La perfezione non e' di questo mondo.
La felicita', a volte, sí.
"Le persone cosi' pazze da pensare di poter cambiare il mondo sono quelle che lo cambiano."
Un'amica mi scrive, e mi chiede cosa faro' nel fine settimana.
A pensarci bene ci sono diverse cose che potrei fare.
Potrei farmi per una volta i peli in modo decente, prepararmi, truccarmi, vestirmi e magari sabato sera uscire. Torino o Milano, l'unica differenza sarebbe la durata del viaggio. Oh certo, non per andare a spasso o in posti "qualunque", che da tempo ho deciso che non fa per me, ma locali carini senza scadere nel cattivo gusto e amiche disponibili ad accompagnarmici ce ne sarebbero.
Potrei anche decidere di restare a casa, o vedere qualche amica qui a Torino, oppure andare in qualche posticino con Daniela, a far foto o semplicemente a star cosi', facendo finta di vivere qualche momento al femminile come se fosse vita normale, di ogni giorno.
Potrei, certo, ma non voglio.
Sara' che mi sembra tutto cosi' inutile, vano, sara' che non ho piu' le dovute, giuste motivazioni, facendo tutto questo mi sembrerebbe di fare un giro in giostra, e nulla piu'.
Sali, ti diverti cinque minuti, scendi e la cosa finisce li'.
Mi sto impigrendo, forse, ma sbattermi tanto per passare qualche ora in giro non mi attira piu' come una volta.
Tantopiu' che questo modo di fare non porta alcun cambiamento significativo nella mia esistenza.
No guarda cara amica mia, questo fine settimana sabato si va a dormir presto e domenica si va in montagna con Daniela e il cane.
Non lo so perche', ma mi pare una bella cosa da fare, ecco.
E se domenica piovesse?
Pazienza.
Viste da fuori, noi uomini-che-si-vestono-da-donne siamo piu' o meno tutte uguali.
Illusione: magari fosse cosi'.
Sul gradino piu' basso della scala ci sono quelle che lo fanno solo di nascosto, da sole e che se pubblicano foto su internet lo fanno nascondendo il viso e spesso presentandosi vestite da porcone, sfoggiando un guardaroba costituito perlopiu' da capi di biancheria intima da sex-shop.
Appena sopra ci sono quelle che si nascondono sempre ma almeno si vestono in modo quasi normale, magari fregando qualche gonna alla moglie, o qualche vestito.
Ma il vero salto di qualita' e' mostrare il viso in fotografia, e quelle che hanno il coraggio di farlo si sentono un gradino piu' su' di quelle che invece non lo fanno. Niente di male in questo, per carita', chi si prende qualche rischio in piu' e' giusto che ambisca a vedersi riconosciuto qualche merito.
Anche qui ovviamente c'e' chi il viso lo mostra vestita in modo normale e chi continua a vestirsi da porcona, ma tant'e', i gusti sono gusti.
Non parliamo poi di chi pubblica foto sulle messaggerie a sfondo sessuale per promuovere incontri. Ah, quelle le guardano male tutti perche' sono "quelle che rovinano la reputazione della categoria", ma quale categoria poi, che trovarne due e metterle d'accordo e' un'impresa mica da ridere.
Comunque continuiamo a salire la nostra scala ideale, e il prossimo gradino che ci troveremo ad affrontare sara' l'uscire di casa vestite da donna.
Eh, si'.
Comunque la si metta, l'uscire o meno segna uno spartiacque che spacca in due il gruppo gia' frammentato per conto suo. Chi esce spesso insiste con chi non lo fa perche' lo faccia, e chi non lo fa finisce col sentirsi in colpa per non aver il coraggio di farlo.
Come se non bastasse l'uscire come elemento di divisione, ecco che saltano su' quelle che lo hanno detto alla moglie, alla fidanzata o all'amica, che spesso insisteranno con chi non l'ha fatto affinche' lo faccia. Non importa se hai tre figli e vivi in un paesello in cui tutti sanno tutto di tutti: "devi" dirglielo perche' blah, blah, blah...
Ovvio che tra quelle che l'hanno detto a qualcuno poi scatti la competizione: "Eh ma tu l'hai detto solo alla moglie, io l'ho detto pure agli amici!" "Ah se per questo io l'ho fatto capire anche ai colleghi!" "E io? Lo sa praticamente tutto il condominio! Ho pure dato una festa presentandomi en femme!".
Eh, insomma, di gradino in gradino i motivi di divisione non mancano mai.
