mercoledì, 30 novembre 2005

Incontri? No, grazie...

Un vecchio adagio afferma che le vie del Signore sono infinite: ebbene, anche le vie praticate da chi cerca incontri a carattere piu' o meno sessuale conoscono una certa varieta'.

Si parte da quello che va subito al sodo, e snocciola misure antropometriche e dati personali (altezza, peso, eta', colore dei capelli, lunghezze varie, stato civile - quasi mai libero, guarda caso! - e preferenze sessuali )  per poi spaziare in una gamma quanto mai vasta di tecniche di approccio.
C'e' chi la prende alla lontana e cerca amicizia e complicita' ( complicita'?!) e c'e' il timido principiante, quello che "sarebbe la prima volta" (c'e' da crederci? Mah!). C'e' la finta sorellina agli inizi che ha-tanto-bisogno-di-qualcuno-che-la-aiuti e che prova a far leva su un'istinto materno che mi fregio di non aver mai posseduto, e c'e' quella smaliziata che mi propone di andare in giro con lei a far arrapare maschietti per poi concludere la serata tutti insieme appassionatamente (che la si concluda nello stesso letto e' sottointeso).

Insomma, se e' vero che pure le donne normali ricevono proposte a meno che non siano decisamente brutte, sembra anche essere vero che una come me non possa proprio essere vista altrimenti che come un mero oggetto del desiderio. Mi si dira' che e' colpa mia, perche' dopoptutto mi presento in modo accattivante e proprio da buttare non sono, ma che dovrei fare?

Forse dovrei presentarmi imbruttita ad arte (e comunque gia' cosi' non e' che sia quella celestiale visione) o forse dovrei semplicemente smettere di presentarmi, perche' tanto le cose vanno in questo modo e nove persone su dieci finiranno per propormi di "conoscerci meglio" prima o poi.
Forse dovrei semplicemente farmene una ragione e prendere questa cosa come una delle tante ineluttabili eventualita' della vita, che so, la nebbia, la pioggia, le code ai semafori.

Sarebbe possibile, se non fosse che mi resta il dubbio che cosi' tante richieste arrivino non perche' sono caruccia o mi presento bene, ma perche' sotto sotto sono un uomo.

Ecco, questo mi dispiacerebbe: una si fa un mazzo cosi' per assumere un'accettabile parvenza femminile, e poi la cercano perche' e' un uomo.
Signori miei, un esame di coscienza ci starebbe bene, no?

Che avete capito...non io l'esame: voi.

postato da: Anna73 alle ore 09:44 | link | commenti
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martedì, 29 novembre 2005

Vere donne

Tanto per cambiare, e' capitato di nuovo.

Di nuovo mi si e' venuto a dire che "noi" (inteso come maschi-che-si-vestono-e-si-comportano-da-donne) saremmo piu' donne delle donne stesse, anzi saremmo "le vere donne", no less.

Sara', io mi sono stufata di controbattere e argomentare perche' tanto  chi non vuol sentire non ci sente, e questo e' assodato gia' da un pezzo.
Certo bastassero dieci centimetri di tacchi, reggicalze e trasparenze a iosa su corpi depilati, vestiti provocanti e trucchi accentuati il dubbio non sussisterebbe: le "vere donne" saremmo noi, con buona pace di quelle scadenti imitazioni che ogni giorno s'alzano e ancora grazie se trovano il tempo per una riga di matita sotto gli occhi. Certo, fosse sufficiente provare un'intensa attrazione per gli uomini (pardon, maschi!) al punto da rasentare la dipendenza allora anche qui non ci sarebbe storia -me ne tiro fuori: non e' il mio caso ma io "vera donna" non sono, e' risaputo-.
Bastasse poi assumere atteggiamenti bizzosi, lunatici, a volte litigiosi e coltivare una smisurata vanita' allora anche qui la categoria non dico che prevarrebbe, ma di sicuro affronterebbe ad armi pari l'esercito delle donne genetiche.

Ma bastano tutte queste cose a fare una "vera donna"?

