La perfezione non e' di questo mondo.
La felicita', a volte, sí.
"Le persone cosi' pazze da pensare di poter cambiare il mondo sono quelle che lo cambiano."
Accade ogni tanto che qualcuno mi scriva che comunico serenita'.
La cosa mi fa piacere, e sono lieta che questa sia l'impressione che do' di me stessa.
Non e' un tentativo il mio di edulcorare una vita difficile e contraddittoria parlandone solo in termini positivi: la mia vita sara' anche contraddittoria, ma non e' ne' spiacevole ne' tormentata, e soprattutto e' il frutto -entro certi limiti- di scelte compiute in modo consapevole e responsabile a suo tempo.
Ognuno di noi gia' solo per il fatto di nascere in un certo luogo e in un certo contesto sa che avra' un certo tipo di vita, ma per noi fortunati che bene o male possiamo scegliere -cosa che chi nasce nel terzo mondo o anche solo nel secondo difficilmente puo' fare- il tipo di vita che viviamo e' sempre piu' spesso la risultante delle scelte fatte giorno per giorno.
Io al momento sono contenta di come vanno le cose, e quindi comunico una certa serenita' perche' sono in pace con me stessa. Oh, certo, solo a volerle cercare le cose da migliorare non mancherebbero, ma il compromesso nel quale mi ritrovo a vivere e' ampiamente soddisfacente.
Fa specie invece leggere di tante persone che vivono situazioni difficili, sgradevoli o di autentica sofferenza indotte proprio dalle scelte fatte in passato. Non sto parlando di persone cui manchi qualcosa di fondamentale -in primis salute, denaro, affetti- ma di persone cui manca solo il coraggio di fare delle scelte diverse, e di cambiar vita secondo le loro inclinazioni e i loro desideri.
E' una questione di onesta' nei confronti di se' stessi, e non riguarda solo chi ha problemi di identita' di genere: riappropriarsi della propria vita dopo averla data a lungo in gestione a qualcuno richiede coraggio e decisione, che sono spesso proprio le cose che a molti mancano.
I risultati di questa carenza si trovano ovunque, non solo in rete.
Persone astiose, insoddisfatte di se', incapaci di rapportarsi in modo sereno con gli altri, sempre sulla difensiva e spesso all'attacco, che credono che il mondo intero ce l'abbia con loro e che si comportano di conseguenza: meglio perderle che trovarle, certe persone.
Anche perche' alla fine si scopre che non cercano qualcuno con cui relazionarsi, ma solo qualcuno su cui scaricare la propria rabbia.
Alla larga, sempre...
Le olimpiadi finiscono, le giornate si allungano e anche le temperature sembrano piu' miti.
Si tratta di tener duro ancora tre settimane e poi col passaggio all'ora legale inizieranno i sette mesi dell'anno che preferisco, quelli in cui c'e' abbondanza di luce e volendo si puo' andare ad allenarsi all'aperto subito dopo il lavoro.
Potro' anche riprendere la bicicletta per andare in ufficio, e pensare a qualche fine settimana con la tenda in montagna appena la neve se ne sara' andata. Insomma: un anno nuovo sta per iniziare e per una come me che adora la luce, il caldo e le belle giornate la voglia di lasciarsi l'inverno alle spalle e' tanta.
Latita invece la voglia di uscire "en femme", tant'e' che sara' quasi un mese che non lo faccio, ma sono certa che riprendero' a farlo non appena me ne tornera' la voglia, dopotutto non dev'essere un obbligo ma un piacere.
I rapporti con la mia parte femminile continuano ad essere buoni, nessuna rottura in vista. Con Daniela poi abbiamo appena festeggiato i dieci anni insieme, e meglio non potrebbe andare.
Le premesse per fare di quest'anno un bell'anno ci sono tutte, anche se la scaramanzia impone prudenza.
Staremo a vedere, per ora va bene cosi'.
Fin troppo.
Leggere le statistiche degli accessi ai miei siti ogni tanto mi regala autentiche soddisfazioni, specialmente quando scorro la lista delle provenienze dei visitatori, i cosiddetti "referer".
In questi elenchi e' possibile trovare da quale pagina internet e' stato effettuato l'accesso, e a volte non mancano le sorprese.
E' infatti capitato ultimamente che io sia uscita da un certo numero di siti e di community nei quali per vari motivi ritenevo ormai superflua, inutile o addirittura controproducente la mia presenza. Le modalita' dell'abbandono sono state quelle che ritenevo piu' opportune, senza cioe' suscitare polemiche, discussioni o litigi, senza innalzare proclami o critiche, ma semplicemente smettendo di partecipare.
La cosa ha suscitato un po' di fastidio in alcuni -quelli che comunque gia' mi vedevano come fumo negli occhi- ma in generale la reazione piu' comune e' stata di indifferenza, come dire "fa' quel che vuoi, a noi importa poco."
Messa cosi' la cosa potrebbe anche essere mortificante, e portarmi a credere che tutti i contributi dati -nel bene e nel male- durante la mia permanenza siano stati prontamente dimenticati, o non siano mai stati apprezzati da alcuno.
Poi pero' scorrendo la lista dei referer trovo numerosi accessi fatti proprio da quelle pagine che ho abbandonato, e non accessi sporadici e saltuari, ma pressoche' quotidiani.
E allora mi domando chi glielo faccia fare, a questi qui, di ritornare a trovarmi cosi' spesso.
Chissa', forse gli sto' simpatica.
Alcuni siti sui quali e' possibile pubblicare fotografie mettono a disposizione dei visitatori anche la possibilita' di votarle.
Qualche giorno fa l'amministratrice di uno di questi portali mi ha confidato di aver dovuto perdere un sacco di tempo per modificare il meccanismo di conteggio dei voti, onde ridurre l'effetto dei voti bassi dati apposta per fare dispetto.
Fosse dipeso da me avrei eliminato la possibilita' di votare, senza stare a pensarci tanto.
A ben vedere e' penoso che delle persone adulte si preoccupino di come le loro fotografie saranno votate da dei perfetti sconosciuti, e si affannino per quelle briciole di notorieta' che un punteggio alto consentirebbe loro di raccogliere nell'ambito del sito. E' patetico immaginare gente che la maggiore eta' l'ha raggiunta da un pezzo che con aria furtiva da' un voto infimo alla foto della concorrente per abbassarle la media e passarle davanti, o anche solo per farle una piccola cattiveria. E' ridicolo pensare che qualcuno possa prendere sul serio dei voti che contano quanto i soldi del monopoli, e permettono di fare piu' o meno le stesse cose, cioe' nulla.
Ma niente paura: tutti, anche i piu' livorosi, se interrogati in merito vi diranno che "e' solo un gioco".
E certo, lasciamoli giocare.
Su una community internet un ragazzo ha formulato una domanda imbarazzante, forse non rendendosi ben conto della portata del suo quesito. Ha chiesto come mai molte che si definiscono "donne da sempre" sono comunque sposate, hanno avuto figli e ora vivono situazioni di conflitto in famiglia a causa della loro condizione.