Ovviamente l'apice della scala e' occupato da chi vive nella cosiddetta modalita' "24/7", che vuol dire ventiquattro ore al giorno sette giorni su sette en femme, cioe' vestita da donna. Siamo a questo punto ormai molto, molto vicini alle trans vere e proprie, e l'unica differenza e' l'assunzione di ormoni e gli eventuali interventi chirurgici. Ovvio che sul discorso "ormoni si, ormoni no" e "tette rifatte si, tette rifatte no" si scatenino diatribe in cui le due parti si contendono a morsi il diritto di sentirsi nel giusto.
Trasversalmente a tutte queste categorie ci sono poi i gruppi creati dalle preferenze sessuali: chi vuole solo uomini, chi solo donne, chi entrambi e non capisce perche' gli altri due gruppi siano cosi' chiusi nelle loro convinzioni.
Insomma: altro che tutte unite, tutte d'accordo: qui ci sono piu' caste che in India.
Caste nel senso sociale, eh, che se poi andiamo a vedere sotto le lenzuola...
Chi e' contento non si lamenta.
Affermazione indiscutibilmente vera direi, dalla quale con un minimo sforzo se ne puo' estrapolare un'altra, e cioe' che chi si lamenta lo fa perche' non e' contento. Piano pero' con la logica, che vive in un mondo suo avulso da quello reale, in cui vero e falso possono essere entrambi attributi di una stessa preposizione a seconda del punto di vista di chi giudica.
Comunque io vedo in giro un sacco di gente che si lamenta di qualcosa.
A parte i professionisti della lagna, quelli cui per principio nulla va mai bene e che trovano sempre modo di mettersi in conflitto con qualcuno, c'e' un diffuso malcontento. Ora, senza volersi mettere a discorrere di massimi sistemi (politica? economia? etica?), le cose che piu' ci tangono di solito sono quelle piccole ma vicine.
La moglie (marito) rompiballe, gli odiosi vicini, gli infidi colleghi, il traffico impazzito, il tempo che si guasta nel weekend.
Da qualche parte nell'artico si stanno sciogliendo chilometri cubi su chilometri cubi di ghiaccio e se va avanti cosi' ci troveremo prima o poi il mare sulla porta di casa pur abitando in pianura Padana, ma le cose che preoccupano sono quelle piccole e vicine.
Cose futili, certo, ma ben presenti nella vita di ognuno.
Eppure ciascuno di noi la sua vita se l'e' entro certi limiti scelta, costruita, plasmata sulla base della propria personalita' e delle proprie azioni.
E allora forse non e' mica colpa dei vicini, dei parenti, dei colleghi, no.
E' che non ci sopportiamo neanche da soli, figurarsi se siamo disposti a sopportare gli altri.
Cosa spinge una come me ad andare in analisi?
La percezione di avere un problema? O la semplice curiosita' di voler trovare un perche'?
Una sensazione di disagio, un senso di colpa? Il sentirsi fuori posto o in qualche modo "sbagliate"?
L'analisi costa, non ci si va tanto per sfizio, eppure chi ci va raramente sa perche' e spera anzi di scoprirlo strada facendo.
Ma allora perche' lo fa?
Perche' non e' felice.
Chi e' felice non ha bisogno che qualcuno gli spieghi il come e il perche'.
Chi e' felice non perde tempo a cercar di capire perche' e' felice, e chi cerca di capire come essere felice raramente lo diventa.
L'analisi e' la risposta a una domanda inespressa, la speranza di scoprire il perche' della propria infelicita' e auspicabilmente di trovare modo per sanarla.
Ma, l'avrete capito, spesso la risposta non arriva.
Si costruiscono giustificazioni per il proprio essere, si cercano motivazioni, se ne parla -e gia' parlare di se' a qualcuno che ascolti oggi e' cosi' raro che tocca pagare, per farlo-.
Ma alla fine, chiusa alle spalle la porta dello studio, si torna a casa piu' o meno come prima.
Anzi no, ci si convince di star meglio, si, si, sto meglio, ho capito, e' servito, ho speso bene il mio tempo, i miei soldi, le mie energie.
E sei felice ora?
Mah, chissa'.
E tanto valeva allora...
Lasciamo perdere, che e' meglio.
Come l'anno scorso, anche quest'anno ci sara' chi mi scrivera' facendomi gli auguri per l'otto marzo.
Mi fa piacere riceverli, per carita', e non li rispedisco certo al mittente, ma a ben pensarci mi rendo conto che io dopotutto vivo una condizione femminile assai atipica, e che di questo modo di essere tendo a vivere solo i lati migliori e piu' ludici, se vogliamo.
Ben vengano gli auguri quindi, ma permettetemi di girarli almeno idealmente a tutte quelle che di essere donne in certi contesti farebbero anche a meno, ogni tanto.