Beh, in un mondo in cui i prodotti si vendono piu' per la confezione e l'immagine che per i contenuti, sicuramente si'.

Dopotutto anche noi siamo figlie del nostro tempo, e se nell'immaginario maschile le "vere donne" sono assai piu' simili a delle compiacenti entreneuse che non a delle stolide massaie, chi sono io per affermare il contrario?
 L'unica domanda che mi pongo e' che genere di donne abbiano fequentato i sostenitori di codesto pensiero, e se abbiano mai avuto modo di percepire la dolcezza, la naturale femminilita', la grazia innata che solo certe donne dalla nascita posseggono e sanno comunicare. Non voglio dire con questo che "noi" saremmo grette e mascoline, ma solo che forse sarebbe il caso di osservare di piu' le donne, e di imparare da loro.

E smetterla con questa storia che noi saremmo "le vere donne": siamo qualcos'altro, che non e' ne' maschile ne' femminile, ma entrambi.
Qualcosa che ha la sua dignita' e il suo diritto d'esistere, di essere apprezzato senza per forza dover entrare in competizione con le donne "vere", senza dover togliere niente a nessuno ne' affermarsi a scapito di qualcun altro.

Siamo noi stesse, o almeno dovremmo deciderci a cercare di esserlo.

Prima lo capiremo, meglio sara' per noi.

postato da: Anna73 alle ore 08:54 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
lunedì, 28 novembre 2005

Caffe' Leri

Il Caffe' Leri e' un antico bar torinese che e' diventato negli ultimi anni punto di ritrovo della comunita' GLBT (Gay - Lesbo - Bisex - Trans). Non e' come qualcuno potrebbe immaginare una bettola fumosa popolata di personaggi equivoci, ma anzi e' un bar in cui uno che non sappia potrebbe entrare, prendere da bere e uscire senza essersi accorto di nulla se non che al piano inferiore c'e' una sala adibita a discoteca. Incidentalmente il Caffe' Leri e' anche stato il luogo in cui sabato sera ho infranto uno dei tanti tabu' che mi porto appresso, e cioe' quello che mi aveva finora impedito di uscire en femme nella mia citta' natale.

A parte una lontana esperienza in un club prive' non ero infatti mai uscita a Torino, e questo per tutta una serie di motivi che hanno a che vedere essenzialmente con la tutela della mia privacy e di quella della mia compagna che, a differenza di me, quando va in giro e' perfettamente riconoscibile.

Sabato mattina tuttavia ho pensato che sarebbe stata una buona idea almeno provarci, e cosi' ho chiamato un'amico che abitualmente frequenta il posto e che si e' subito offerto - gentilissimo - di accompagnarci. Siccome la mia ossessione sono i tratti da percorrere all'aperto nel pomeriggio ci siamo recate a vedere il locale da fuori, tanto per capire quanto poteva distare da un'ipotetico parcheggio: l'abbiamo fatto perche' dovevamo comunque andare a in centro a Torino, e non perche' sono paranoica a questo punto ( anche se in ogni caso un po' lo sono ).

Sabato sera al solito durante il viaggio ero nervosissima, e ho sfiorato piu' volte la lite con quella santa donna di Daniela, che paziente mi sopporta senza arrabbiarsi - quasi - mai. E cosi' tra un "basta stavolta ti mollo" e un "non ti parlo piu'" da parte sua siamo finalmente arrivate a destinazione, dove l'amico premuroso ci aspettava a bordo strada per salire in macchina con noi e accompagnarci a parcheggiare.

Il resto e' stato, al solito, tutto in discesa: passata la paura iniziale mi sono finalmente rilassata e la serata e' stata bella e divertente. Cosi' bella e cosi' divertente che credo proprio che la ripetero' a breve.

Con buona pace dei tabu', infranti o meno che siano.

postato da: Anna73 alle ore 08:57 | link | commenti
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domenica, 27 novembre 2005

Perche'?

Perche' ho la sensazione che il mio tempo al femminile sia sempre troppo poco?

Perche' mi sento cosi' a mio agio quando indosso una maglietta scollata, una gonna, un paio di calze? Sono solo vestiti, dopotutto.