Attenzione: la domanda non e' "perche' vi piacciono le donne visto che vi vestite da donna", ma "perche' vi siete costruite delle vite da uomini con tanto di moglie, figli e ruolo sociale maschile."
Ecco, questa e' una cosa che spesso mi sono chiesta pure io a forza di sentir storie di famiglie in difficolta' a causa della disforia del coniuge maschio.
Io credo -ma si badi bene, e' solo la mia opinione- che questa "cosa" che e' la disforia venga sempre vissuta con disagio. Credo altresi' che a un certo punto molti si illudano di poter finalmente "guarire", "mettere la testa a posto" impegnandosi nel matrimonio e nella famiglia.
E il bello e' che sulle prime la cosa funziona a meraviglia: non c'e' piu' il desiderio di travestirsi e di farsi vedere vestite da donna, e la vita sembra finalmente avviata sui binari di una confortante normalita'.
Ma col tempo le cose cambiano.
Quella che sembrava una meravigliosa avventura, magari allietata dalla nascita dei figli, prima o poi presenta il conto. Quotidianita', noia, mancanza di stimoli: spesso quando i figli sono cresciuti, la casa e' a posto e la passione per la propria donna e' sfumata la disforia rialza la testa, e i vecchi desideri tornano a manifestarsi in modo prepotente.
Solo che adesso ci sono delle persone che ci credono in un modo, mentre in realta' siamo in tutt'altro.
Per anni abbiamo mentito a nostra moglie -e pure ai figli se ci sono- e le donne difficilmente transigono su una cosa del genere: possono sopportare molto e accettare quasi tutto, ma non la mancanza di sincerita' e la menzogna da parte del loro compagno.
E cosi' molte rifiutano questa parte sconosciuta e scomoda del loro marito, anzi tante ne fanno pretesto per liberarsi finalmente di un compagno che ormai ha stufato anche loro.
Certo sarebbe stato meglio dirglielo subito, prima di sposarsi: una donna innamorata e' piu' comprensiva di una annoiata da anni di convivenza, e comunque se non altro l'onesta' imporrebbe di esser sinceri da subito.
Ma questo non succede quasi mai, e la tentazione di tenere il piede in due staffe spesso la vince.
Ci pensera' il tempo a mettere queste signore di fronte alle loro responsabilita', con esiti spesso traumatici per le loro compagne.
E, quel che e' peggio, per i loro figli.
Orgoglio, coerenza, ideale.
O testardaggine, cecita', cicoria.
Era per difendere l'orticello dietro casa con la sua tenera e amara cicoria che questi valligiani salirono al colle dell'Assietta nel luglio del 1747? O era in nome di un ideale?
Certo fu perche' non volevano i francesi nelle loro vallate, ma anche perche' il regio esercito coinvolto sulla base di complicate relazioni diplomatiche nella guerra di successione austriaca ce li mando' senza tanti complimenti, lo volessero o meno.
Viene spesso rimproverata ai piemontesi una certa inerzia, un'indolenza pigra e congenita che li rende immobili e pensosi, veri e propri "bugia nen" come si dice in dialetto.
Ma quello che non tutti sanno e' che "bugia nen" non e' un aggettivo, ma un imperativo che nacque proprio su questi monti, e in quei tempi lontani. "Bugia nen" significa "non muoverti!", ed era il grido che spesso gli ufficiali rivolgevano ai soldati affinche' tenessero le posizioni.
"Arrivano i francesi!" "Bugia nen!"
"Sparano!" "Bugia nen!"
"Ci fanno a pezzi!" "Bugia nen!"
L'ordine cocciuto veniva ripetuto cosi' spesso che furono proprio i francesi a cominciare a chiamarli cosi' quei soldati che spesso tenevano la posizione fino all'ultimo. Gli stessi che i francesi avevano affrontato ai tempi dell'assedio di Torino quarant'anni prima, gli stessi che -assieme a tanti altri- avrebbero dato vita alle battaglie del Risorgimento, e che si sarebbero ritrovati secoli dopo sul Carso, sul Grappa, nelle sabbie e nelle forre dell'Africa settentrionale, o sul fronte del Don.
"Bugia nen", perche' quel coacervo di ideali e testardaggine, presunzione e altruismo, difesa del proprio orticello e senso di responsabilita' che era ed e' proprio di questa gente ne avrebbe rappresentato nei secoli il tratto distintivo, oltre che il groviglio di radici cui far attingere le nuove generazioni. Quelle radici che sono anche le mie, e delle quali vado fiera, nel bene e nel male.
Radici che affondano in queste vallate, in questi monti dai versanti scoscesi che raccontano a ogni passo la storia recente. Come a Maffiotto, sperduta frazione fantasma arroccata sui monti sopra Condove, in cui nel '45 arrivarono i tedeschi e portarono via tutti, incluso quel povero cristo che si sarebbe dovuto sposare il giorno dopo. O come quando da Ceres sali a Santa Elisabetta, nelle vicine valli di Lanzo, e scopri una radura tra i castagni in cui un'altra lapide ti racconta che li' gli stessi tedeschi fucilarono un numero imprecisato di partigiani, e tu ti domandi a cosa avranno pensato quelli li', e se avranno rivolto un ultimo sguardo al cielo attraverso i rami degli alberi o se piuttosto avranno chiuso gli occhi e ricordato un'ultima volta la Lina, la Ninetta, la Maria rimaste a casa. Perche' a differenza dei valligiani saliti all'Assietta loro nessuno li aveva obbligati a salire sui monti: dopo l'otto settembre del '43 nessuno li aveva presi per la collottola e spinti a rifugiarsi nei boschi. Ti domandi cosa ci facessero li', e chi ce li avesse portati, e come e' difficile capire per gente come noi cresciuta libera e senza che le mancasse nulla. Come e' difficile capire che qui non era piu' solo una questione di orticello e di cicoria da difendere, di testardaggine e orgoglio da salvare, ma una questione di coscienza, e di ideali.
Ideali, si', una parola che suona estranea alla nostra realta' quotidiana, ma ideali che avrebbero contribuito a creare un mondo in cui la gente potesse essere un po' piu' libera, e in cui a distanza di sessant'anni anche un cretino come me potesse svegliarsi un giorno e decidere di andarsene in giro vestito da donna senza che nessuno, o quasi, gli dicesse nulla.
Ed ecco che mentre il sentiero si inerpica per l'ultimo strappo e il cuore sembra scoppiare nel petto mi par di capire -o di intuire, meglio- che il passato, le radici, la storia sono il nostro punto di partenza, ma che da qui in poi siamo soli e sopra di noi c'e' solo cielo.
Lo stesso cielo azzurrissimo e profondo che mi si apre davanti appena esco dalla macchia di alberi, e vedo sopra di me il bianco abbacinante della croce.