A tutte quelle che sono discriminate, sfruttate, sottopagate, oppresse e tenute sullo scalino piu' basso della scala sociale. A quelle che faticano, che sudano, che patiscono la sete, la fame, il freddo. Che tirano avanti nonostante tutto, e che se fossero nate uomini se la passerebbero di gran lunga meglio.
A quelle che soffrono per le malattie, le carenze, le guerre e i mille altri malanni di cui il mondo e' prodigo nei confronti di chi gia' non sta tanto bene.
A quelle che mi guarderebbero strano se dicessi loro che vorrei essere come loro, e che farebbero cambio al volo e senza pensarci tanto su'.
A quelle che vivono sotto una tenda, o in una casupola di fango e paglia, o in un monolocale arredato del quale a malapena riescono a pagare l'affitto.
A quelle che non stanno poi cosi' male solo perche' ormai si sono abituate, e neanche ci sperano piu' in una vita migliore.
A tutte quelle che dell'essere donna hanno sempre vissuto il lato peggiore, fatto di violenze, fatica e indifferenza.
A loro, che un sorriso te lo regalano sempre e comunque perche' a differenza di me non si limitano a "sentirsi" donne.
Lo sono.
Auguri.
Conoscere a fondo una persona e' impresa che spesso richiede tutta una vita, e in certi casi neanche basta.
Capire cosa ci possa essere dietro il comportamento di un uomo che ami travestirsi da donna e' molto difficile, perche' le motivazioni e le aspettative sono diverse da individuo a individuo, e le eccessive semplificazioni sono spesso dannose per chi le subisce.
Cosi' come chi prende la patente non necessariamente lo fa per diventare un pilota di formula uno, o come l'acquisto di una bici da corsa non implica l'obbligo di correre il giro d'Italia, il semplice fatto di apprezzare allo specchio la propria immagine femminile non significa dover stravolgere la propria vita da un certo punto in poi. E' abbastanza raro che in chi ama truccarsi e vestirsi come una donna si celi una vera donna mancata: piu' spesso si tratta di esprimere una parte di se' che nella vita viene costantemente repressa, e che proprio per questo motivo emerge con forza nelle poche occasioni in cui e' consentito liberarla.
Le integraliste dell'outing a ogni costo, quelle del "tutto o niente" secondo le quali bisogna uscire, farsi vedere, esporsi comunque e sempre mi ricordano un po' quegli ufficiali che, usciti di slancio dalla trincea, si girano e si accorgono che il grosso della truppa e' rimasto al riparo e non partecipa all'assalto, e allora si rendono conto di due cose.
La prima, che le masse difficilmente hanno lo slancio dei singoli, e che alla maggior parte della truppa importa poco o nulla della guerra in corso, anzi sarebbero stati piu' volentieri a casa.
La seconda, che loro ormai sono li' esposti e indietro non si torna, motivo per cui si arrabbiano cominciando a imprecare un po' con tutti.
Poi dopo aver imprecato ben bene spesso s'immolano per la causa, solo in senso metaforico per fortuna.
Ma mica poi tanto, metaforico.
In un mondo in cui la realta' dei fatti conta meno delle definizioni che se ne danno non ci si dovrebbe stupire piu' di nulla.
Neanche di scoprirsi a pensare che se l'arrampicata sugli specchi fosse disciplina olimpica molte "ragazze" come me potrebbero legittimamente aspirare a un posto sul podio.
I gusti sono gusti per carita', e su quelli in materia sessuale ci si dovrebbe astenere da qualsiasi discussione, ma non e' di questi gusti che vorrei parlare, ma del modo in cui essi vengono definiti.
La mia evidente ristrettezza di vedute unita a un genetico pragmatismo sabaudo mi porta infatti a ritenere omosessuale il rapporto tra due persone di sesso maschile, e il fatto che uno di loro o entrambi indossino trucco, parrucca e indumenti femminili non mi porta a ricredermi e a cambiare idea: da un punto di vista puramente "tecnico" sempre di rapporto omosessuale si tratta.
Eppure dovreste vedere con quale energia degna di miglior causa molte che sono solite praticare questo genere di rapporti amino definirsi "lesbiche", e come la quasi totalita' di coloro che svolgono ruolo attivo nei medesimi insistano nel credersi "etero".
Ammettere la propria omosessualita' -o bisessualita', che poi e' la maggioranza dei casi- sembra essere l'ultima cosa che passa per la testa di certe persone, che spesso nelle chat si trincerano dietro un "solo sorelline" quando -fidatevi- non ho mai conosciuto una sorellina che fosse priva degli attributi maschili.