Perche' quando cammino sui tacchi alti mi sembra di camminarci da una vita, e quando mi siedo, mi alzo, mi sposto o semplicemente guardo chi e' con me in tanti mi dicono che esprimo femminilita'? Eppure non poso, non mi atteggio, non fingo.

Perche' quando al maschile penso ad Anna mi sembra di pensare a una persona cara, e divento improvvisamente piu' prudente qualsiasi cosa stia facendo?

Perche' Anna mi manca quando nello specchio non vedo lei, ma vedo Marco?

Perche' se mi guardo indietro e ripercorro mentalmente gli eventi di quest'ultimo anno non provo sgomento per un cambiamento cosi' radicale di abitudini e stile di vita, ma solo gioia per aver finalmente fatto quello che avrei dovuto  fare gia' da tanto tempo? E perche' ci sono arrivata solo adesso?

Perche' ogni volta che esco sono nervosa e ho paura, poi una volta a destinazione sono serena e a mio agio, e quando torno a casa penso gia' all'uscita successiva? E perche' il dover imparare daccapo a fare cose che gia' facevo normalmente come uscire la sera, andare in un locale, al ristorante o a passeggio e' cosi' difficile eppure cosi' irrinunciabilmente bello?

Perche' sono felice al punto che morissi anche domani sarei in pace e serena, sicura di aver fatto tutto quello che dovevo fare? E perche' quando sono Anna la sensazione non e' tanto quella di essere fuggita dal mio lato maschile, quanto quella di essere finalmente tornata a casa?
Perche'?

Perche' cerco tante risposte quando all'unica domanda che conti una risposta l'ho gia' data, decidendo di essere finalmente me stessa?
Forse perche' le cose ovvie le ho davanti agli occhi, ma non si notano.

Le noto solo quando mi chiedo perche', in fondo, sono cosi' felice.

postato da: Anna73 alle ore 18:25 | link | commenti
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sabato, 26 novembre 2005

Debiti

Svegliarsi in una mattina gelida e grigia sotto un piumone caldo, con la consapevolezza di poterci rimanere a lungo perche' e' sabato puo' essere molto piacevole, anche se prima o poi bisognera' pur alzarsi.
L'aria fredda, le tegole dei tetti coperte di brina, il cielo coperto e il tempo da neve tuttavia non invogliano, e cosi' ci si puo' rirovare con il portatile in grembo sedute sul letto a scrivere, magari dopo aver dato un'occhiata alle foto fatte la sera prima.
Si puo' guardarle col solito occhio critico e trovarle niente di eccezionale, oppure si puo' tentare di vederle con occhi nuovi e scoprirle belle, anzi di piu'.
E a questo punto puo' ritornare in mente quello che in questi giorni mi e' stato piu' volte ripetuto, senza che io gli dessi peso: che ci sono delle amiche che hanno iniziato da poco, e vorrebbero che le aiutassi a fare delle foto come le mie.

Detta cosi' sembra facile, ma non lo e'.

Non lo e' perche' non basta un buon trucco, un bel vestito e una parrucca adatta.
Non basta neanche un visino che si presti, o un fisico adeguato.
Perche' una foto -ma non solo una foto: tutta la persona- e' fatta soprattutto di espressione, di atteggiamento, di posa. E neanche questo basta, perche' alla fine le foto migliori sono sempre quelle in cui c'e' quel "qualcosa" di speciale, che le rende diverse dalle altre: un sopracciglio alzato, un sorriso, un alito di vita che le anima e le rende belle.
Farsi foto con l'intento di comunicare qualcosa e' un lavoro, e come tutti i lavori richiede applicazione, tempo, spazi adeguati e passione: scattare decine e decine di immagini per ricavarne una o due di buone e' la regola.

Ma non era tanto di questo che volevo scrivere.