***
E cosi' eccomi in cima, a riprender fiato osservando Torino. Aspetto che le pulsazioni si normalizzino, e intanto mi domando cosa c'entrino tutti i pensieri che mi hanno accompagnato fin qui con la mia condizione, con la mia natura, col mio modo di essere.
Pensieri tutti rivolti al passato, perche' il futuro mi appare incerto e io stessa non so quale strada prendere, giunta all'ennesimo bivio in cui la vita bene o male mi costringe a scegliere. Ma uno dei trucchi per non perdersi e' proprio guardarsi spesso indietro per ricordare da quale direzione si proviene, e io fin qui mi sono guardata indietro mentre ripercorrevo una storia che e' si' quella della mia terra ma, inevitabilmente, e' anche la mia.
Sono successe molte cose da quando un anno fa terminavo di scrivere il primo racconto in cui parlavo di Anna e Marco, e cioe' della mia parte femminile e di quella maschile. Ho conosciuto molta gente, ho stretto e sciolto amicizie, ho scritto, mi sono fotografata, sono uscita. Ho avuto modo di comprendere e vivere piu' da vicino la realta' di tante altre persone come me, trovandomi a volte in accordo, spesso in disaccordo, sentendomi a volte affine ma piu' spesso diversa da tutte quelle ragazze che via via conoscevo.
Sara' per via delle diverse storie personali, sara' per via delle diverse radici.
Ho incontrato il delirio di onnipotenza di chi vuol essere a tutti i costi piu' donna delle donne, e le vuole battere sul loro stesso terreno non rendendosi conto che donna vera non sara' mai. Ho visto da vicino la lucida follia di chi si distacca giorno per giorno dalla realta' senza rendersi conto che non avere limiti e' spesso assai peggio che averne di troppo stretti. Ho sentito su di me la rabbia e l'amarezza di chi si sente rifiutata e discriminata da un mondo che il piu' delle volte e' indifferente, ma che ogni tanto sa essere autenticamente malvagio. La stessa rabbia e la stessa amarezza che mi sono state riversate addosso da chi ha fatto scelte dalle quali ormai non c'e' piu' ritorno, e che non ha l'umilta' di ammettere che, forse, sarebbe stato il caso di pensarci un po' meglio prima.
Ho raccolto le confidenze e le parole di speranza di chi mi vedeva come un esempio da seguire, e i complimenti smaccati e falsi di chi voleva solo aggiungere il mio nome alla lista delle sue conquiste. Ho provato l'ansia e la paura di farmi vedere in giro vestita da donna, e quella sensazione di malinconica disperazione che ti coglie quand'e' il momento di togliere la parrucca. Ho letto negli occhi degli altri ammirazione, invidia, disprezzo, desiderio, indifferenza e derisione. Tutte queste cose le ho viste, sperimentate, provate.
E quando mi sono trovata davanti al bivio mi sono guardata indietro, e ho ripercorso la mia storia nel tentativo di capire chi ero per poter finalmente decidere chi volevo diventare.
Nel farlo ho visto un filo rosso che lega tutti i momenti fin qui vissuti, e da' loro un senso in una prospettiva piu' ampia. Tutti i tasselli si sono disposti nell'ordine giusto, e tra questi c'era anche Anna: c'ero io.
Ma io, Anna, sono una parte e non il tutto.
Perche' quello che sono e' la visione d'insieme di chi sono stata, e di chi saro'. Di tutti quei momenti vissuti nel passato, di quelli che vivro' nel futuro e di questo che sto vivendo ora. Posso essere tante persone diverse, bambino, adolescente, uomo, donna, maschio, femmina, ma alla fine saro' sempre io.
Non saro' mai una donna cosi' come non saro' mai un montanaro, perche' sono nato e cresciuto in citta', ma Anna e il suo mondo resteranno il mio luogo dei sogni, nel quale ogni tanto mi rechero' in visita cosi' come mi reco in visita ai monti nelle belle giornate.
Mi alzo, mi guardo intorno.
Lo sguardo spazia dal Monviso all'Orsiera, dal Rocciamelone al Gran Paradiso, fino al Rosa.
Su molte di quelle cime sono stata, sulla maggioranza non andro' mai.
Ed e' giusto cosi': restera' sempre spazio in quelle valli, su quelle vette, tra quelle pareti per far volare i miei sogni e farli vivere, cosi' come ci saranno sempre sere in cui far vivere e sognare Anna.
Mi volto e comincio a scendere, lasciando un sorriso sospeso tra il verde dell'erba e il bianco della croce.
***
Una parte del tutto, un silenzioso affresco.
Poter amare senza possedere, essere senza apparire.
Questo conta.
Sognando, scoprire che la felicita' esiste.
A volte, si'.
***
Una parte del tutto
di Anna73
A Daniela, compagna di sempre, e per sempre.
Mentre salgo il respiro si fa piu' frequente e i pensieri vagano liberi. E' una forma di meditazione questo salire: sbaglia chi crede che "meditare" voglia dire arrovellarsi, pensare intensamente, magari nel tentativo di risolvere un problema. Quello e' il significato che spesso si attribuisce erroneamente alla parola "meditazione", che invece vuol dire svuotare la mente, lasciare che i pensieri fluiscano liberi e pian piano ammutoliscano, fino a raggiungere il silenzio interiore.
Quel silenzio interiore che alcuni temono perche' e' cosi' simile alla morte, e che altri invece cercano perche' lo considerano una tappa fondamentale sulla via dell'illuminazione. Un silenzio che sui monti e' facile trovare, cosi' come e' facile ascoltare le mille storie che di silenzio parlano, e di morte.