Molte che scapperebbero davanti a un maschietto sarebbero invece ben felici di cadere tra le sue braccia quando questi si presentasse depilato, truccato, vestito a modo e con una parrucca carina. Si obiettera' che la forma in certi casi vale piu' della sostanza, ma vi posso assicurare che e' proprio sulla "sostanza" che molte si avventerebbero golose dopo i primi dieci minuti.
E allora?
E allora niente: lo sport del nascondino praticato dietro un dito e' diffuso in tutte le tipologie sociali, e non vedo perche' proprio noi dovremmo fare eccezione.
Con buona pace delle lesbiche e dei gay "veri", che per poter portare a testa alta proprio quella definizione di cui alcuni abusano e che altri invece aborrono hanno fatto le loro belle battaglie con perseveranza, e con quel pizzico di onesta' che a noi invece tante volte manca.
A ben pensarci, aveva ragione lei.
La signora grossa grossa che ogni sera veniva a sedersi al dehor dell'albergo di montagna mentre l'estate sgranava gli ultimi giorni del suo rosario vacanziero. Quella infagottata in quei vestiti ampi e fuori moda, con l'immancabile k-way azzurro a coprire il tutto, che a vederla veniva da pensare a una mica tanto a posto, una di quelle signore gia' avanti negli anni che con la testa non ci stanno piu' ormai.
Eppure lei non era una poveraccia, una stracciona, una vagabonda.
Era, anzi, "una che sta bene", con la casa di proprieta' a pochi metri dall'albergo e la residenza a Ginevra gran parte dell'anno, una che di certo problemi di soldi non ne aveva e che se andava in giro cosi' lo faceva per vezzo, per abitudine, o per convinzione.
Ma la piccola folla di vacanzieri della settimana a pensione completa e-speriamo-che-ci-sia-il-sole la guardava comunque con diffidenza e raramente scambiava con lei piu' di un saluto. Fu Daniela, al solito, che attacco' bottone perche' si ricordava di lei a distanza di nove anni, tanti ne erano passati dal nostro precedente soggiorno in quell'albergo.
E cosi' avemmo modo di apprezzare il suo personalissimo intercalare, quel tormentone sulle prime un po' qualunquista e vago che ritornava cosi' spesso nei suoi discorsi.
"E' tutta una recita, e' tutto un teatro."
Si riferiva, l'avrete capito, un po' a tutto. Tutta una recita, tutto un teatro. Tutto un affastellarsi di ruoli, personaggi, parti cui attenersi e vite a soggetto. Una recita della quale gli stessi attori sono in gran parte inconsapevoli, perche' la chiamano "realta'" quando l'unica realta' e' quella che viene tenuta ostinatamente dietro le quinte perche' fa paura.
E' tutta una recita, e' tutto un teatro.
Lo so bene io che e' vero, io che ogni tanto mi prendo il gusto di cambiar personaggio e vedo come cambia la gente nel suo interagire con me. Lo so bene che e' questione di costume, di cerone, di trucco e di cipria.
A giocar col copione della vita si scoprono cose interessanti e a volte inattese.
Ad esempio che e' tutta una recita.
Tutto un teatro.
Ebbene si', lo ammetto: e' da un po' che non esco "en femme".
Molti associano questo rifiuto di uscire all'idea di "crisi", ma io non sono d'accordo: non mi sento affatto in crisi.
Crisi e' quando si rifiuta la propria parte femminile, si buttano via guardaroba e beauty case e magari ci si mette in testa di sposarsi e diventare responsabili padri di famiglia, tanto per rifarsi una verginita' agli occhi del proprio io.
Crisi e' quando si smette di scrivere e pensare al femminile, quando le amiche di ieri diventano delle "poverette ancora schiave di quella ridicola perversione", quando i luoghi frequentati assiduamente diventano di colpo degli infrequentabili lupanari.
Oppure quando si smette di depilarsi, ci si fa crescere la barba e si assume un aspetto "virile" che non lascia spazio ai dubbi.
Ecco, io tutte queste cose non le sto facendo ne' pensando, e non mi sento per nulla in crisi.
Mi sono solo stufata di sbattermi ogni sabato sera per trovare un posto dove andare, prepararmi, uscire senza che nessuno mi veda, farmi il viaggio in macchina, star fuori la notte e tornare alle cinque del mattino, passando poi la domenica a sonnecchiare quando magari avrei potuto andare in montagna con Daniela e il cane.
Insomma: ho voglia di variare un po'.
Non sono mai stata una da vita notturna, e non lo sono certo diventata ultimamente.
Usciro' ancora in futuro, ma per adesso sto bene dove sono.
E, ovviamente, continuo a vivere al femminile quando posso.
Senza obblighi, senza costrizioni, facendo quello che mi sento di fare e quando mi sento di farlo.
Le altre facciano un po' come credono: dopotutto sono affari loro.