Quello che mi sorprende e' che queste amiche vengano a chiedere consiglio proprio a me.
Non e' falsa modestia la mia: so che alcune immagini mi sono riuscite bene, nondimeno il fatto che mi si chieda come fare mi rende felice e mi lusinga.
Quando un anno fa ero io a essere agli inizi ho trovato molte persone disponibili ad aiutarmi, senza che mi chiedessero nulla in cambio. Il fatto che ora qualcun altro chieda aiuto a me mi da' la possibilita' di sdebitarmi, in un certo senso, e mi da' la misura del cammino percorso in questi ultimi dodici mesi.

Forse e' questo, piu' che il piumone, che mi riscalda il cuore in questa mattina gelida e grigia.

postato da: Anna73 alle ore 12:42 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
giovedì, 24 novembre 2005

Fuori di testa

A ben pensarci la categoria della quale mi onoro di far parte e' composta da personaggi assai curiosi.

In un'epoca in cui le uniche trasgressioni ammesse sono quelle codificate e proposte dai media, che esaltano valori quali la liberta' d'espressione e propongono personalita' indipendenti e "fuori dal branco" solo per poi irreggimentare tutti in un pastone incolore, sembra che ci sia chi "dal branco" ha comunque difficolta' a uscire.

Qualunque azione volta ad affermare la propria personalita', o anche solo una posizione diversa rispetto all'opinione corrente, viene vista con sospetto e di volta in volta soffocata, ostacolata, ridicolizzata. Non sto parlando solo di andare in giro vestendo panni femminili, attivita' che per i rischi che presenta si potrebbe tranquillamente assimilare agli sport estremi, ma anche solo di voler rinunciare all'uso dell'auto in favore della piu' ecologica bicicletta. Se non mi credete, provate a girare in bici in una grande citta' nell'ora di punta, poi ditemi com'e' andata.

La verita' e' che tutto va bene finche' ci si comporta in modo conforme alle aspettative altrui, e che non appena si smette di farlo si diventa dei "diversi" che nel migliore dei casi vanno emarginati, mentre nei casi peggiori finiscono a volte per riempire le pagine di cronaca dei quotidiani. La situazione paradossale che si viene a creare e' quella di una societa' fortemente conservatrice i cui media lanciano messaggi trasgressivi (fatevi un giro di pubblicita' per verificare) al solo scopo di promuovere prodotti, persone o comportamenti, ma che quando gli atteggiamenti trasgressivi vengono messi in atto ben che vada ignora, mentre piu' spesso reprime.

In un contesto come quello appena descritto le persone come me, che a vario titolo desiderano esprimere un aspetto della loro personalita' cosi' forte da essere percepito come irrinunciabile, hanno la certezza quasi matematica di andarsi a mettere nei guai proprio come uno che si accinga a praticare uno sport estremo, appunto.
Eppure lo fanno, e le emozioni che ne ricavano sono spesso cosi' forti e coinvolgenti da indurre una sorta di dipendenza.

Sono solo casuali similitudini?
Non direi, la matrice e' la stessa: la volonta' di sfuggire in qualche modo a una realta' che viene percepita come opprimente, e di esprimersi per quello che si e'.

Fuori di testa, si', ma vivi.
O vive, fate voi.

postato da: Anna73 alle ore 10:08 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
mercoledì, 23 novembre 2005

A carte scoperte

Un giochino assai diffuso tra le ragazze come me e' quello di fingersi donne su internet. Sono in molte a provare una speciale soddisfazione nell'ingannare i propri interlocutori, facendosi passare per quello che non sono. Le piu' confidenti nel proprio aspetto arrivano anche a pubblicare delle immagini senza dire che sono le fotografie di un uomo, e poi come delle consumate pescatrici si siedono ad aspettare che qualcuno abbocchi.

Per sentirsi la coscienza a posto alcune ricorrono a elaborati ragionamenti in base ai quali si dichiarano sicure che l'interlocutore "sappia" perche' dalle foto "non si puo' non capire", ma di fatto non aspettano altro che qualcuno ci caschi per poter recitare la parte e sentirsi in qualche modo "donne".