Si tratti della morte di sconosciuti o di quella che porta via i tuoi amici, sui monti le storie che parlano di lei abbondano, cosi' come le lapidi e le croci che ricordano che quel pendio fiorito e' stato gravido di neve, o che quella parete, quel versante che intiepidisce al sole delle belle giornate come questa sono stati lo scenario di una muta tragedia. E allora mi ritorna in mente quel giovane padre che per ringraziare della nascita del secondo figlio decise di portare un mazzo di fiori alla Madonna del Rocciamelone, in pieno inverno. Solo che in cima non arrivo' mai, perche' poco sopra quota tremilacento scivolo' sullo scosceso versante est, e andarono a prenderlo due giorni dopo tanto era impervio il luogo. Mi ritornano in mente volti noti, come quello di un ragazzo che conobbi al corso d'arrampicata del CAI e che di li' a pochi anni sarebbe morto precipitando con un elicottero nei pressi della punta Ramiere, poco dopo che era riuscito a diventare guida alpina coronando il sogno di una vita. Oppure quella comitiva di francesi che partirono alle quattro del pomeriggio -le quattro del pomeriggio!- dal rifugio Guide d'Ayas per tentare la traversata verso il Sella con un meteo orrendo, e li trovarono giorni dopo sotto la cresta del Castore, quella lama di neve e ghiaccio curva come la scimitarra di Allah e affilata come la spada dell'arcangelo Gabriele sulla quale ebbi la ventura di trovarmi un giorno, a piu' di quattromila metri di quota. E tutte, tutte le volte gli avvoltoi, le iene capaci solo di parlare e parlare giu' a discutere, a cercar di capire dicono loro, in realta' a dirti che a loro non sarebbe successo perche' loro sono piu' prudenti, preparati, assennati, esperti. E tu, tu che nella tormenta a quattromila metri ci sei stata, tu che hai disperato di portare a casa la pelle, tu che ti sei trovata persa in un gelido universo urlante di bianco e di vento, tu vorresti poterglielo gridare, a quei soloni, di star zitti, di tacere perdio! Di rispettare almeno i morti, che se hanno deciso cosi' un motivo ci sara' stato, ed e' inutile mettersi a discutere, argomentare, trarre conclusioni. Basta, basta! gli urleresti, lasciateli in pace! Tu lo sai che in quei momenti il giudizio si appanna, e le preghiere affiorano sulle tue labbra anche se non credi. Ah, quante avemaria quella volta! No padrenostro, no, che la gente di montagna ha una sua devozione per la Madonna, anche se non crede, anche se poi bestemmia, anche se e' atea. E quante volte quel nome, quella preghiera cosi' speciale, forse perche' finisce invocando quell'ora della nostra morte che sui monti a volte sembra cosi' vicina!
Il silenzio e la pieta', nient'altro dovrebbe restare.
Ma io dal silenzio sono ancora lontana, e mentre salgo penso, penso, penso.
A questa mia vita, a questa mia dualita' che mi porta cosi' spesso a scrivere e pensare al femminile anche se donna non sono. A questo rapporto indissolubile che lega il mio essere uomo al mio essere donna, e a quanto questa condizione abbia pesato sulle mie scelte e in definitiva sulla mia stessa vita. A quanto abbia fatto, e a quanto resti ancora da fare alla ricerca di un equilibrio, di un compromesso che sia soddisfacente e al tempo stesso duraturo.
Fossi nata o diventata donna potrei essere su uno di quegli autobus che corrono a fondovalle, magari ad accompagnar comitive ai siti olimpici, oppure a casa ad accudir bambini, o in ufficio a lavorare. Chi lo sa, chi puo' dire come sarebbero andate le cose. Magari sarei esattamente dove sono ora, e starei salendo per lo stesso sentiero: nessuno puo' sapere cosa sarebbe successo se tutto fosse stato diverso, e non ha neanche senso chiederselo a meno di non voler perdere tempo in fantasiose congetture.
Ma ecco che dietro a me un tizio che ho superato poco fa dev'esserci rimasto male e cerca di recuperare, sbuffando e arrancando affannato. Mi da' fastidio sentire qualcuno che cerca di superarmi, ma per una volta resisto alla tentazione di allungare il passo. E' un istinto forte quello che mi spingerebbe a farlo, lo stesso che mi porta ad accelerare quando qualcuno si fa sotto con la macchina, anche se non ho fretta. Lo stesso che spinge chi e' fermo sul bordo del sentiero a ripartire poco prima che io arrivi, perche' non gli passi davanti. E' un istinto stupido eppure potente, ma oggi cerco di tenerlo a bada. Un bivio mi da' la possibilita' di togliermi di torno l'importuno portandomi su un ramo poco frequentato del sentiero, lasciando che lui sfili lungo la via consueta.
Di colpo ritrovo la tranquillita' e il buonumore, e penso a quanto questo valga anche nella vita, quando hai qualcuno che ti spinge e ti porta a fare cio' che non vorresti. Quando ti metti in competizione con gli altri, e fai cose che non avresti mai fatto solo per non ceder terreno, per non darla vinta. Vedi gli altri che fanno quel che tu non fai, e allora saresti tentata di farlo anche tu: l'istinto ad emulare e' forte anche se in cuor tuo senti che sbaglieresti. Ma se resisti quel tanto da lasciar passare il momento critico allora riprendi il tuo passo, e ritrovi la serenita'.
In montagna cosi' come nel deserto impari quanto sia importante saper tornare indietro se non hai la certezza che la strada che stai percorrendo sia quella giusta. E succede anche qui, oggi: imbocco un'altra diramazione del sentiero, ma mi accorgo che mi porta in una direzione che non e' la mia e allora torno sui miei passi ritrovando la traccia giusta. E' un gesto semplice, all'apparenza ragionevole, ma per nulla facile perche' per tornare sui propri passi bisogna prima di tutto ammettere di aver avuto torto, di aver sbagliato. Quante volte mi e' capitato di imboccare una pista sbagliata, e quante volte ho allungato percorsi semplici e brevi proprio per non aver saputo tornare indietro. Ma quante volte nella vita si riesce ad avere l'umilta' di tornare sui propri passi, di ammettere l'errore? Poche, troppo poche. Troppo orgoglio, troppa cocciutaggine, troppa poca umilta'. E nell'errore spesso si persiste fino alle estreme conseguenze, facendo passare per orgoglio la testardaggine, per coerenza la cecita', per ideale la cicoria.
(...)
Dal mio sentiero posso godere di un punto di vista privilegiato sulla bassa valle. Ho passato da poco il santuario di sant'Abaco, patrono dei febbricitanti, e pian piano il panorama si apre. Ti chiedi chi mai potesse essere codesto Abaco, che non e' certo un nome diffuso da queste parti, e cerca cerca scopri che veniva nientemeno che dall'Asia Minore, cioe' dall'odierna Turchia. Un santo extracomunitario ante litteram, con una predilezione per i sofferenti di febbre che sulle prime e' difficile da motivare.
E allora qui per capirci qualcosa devi tornare indietro nel tempo, perche' in questa valle in cui oggi passano una ferrovia, un'autostrada e due statali nel corso dei millenni c'e' stato di tutto, a cominciare dal mare.
Ci fu un tempo in cui tutta la pianura era coperta da un caldo mare tropicale, dai fondali bassi e ricchi di vita. Pare terminasse nei pressi del Villar Focchiardo, i cui scogli alle pendici dei monti sono ancora li' a ricordare quei tempi. Ma dopo il mare vennero i ghiacciai, e la valle ne fu riempita fino a traboccare: nel loro lento muoversi pressarono e lisciarono le placche rocciose di Caprie, Borgone, Foresto, regalando ai futuri climber quell'arrampicata d'aderenza cosi' difficile, lieve, delicata. Scavarono i laghi d'Avigliana, e ritirandosi abbandonarono giganteschi massi erratici come quelli della vicina Villarbasse. E dopo i ghiacci venne il fiume, quella Dora Riparia che porto' con se' le paludi nelle quali sarebbero prosperate le zanzare, e con loro la malaria e le febbri. Febbre quintana, terzana, febbri ricorrenti: c'era poco da fare. Pregare, forse, ma tanto ai tempi si viveva poco, e di qualcosa bisognava pur morire. Votarsi a un santo, magari esotico, aiutava a sopportare e a sperare nel miracolo.
