, al limite una serata.
E' tanta la paura di apparire poveri che questa gente e' disposta ad aggiungere debiti a debiti, pur di mostrare un tenore di vita al di sopra delle proprie reali possibilita'.
E il sistema in questo li asseconda, spingendo ai consumi piu' futili in nome di un'economia che ha ormai trasceso il suo significato originale di virtuosa parsimonia, ed e' diventata un idolo cui rendere sacrifici continui, a volte umani.
I poveri, quelli veri, quelli di sempre, hanno molta piu' dignita' di questa gente dalle tasche vuote e dalla cambiale facile che affolla i centri commerciali alla ricerca dell'inutile.
Ma i poveri, per quanto dignitosi, non interessano a nessuno.
Forse per questo spaventa tanto sembrare di esserlo.

E se cominciassimo a rilassarci un po' in vista delle vacanze?
Ah gia', dimenticavo.
Il lavoro, la corsa ai regali, i parenti, i pranzi, le cene, i bambini, la folla, il traffico, lo stress...
Oh be'.
Peggio per voi.

Ci sono cose che non amo.
Tra queste, per strano che possa sembrare, le manifestazioni d'affetto.
Non tutte ovvio, ci sono persone -una, due?- dalle quali le accetto volentieri, ma in generale non le apprezzo.
Mi imbarazzano, mi danno fastidio, mi fanno sentire come se dovessi qualcosa a qualcuno.
Forse sono cosi' abituata a star sola, per conto mio, che ormai qualunque spinta nella direzione opposta la trovo inopportuna.
Purtroppo -colpa mia- qualcuno e' venuto a sapere che nelle prossime settimane compiro' gli anni.
Purtroppo -di nuovo- a questo qualcuno e' venuta l'idea di organizzare una festa.
Ci siamo gia' chiariti di persona con questo qualcuno, ma preferisco dare al messaggio la massima diffusione possibile.
Guai a voi.
E, comunque, tanto per star tranquilla io non ci saro'.
Bye.

Per il trasporto su lunghe distanze.

Per le distanze medio brevi.

Per le distanze brevi.
Sembra tanto difficile?

Sono bastati due giorni di blocco dei trasporti ed ecco i risultati.
Il presidente di Confindustria che sclera, schiuma e se potesse invocherebbe l'intervento dell'esercito pur di non veder fermare il prezioso giocattolone dell'economia.
La gente che teme di restare senza cibo e bevande ma -soprattutto- senza benzina.
Le code, gli accaparramenti, le provviste esagerate, le taniche di plastica per il gasolio nel bagagliaio.
Un noto editorialista del Corriere che dalle sue colonne scrive "non si puo' bloccare in questo modo un Paese sotto Natale".
Scrive proprio cosi': "sotto Natale".
Gente che cade dal pero e s'impanica, come se non si fosse mai saputo che dipendiamo in tutto dai trasporti su gomma, i quali a loro volta dipendono dalla disponibilita' di petrolio.
Un altro paio di giorni cosi' e leggeremo delle risse al supermercato, degli accoltellamenti al distributore.
I camionisti stanno suonando la sveglia a un Paese che finora non ha fatto che dormire.
Lo stanno facendo per meri interessi personali e corporativistici certo, ma lo stanno facendo.
Peccato che poi, finita la protesta, le cose torneranno alla normalita' e tutti dimenticheranno tutto fino alla prossima volta.
Siamo in Italia, dopotutto.

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La cerchia delle montagne che risplende nell'aria limpida, la brezza tesa che fa garrire la bandiera, il sole freddo di novembre.
Dalla balconata della collina sotto lo sguardo lei, col Valentino, il Po, Palazzo Madama, piazza Vittorio.
Coi portici, le vie, i corsi tutti cosi' ordinati, squadrati, razionali.
Slanci sempre contenuti, eleganze nascoste, grigiori malcelati.
Terra di rivoluzioni silenziose e incompiute, di gente che ben comincia ma poi si ferma a meta' dell'opera, perche' nel frattempo le idee si sono involate alla ricerca di pastoie meno strette, di sonni meno pesanti, di ribalte piu' illuminate.
Luogo di gioie contenute e dolori composti, quasi che l'orlo delle montagne che la cingono facesse da catino anche per le emozioni oltre che per le nebbie, impedendo loro di sfogarsi, dilagare e infine disperdersi.
Pudore e riserbo che contagiano chiunque venga ad abitare qui, e mi raccontano che i vecchi immigrati accompagnando la salma d'un parente in meridione vestono il lutto e inscenano la disperazione solo quando son quasi arrivati perche' qui no, qui non si fa.
Citta' che somiglia alle sue vecchie zitelle, che in tanti vollero ma nessuno si piglio' perche' in fondo non volevano loro stesse esser pigliate.
Luogo dei padri, dei nonni e di chissa' quanti prima di loro, sempre uguali in quel misto di slancio e ripiego in se' stessi, di brevissimi acuti e interminabili adagi.
Con quella bandiera sulla quale potrebbe campeggiare quella frase a buon diritto unico vero motto di questa citta' che tanto mi somiglia.
Non esageriamo, per carita'.
Esageruma nen.

(FotoChrome)
Il ciclista italiano e' un temerario,
che va in giro di notte d'inverno senza luci e col giubbotto nero.
Il ciclista italiano e' uno spirito libero,
che pensa che i semafori non siano affar suo.
Il ciclista italiano e' immortale,
e infatti non indossa mai il casco.
Il ciclista italiano e' il padrone della strada,
per questo puo' andare affiancato ad altri tre, quattro come lui.
Il ciclista italiano e' un pedone,
quindi puo' correre sui marciapiedi e sotto i portici.
Il ciclista italiano se ne frega delle mode,
ma sogna la bici a ruota fissa che fa tanto bike messenger.
Il ciclista italiano e' spesso arrogante,
e se gli fai notare queste cose s'incazza.
Sara' perche' in fondo, nonostante le due ruote,
e' sempre rimasto automobilista.

Essere liberi non vuol dire poter fare le cose che ci piacciono, ma poterle fare quando ne abbiamo voglia.
Per questo motivo se una sera non mi va d'uscire non esco, e se una mattina non mi va di cambiarmi e far foto non lo faccio anche se far queste cose di solito mi piace molto
Nessuno e' realmente obbligato a fare qualcosa, o quantomeno nessuno e' realmente obbligato a fare quello che dicono gli altri.
Se qualcuno ci puo' obbligare a fare quello che vuole lui di solito e' perche' noi gli abbiamo permesso di farlo.
Neanche i bambini fanno tutto quello che si dice loro di fare, perche' mai dovrebbero farlo degli adulti?
Semplice: perche' gli adulti spesso svendono la loro liberta' in cambio di qualche promessa.
Di sicurezza.
D'amore.
Di quieta vita.