Lo sapeva bene questa gente che il fondovalle era pericoloso, e proprio per questo non ci passava quasi nessuno. Le vie di comunicazione erano tutte a mezza costa sui versanti del lato nord della valle, quello piu' esposto al sole. Basta andare a Celle per scoprire una straordinaria chiesa romanica che se non ha mille anni poco ci manca, posta proprio a lato di uno degli itinerari all'epoca piu' frequentati. E li' vicino la grotta del santo eremita Giovanni Vincenzo, quello che si fece a piedi la traversata da un capo all'altro della valle perche' il piano regolatore in paradiso era cambiato all'ultimo minuto.
Ma tutto qui parla di storia, non solo le chiese, gli antichi sentieri, le mulattiere disfatte dal tempo. E mentre salgo ancora e l'orizzonte si amplia ecco il gruppo montuoso dell'Orsiera, bianco di neve e aguzzo di innumerevoli punte. Le montagne piu' belle del mondo, mi verrebbe da dire, solo perche' sono le mie. Lo sguardo spazia e riconosce le tante cime sulle quali sono stata: il bifido Rocciavre', la maestosa Cristalliera, ricca di minerali che si potevano raccogliere ai suoi piedi nella vasta pietraia della Cassafrera, e poi la Malanotte, la punta Il Villano, l'Orsiera stessa, e via, via, fino al colle delle Finestre in un susseguirsi di rilievi minori e passi impervi che mettono in comunicazione con la vicina val Chisone.
Chi si domandasse il perche' di quel nome -"Finestre"- o il motivo per cui in val Chisone ci sia un forte proprio a Fenestrelle non dovrebbe pensare tanto alle finestre vere e proprie, ma ricordarsi del latino. E scoprire, magari, che Fenestrelle deriva da "finis terrae", cioe' fine della terra, del mondo. Piu' in la' nell'antichita' iniziava l'ignoto, la fine del mondo, la Gallia barbara e selvaggia.
Ma non e' solo l'histoire bataille, quella delle date, dei nomi, delle guerre che questa valle mi suggerisce, ma anche e soprattutto quella storia assai piu' modesta che e' mia, personale.
Sul fondovalle man mano che si risale verso i siti olimpici scorrono i nomi della mia storia privata, quella minimalista che ognuno porta con se', fatta di spezzoni d'infanzia e ricordi abbozzati, come in un sogno. E cosi' scorrono i nomi della Chiusa di San Michele, e di Vaie, che tanti anni fa ospitava uno dei rarissimi cinema della bassa valle, e poi Sant'Antonino, luogo in cui passai alcune delle estati piu' belle della mia eta' piu' verde. E poi su', su', Borgone, Bussoleno, Susa, dove la valle si biforca ai piedi del Rocciamelone e del massiccio d'Ambin. E ancora proseguendo a sinistra si sfiora il pian del Frais, dove i miei mi portavano a sciare da piccola perche' era piu' vicino e costava meno, e poi Chiomonte, Exilles col suo forte, e Oulx, Salbeltrand, Beulard, dove la toponomastica parla gia' francese anche se siamo ancora in Italia. Come li ricordo quei viaggi in Francia quand'ero bambina, in inverno, col passo del Moncenisio chiuso per neve che obbligava a prender la navetta a Bardonecchia perche' il traforo del Frejus non esisteva e c'era solo la galleria ferroviaria. Si andava in stazione, si caricava la seicento sul treno e si rimaneva a bordo mentre il convoglio ci portava dall'altra parte, a Modane. E si sbucava in Europa, magari sotto una fitta nevicata, e dovevi fare attenzione perche' da li' in avanti il panettiere si chiamava boulanger, grazie si diceva merci', ma in farmacia potevi comprare l'aspirina della Rhone-Poulenc, che si diceva esser piu' buona ed efficace di quella che vendevano in Italia. E poi via, via per statali strette e tortuose fino a lasciarsi alle spalle i monti, fino alla valle del Rodano, fino a Lione.
Da bambina la mia Europa era appena dietro quelle montagne che da grande avrei amato di un amore profondo e limpido, come il cielo che si ammira dai loro versanti nelle belle giornate di sole.
Continuando a salire, ecco davanti a me in lontananza l'imponente mole del Rocciamelone, che svetta dall'alto dei suoi tremilacinquecentoepassa metri.
"Look, on your right, the Rocciamelone!"
"Oh, yes, what's the name? Rossiameloni?"
"Yes, Yes, Rociameloni!"
"Oh God, how beautiful!".
How beautiful, che bello il Rocciamelone, un monte salito tante volte senza che mai mi fosse indifferente. La prima volta fu nella nebbia fitta, e giunta in cima non vidi nulla.
Ma le volte successive, oh, le volte successive!
Un punto panoramico che dir straordinario e' poco, con quella sua vista su Torino da un lato e sul retrostante ghiacciaio dall'altra. Uno scorcio d'alta montagna a pochi chilometri dalla citta', una cima che la gente di qui ha sempre amato e rispettato. A cominciare da quel Bonifacio Rotario da Asti che la leggenda vuole esserne stato il primo salitore, in onore del quale il rifugio posto a meta' della salita ha preso il nome di Ca' d'Asti. E poi via, via, passando per generazioni e generazioni fino ai giorni nostri, e te ne accorgi che la gente della valle nutre un amore speciale per questo monte, sulla cui vetta s'innalza la statua della Madonna che i bambini d'Italia finanziarono con una colletta all'inizio del secolo scorso. Te ne accorgi quando parli coi vecchi, che ti raccontano che da giovani partivano al mattino presto da fondovalle, da Susa, da Borgone, da Bussoleno e in giornata raggiungevano la cima per poi tornar giu' a notte fonda. Tu li ascolti affascinata, li lasci raccontare, poi ti fai due conti e resti allibita. Gia', perche' saranno tremila metri di dislivello, e tu ti ricordi bene di quella volta che dopo averne fatti appena milleseicento arrivasti distrutta in vetta all'Uja di Mondrone -il "Cervino della val d'Ala", altra montagna fatta a triangolo-. E allora ti chiedi come facessero questi qua' col fiasco di vino e la pagnotta nel sacco a farsela in giornata, e capisci che erano altri tempi. Eppure se ti guardi intorno scopri che la gente qui non e' cambiata poi tanto, che continua a parlar poco, ma che e' capace di fare molto. Come quando si radunano in ventimila, quarantamila, sessantamila, diosaquanti per dire no alla ferrovia ad alta velocita', e tu ti domandi ma perche' no, e non sai che dietro, ancora, c'e' una questione di gente, di ideali, di cicoria.
(...)
Ho scritto un racconto.
Diverso dai precedenti, perche' col tempo si cambia, ma e' il racconto che desideravo scrivere da sempre.
Lo pubblico a puntate qui sul blog, in quattro o cinque post ve la cavate. Per chi non avesse pazienza, piu' avanti lo pubblichero' per intero sul sito.
Ah, il titolo: quello ve lo diro' solo alla fine.
***
"Look, look! The white cross!"
Sull'autobus che percorre l'A32 verso Bardonecchia e' tutto un voltarsi di sguardi a destra, alla ricerca della croce bianca in cima alla montagna.
"There, look, right on the summit!".
Proprio sulla cima di un monte rossastro e spoglio un'enorme croce in cemento bianco, che la distanza fa piccolina ma che si intuisce alta almeno una decina di metri, risplende nel sole di questa limpida mattina di febbraio.
Chi la trova bella e chi no, chi vorrebbe abbatterla e chi non ne saprebbe fare a meno, meta di brevi escursioni, di intense salite di allenamento -settecentocinquanta metri di dislivello dalla sottostante Caselette, da percorere in meno di un'ora- , traguardo volante di gare di skyrunning e meta fuori mano di graffitari impuniti, la croce del Musine' ormai da piu' di cent'anni fa parte integrante del paesaggio della bassa valle di Susa
E' verso di lei che sono diretta mentre percorro il sentiero di terra rossa e friabile che conduce alla cima di quest'ultimo rilievo alpino prima della pianura, dove incastonata tra il Po, la collina e la cerchia dei monti sorge Torino.
Ma sugli autobus, sui vagoni dei treni, sulle vetture e persino sugli elicotteri l'interesse per la croce dura poco, perche' nel frattempo si propone ben altro spettacolo: "The church, the Sacra...saint Michael's, la Seicra di sen Maicheli, look!"
E allora tutti ad ammirare la Sacra di san Michele, arroccata da mille anni in cima al monte Pirchiriano, proprio all'imbocco della val di Susa.
C'e' passato di tutto la' sotto, nel punto piu' stretto della valle, le cosiddette "Chiuse di San Michele". C'e' chi dice che ci passo' addirittura Annibale, ma di sicuro ci passarono i Franchi di Carlo Magno, che poco sopra le Chiuse diedero battaglia all'esercito dei Longobardi, ci passarono a migliaia i pellegrini che nel medioevo percorrevano la Via Francigena per raggiungere Roma e poi Gerusalemme, ci passarono le truppe di Napoleone quando quasi senza colpo ferire entro' vittorioso in Italia.
E ora ci passano gli autobus, le navette, i treni e gli elicotteri che portano le comitive di atleti, spettatori, vip o semplici curiosi verso le montagne olimpiche, quelle "Olympic Mountains" che il mondo scopre grazie alla televisione, ma che per me hanno nomi -e ricordi- che saranno per sempre sconosciuti ai piu'.
Luoghi vissuti palmo a palmo, percorsi e conosciuti nei minimi particolari nel corso di numerose, innumerevoli visite, gite, escursioni.
Luoghi come il monte Caprasio, Rocca Sella nella toponomastica ufficiale, che sorge proprio davanti al monte della Sacra e che la leggenda vuole dovesse esserne la sede finche' gli angeli non indicarono al santo eremita Giovanni Vincenzo che no, non era il Caprasio il posto giusto per il suo eremo, ma il vicino Pirchiriano.
E allora io me l'immagino il sant'uomo che scende a fondovalle, passa con fatica dall'altra parte, raggiunge la cima del monte e poi magari alza pure gli occhi al cielo per domandare "Siamo sicuri? La facciamo qui la chiesa? Non e' che si cambia idea un'altra volta vero?". Cose che solo un santo, con la sua proverbiale pazienza, potrebbe sopportare.
Ma la comitive degli autobus e delle navette queste cose non le sanno, e al massimo viene detto loro che "The Sacra inspired Umberto Eco when he was writing his book 'Il nome della rosa'". Gia', sorpresa: pare proprio che Eco si sia ispirato all'abbazia sul monte Pirchiriano per scrivere il suo libro, immaginandone la biblioteca e le torri che nella realta' sono ben diverse, come quella dalla quale pare si sia lanciata nel vuoto la bell'Alda -sopravvivendo miracolosamente- per sfuggire alle violenze dei francesi invasori. Quella che quando volle ripetere il gesto per denaro si sfracello' sulle rocce sottostanti, sulle quali oggi corre una via ferrata che tante volte ho salito in passato.
Ma i turisti non notano il percorso aereo e strapiombante delle vie d'arrampicata, perche' hanno ancora negli occhi lo spettacolo del Monviso visto poc'anzi. Il Monviso, quello stesso monte che quando si staglia nel cielo del tramonto piu' d'un torinese sprovveduto prende per il Cervino, che tanto ogni montagna fatta a triangolo e' il Cervino per questi cittadini che le montagne le hanno sempre viste solo in televisione o al piu' dalle piste da sci.
Questo misconosciuto Monviso che dall'alto dei suoi tremilaottocento metri vide nascere il Club Alpino Italiano, questo monte difficile, di roccia instabile e spesso franosa, con la sua via normale cosi' affollata e la cresta est arrampicabile e aerea, questa montagna dalla quale nasce il Po deve la sua notorieta' internazionale a ben altro motivo, e cioe' all'essere stata messa nel logo della Paramount, con sfondi spesso improbabili ma sempre lei, precisa nelle forme, conosciuta in tutto il mondo grazie a quei pochi secondi all'inizio dei film.
Il Cervino, quello vero, da Torino lo vedi solo se vai in collina col cannocchiale. E vedi solo la punta, non molto di piu'. Quella punta che nell'inverno del '36 un tal Giusto Gervasutti detto "il fortissimo", uno dei nostri piu' grandi alpinisti di sempre, vide dalla collina -appunto- e siccome pareva che ci fosse poca neve decise li' per li' di regalarsi per natale un'ascensione solitaria in vetta. Detto fatto, senza clamore, senza pubblicita', senza sponsor, si fece la sua salita invernale e torno' a casa sano, salvo, ma soprattutto felice.
Ma queste cose, di nuovo, raramente o quasi mai le raccontano alle comitive. Le comitive semmai ti chiedono perche' da Sant'Ambrogio in avanti e' tutto un fiorire di bandiere "NO TAV", di scritte, di striscioni. E tu vaglielo a spiegare che e' una questione di gente, di ideali, e di cicoria.
(...)
Io sono un cavallo.
Ho quattro zampe lunghe e robuste, una coda, una criniera, zoccoli forti e ferrati per mordere il terreno e sollevare la polvere quando corro. Nitrisco, a volte, quando galoppo nei boschi o mi aggiro fra i mughi, o mi godo il sole d'estate in un prato ampio e pianeggiante. So districarmi tra i rovi, evitare le pietraie, trovare i ruscelli piu' puliti e freschi, e le rare pozze che non congelano d'inverno. Il mio manto e' lucido, i miei muscoli forti, e a volte corro sotto la luna inseguendo le volpi curiose.
Ho tutto, ma mi manca qualcosa.
Vorrei poter correre sulle strade, quei duri nastri d'asfalto che mi spaccano gli zoccoli, mi tritano le articolazioni, dove ogni passo mi rimbomba nella testa. Su quel terreno vorrei poter andare veloce, sentire il brivido del vento, seguire le curve, affrontare salite e discese. Non lo so perche' lo voglio, ma lo voglio.
E allora da qualche tempo ho rasato la criniera, e al collo mi sono attaccato un manubrio. Ho montato due ruote grandi e sottili al posto delle zampe nervose, e i pedali, e la catena, e il sellino al posto della sella. Ho freni, rapporti, cambio e pignoni, e ho cambiato l'incedere: non piu' trotto o galoppo, ma un silenzioso, emozionante scorrere nel vento. E allora si' che posso divorare la strada, lanciarmi nelle discese, pennellare le curve, sudare le salite, sentire il cuore che batte forte nel brivido della velocita' e nello sbuffare della fatica.
Adesso si' che ho quel che volevo, e come sono felice, al punto che quasi quasi le ruote me le faccio imbullonare per sempre, mi taglio la coda, sego gli zoccoli, butto via quei ferracci inutili e rumorosi, e divento una bici, si' una bici, per correre per sempre su queste strade.
Ma le strade non sono solo mie.
Non sono il bosco dove inseguivo le volpi, il prato dove pascolavo quieto, i mughi che mi solleticavano il ventre.
Su queste strade vanno tutti piu' forte di me, e sono prepotenti. Non posso stare in mezzo, e devo sempre fare attenzione che non arrivi qualcuno. C'e' poco spazio, e non ci si puo' mai fermare. C'e' sempre dietro chi spinge, o qualcun altro davanti che ingombra. E alcuni nel passarmi imperiosi si girano, e mi guardano con sufficienza, come si guarda un cavallo con le ruote che arranca sbuffando su una salita.
E a me torna la nostalgia dei boschi, delle notti di luna, degli spazi ampi e solitari, della liberta' respirata sui costoni delle colline e nei campi infiniti.
Mi torna il desiderio delle fonti nascoste, ricche d'estate e sgocciolanti ghiaccio in inverno, delle tenere foglie dei rami piu' bassi, del terreno morbido sotto gli zoccoli. Di tutto quello che era mio, e che ora che non c'e' piu' mi manca.
Di tutte le sensazioni di quella vita povera si', ma mia. Lenta magari, ingenua e selvatica, ma mia. E allora guardo le mie ruote posticce, gli ingranaggi, i pignoni, le zampe che si stanno atrofizzando, la criniera rasata, gli zoccoli inutili. Guardo il mio riflesso in una pozza sporca ai lati della strada, sulla quale galleggia una pellicola iridata d'olio che rende imbevibile l'acqua.
E capisco, vedendomi, che e' stato bello planare sull'asfalto. E' stato emozionante e sublime pennellare le curve, e meraviglioso sentire il vento delle discese.
Ma il mio mondo non e' qui, su questa strada polverosa e affollata.
Perche' sono un cavallo, e non una bici.
Prima o poi doveva succedere.
Non dico che fosse un evento atteso con ansia, ma era ampiamente previsto.
E' un tratto caratteristico di molte ragazze come me: prima o poi arriva il momento della crisi, dei ripensamenti, dell'eventuale rifiuto della propria parte femminile.
E allora succede di tutto.
C'e' chi prende su' guardaroba, parrucche, trucchi e scarpe e deposita tutto nel piu' vicino cassonetto, certa con questo di liberarsi di una scomoda parte di se'. C'e' chi non si accontenta di buttare tutto, ma cambia anche frequentazioni, amicizie, cancella il sito web, brucia le foto e addirittura si arruola nella legione straniera (l'ufficio di reclutamento piu' vicino e' a Montpellier, peccato che compiuti i 40 anni non prendano piu' nessuno).
Quasi tutte si ripromettono di cambiar vita, di dedicarsi con rinnovato slancio alla moglie -quando c'e'-, ai figli -idem- o nel caso manchino a metter su' famiglia. C'e' chi adotta modi e apparenza da maschio vero e rude tanto quanto prima appariva femminile e delicata, chi si da' alla religione, allo sport, chi si butta nel lavoro.
In ogni caso, e' tutto inutile.
E' tutto inutile perche' non si cambia solo volendolo, e la propria femminilita' oltraggiata tornera' a emergere in futuro, quando magari le condizioni per poterla esprimere non esisteranno piu' e allora sara' anche peggio di prima.
Quindi calma e sangue freddo.
Di buttar via tutto manco se ne parla, non foss'altro che per il danno economico.
Di rinnegare nemmeno, e' stato bello e lo sara' ancora in futuro.
Il sito web non si tocca, tantomeno il blog: troppo tempo speso per metterli su'.
La legione, come gia' ricordato, non mi vuole per raggiunti limiti di eta' (e non certo perche' non ci siano tipe come me nei suoi ranghi).
Quindi lasciamo perdere le soluzioni estreme.
C'e' grossa crisi, come diceva Guzzanti.
Ma -tanto per citare anche Flaiano- la situazione e' grave, ma non seria.
Avete presente i sindacalisti che una volta al mese si mettono all'ingresso della fabbrica a vendere il giornale stampato in proprio? Beh, se non li avete mai visti ve lo dico io che ci sono.
Un collega una volta ha acquistato il giornale spinto da un sentimento di solidarieta', e non se li e' piu' tolti di torno.
Ora il giornale glielo portano direttamente alla scrivania, e come se non bastasse lo invitano a numerose conferenze -tutte rigorosamente la domenica mattina o il sabato sera- alle quali lui non andra' mai, perche' non gliene importa nulla.
Questo perche' il mio collega non ha il coraggio di dire loro "no, grazie: non mi interessa".
Tempo fa una tipa che ora e' in transizione mi scrisse una mail con la quale mi segnalava di aver avviato una serie di iniziative volte ad affermare i nostri diritti. Iniziativa lodevole, come lodevole e' la tutela degli interessi dei lavoratori, peccato che a me non importasse un fico secco di tutta la faccenda per cui a quella mail non risposi mai.
Ieri sera la medesima tizia mi ha beccata in chat, e mi ha chiesto se avessi ricevuto la mail. Le ho risposto affermativamente, al che lei mi ha domandato se la cosa mi interessava: siccome a differenza del mio collega non ho grossi problemi a dire quello che penso, le ho risposto di no.
Lei -che in passato aveva gia' incassato un altro "no" quando aveva tentato un approccio sempre virtuale ma un po' piu' personale- si e' risentita, e mi ha detto che sono altezzosa e sgarbata, il che e' sicuramente vero, per carita'.
Cosi' come ai sindacalisti pare inconcepibile che i lavoratori possano essere insensibili alle loro istanze, a lei e' parso impossibile che io fossi insensibile alle sue.
Ma credo che adesso lo abbia capito.
Se no mi tocchera' rincarare la dose.
Sto facendo, con un po' d'anticipo lo ammetto, le pulizie di primavera.
Lungi dal fare quelle vere in casa (che si fanno piu' avanti) mi sto occupando di internet.
E allora via un po' di indirizzi obsoleti dalla mia gia' breve lista di contatti, e via un po' di siti dall'elenco dei preferiti.
Via le persone negative, litigiose, afflitte da mille problemi che piu' che soluzioni cercano qualcuno da stressare.
Alla larga da chi cerca conferme, da chi vuole aver sempre ragione, da chi pensa che il gruppo di amici su internet sia la sua corte personale.
Fuori dai miei link i siti che non hanno piu' nulla da dire, o che stanno prendendo strade diverse da quella che ho scelto per me.
Tanti saluti ai frustrati, ai "vorrei ma non posso", ai "chi non e' con me e' contro di me".
Buona fortuna a chi pensa di aver capito tutto, a chi crede non aver piu' nulla da imparare, a chi comincia nove frasi su dieci con "Io" e altrettante ne finisce con "a me".
Auguri di cuore a chi ha solo certezze, magari nascoste dietro qualche dubbio di facciata.
Aria nuova, perdio!
Ce n'era bisogno, e infatti sto gia' meglio.
Adoro la primavera, e la luce che porta con se'.
Vecchio scarpone, quanto tempo e' passato
Quante illusioni fai rivivere tu...
Era il 1953, e Gino Latilla portava al festival di Sanremo una canzone dal ritmo lento e un po' malinconico, cosi' orecchiabile che a distanza di piu' di cinquant'anni in molti l'avrebbero ricordata.
Ma i tempi cambiano ahime', e se da un lato i miei scarponi piu' che vecchi sono consumati da un uso che ancora prosegue, dall'altra nuovi oggetti assumono via via il ruolo di melanconico ponte tra presente e passato.
E cosi' puo' capitare di provare quasi tenerezza davanti a un monitor Philips quattordici pollici tutt'altro che piatto -anzi discretamente ingombrante- mentre su un anziano pc si installa un vecchio sistema operativo. Puo' succedere di ritrovare in quelle icone sgranate dalla risoluzione ottocento per seicento e in quei colori semplici quello che un tempo si credeva essere il non plus ultra della tecnologia, ridotto dal passare degli anni a misero catorcio da destinare all'uso didattico.
Si possono rispolverare concetti quali livelli di interrupt, DMA, intervalli di I/O e magari anche riscoprire che i bus IDE sono due, e chiedersi come si sia potuto sopravvivere con sistemi che alla minima aggiunta di una briciola di software necessitavano di riavvii su riavvii per digerirla.
Ci si puo' avventurare col tester all'interno del groviglio di cavi, fili, piattine per capire se un dispositivo non gira per mancanza d'alimentazione o perche' mal collegato alla linea dati. Si puo' addirittura rimpiangere, in un momento di disperazione, di non poter portare a casa l'oscilloscopio dal lavoro per capire che fine abbiano fatto quei maledetti segnali.
Ma alla fine, davanti all'ingenuo "Ta-dah!" che accoglie l'esausto utente al termine dell'installazione ci si puo' abbandonare alla marea dei ricordi, e quasi commuoversi pensando a quanto siano cambiati i pc in pochi anni.
E a quanto sia cambiata io, di riflesso.
Vecchio catorcio, fai rivivere tu
La mia gioventu'.
"Vorrei essere un nunsao. Fin da piccolo ho desiderato esserlo, ho sempre sentito di esserlo ed ora ho finalmente deciso di diventarlo. Costi quel che costi."
Tranquilli: non sono impazzita. Vi chiedo solo di riflettere sulla frase di apertura: ha senso?
No, non ha senso: perche'?
Non ha senso perche' un "nunsao" non esiste e nessuno sa cosa sia, quindi la mia pretesa di diventarlo e' assurda.
Ora sostituiamo alla parola sconosciuta il termine "donna".
"Vorrei essere una donna. Fin da piccolo ho desiderato esserlo, ho sempre sentito di esserlo e ora ho finalmente deciso di diventarlo. Costi quel che costi."
Ora il senso c'e', ma cosa e' cambiato?
Ho fatto riferimento a un concetto noto, quello di donna, e la mia frase e' diventata comprensibile perche' chi la legge un'idea di cosa sia una donna ce l'ha. Avrei potuto scrivere "cane", "uccello", "cavallo", "roccia", "oceano" e la frase sarebbe diventato solo un po' piu' bizzarra, ma non del tutto assurda.
Il voler essere donna ha senso solo in riferimento a un sistema di valori e attributi che caratterizzano la popolazione femminile. Quando si nasce non si sa cosa siano gli uomini e cosa le donne: lo si impara. E si impara che certi comportamenti sono maschili, altri femminili. Che alcune cose le possiamo o dobbiamo fare in quanto uomini o donne, e altre no. Se quello che ci viene insegnato e' conforme alla nostra natura bene, se no molto presto cominciano i guai.
Molte ragazze come me credono di poter risolvere tutto con il cambio di sesso, ma questo non e' altro che conformarsi a un insieme di valori e attributi appreso e condiviso: quello che contraddistingue l'universo femminile. Forse quello di cui avrebbero piu' bisogno invece sarebbe cercare di andare oltre i concetti che hanno imparato e ricordarsi com'erano quando ancora non sapevano cosa fossero gli uomini e cosa le donne.
In altre parole tornare indietro nel tempo e dimenticare le distinzioni fittizie tra i due generi.
Peccato pero' che non glielo lascino fare, perche' vorrebbe dire diventare un nunsao.
E come Dio volle arrivo' il primo febbraio.
Si sapeva che sarebbe arrivato ma come sempre si e' fatto finta di niente fino all'ultimo, cercando di non pensarci. Ci sono gia' tante altre cose di cui preoccuparsi. Addirittura a forza di non pensarci l'avevo del tutto dimenticato, nonostante cartelli e strisce gialle disegnate in terra fossero apparsi da tempo.
Poi stamane di fronte allo spettacolo di un traffico impazzito, dopo aver vagliato ed escluso ad una ad una tutte le ipotesi (incidente? semaforo rotto? cantiere stradale?) ho capito e di conseguenza ricordato.
Da oggi le corsie riservate disegnate appositamente per l'evento (e guai a nominarlo, che poi i motori di ricerca mi indicizzano) entrano in vigore, per la durata di giorni ventotto, cioe' per tutto il mese di febbraio.
Ventotto giorni in cui sara' necessario cambiar strada, allungarla, andare in bici (ci andrei, ma fa ancora molto freddo) oppure prender ferie.
Gia' prima m'importava poco dell'evento: ora mi sta decisamente li'.
E guai ad aprir bocca, che oggi mordo.