Chi mi conosce sa bene che questo non e' il mio approccio, e che la prima cosa che faccio quando mi confronto con qualcuno e' proprio assicurarmi che abbia capito bene chi sono, onde evitare equivoci che alla fine sarebbero imbarazzanti se non dannosi per tutti. Non mi sarebbe difficile farmi passare per donna dalla nascita qui su internet -dal vivo il discorso cambia, ovviamente- e chi ha dei dubbi puo' sempre andare a dare un'occhiata alle mie foto che sono a figura intera, col volto bene in vista e soprattutto nitide.

Uno dei motivi per cui scelgo un approccio diretto e' che se sono qui a scrivere e' per cercare di risolvere dei problemi, e non per crearne. Farmi passare per quello che non sono sarebbe infantile e controproducente, oltre che sostanzialmente inutile. Prendere in giro i miei interlocutori giustificandomi poi con complicate acrobazie dialettiche -non potevano non sapere!- non rientra nei miei modi, che sono invece diretti e tesi a costruire rapporti sinceri e basati sull'onesta' e la fiducia reciproca.

Un altro motivo e' che, qualunque sia il mio pensiero e la mia personale rappresentazione della realta', resta incontrovertibile il fatto che non sono una donna: farmi passare per tale sarebbe quindi mentire, piaccia o no. Molto meglio cercare di spiegare in tutta onesta' il mio modo di essere che nasconderlo dietro una bugia che copre, ma non risolve.

Non sono una donna ma non sono neanche un uomo nel senso stretto del termine: sono qualcos'altro che ha lo stesso diritto di esistere di tutti e che vorrebbe essere accettato per quello che e', senza inutili bugie e pietosi paraventi.

Mentire agli altri non e' mai una buona idea, ma per mentire a se' stessi serve una speciale forma di immaturita'.

La stessa che poi porta a crederci, alle proprie bugie.

postato da: Anna73 alle ore 08:58 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
martedì, 22 novembre 2005

Je ne regrette rien

In un mondo che vive di corsa senza sapere dove sta andando, fermarsi un attimo a riflettere sembra essere diventato un lusso di pochi. Le "cose da fare" hanno sempre la priorita' anche se alla fine si rivelano futili, anzi proprio in quanto futili sono importanti perche' distolgono dall'affrontare i veri problemi.

Vite irrisolte, apparentemente felici ma autenticamente angoscianti si consumano in una giostra di attivita' che come una droga impediscono al disagio esistenziale di emergere al livello della coscienza, nascondendone la gravita' e la profondita'.

Le responsabilita', i doveri, i comportamenti omologati e gli stili di vita preconfezionati offrono un facile sollievo da quel peso spesso insostenibile rappresentato dall'esercizio della propria autodeterminazione e della propria liberta', e costituiscono delle comode opportunita' per non doversi porre domande che spesso fanno paura.

"Sono felice? Ci sono cose che avrei voluto fare, e che rimpiango di non aver fatto? Ho la certezza di aver vissuto e di star vivendo come vorrei?"

Queste sono solo alcune delle domande che non ci si pone, o che ci si pone in modo distratto, senza cercare veramente una risposta. E se la risposta arriva e non e' quella che ci si aspetta raramente la gravita' della situazione viene compresa e ancor piu' raramente si mette in atto un qualche comportamento per porvi rimedio, perche' i pretesti per non farlo sono tanti, troppi: le responsabilita', le cose da fare, gli-altri-che-chissa'-cosa-direbbero.

Si potrebbe pensare che il sacrificio della propria felicita' in nome di qualcos'altro sia un'azione meritevole, e sentirsi grandi per questo, ma e' un'illusione. Spesso si rinuncia a essere felici solo perche' non si ha il coraggio di fare le scelte che porterebbero ad esserlo, e si preferisce la via comoda e senza rischi che sul momento sembra piu' facile ma che col tempo presentera' il conto.

E' il modo in cui vivevo anch'io finche' non e' arrivata Anna, che anche se un po' in ritardo mi ha fatto aprire gli occhi su quanto grande fosse il disagio che stavo vivendo.

Ora che me ne sono resa conto, e che ho fatto quello che dovevo fare da una vita, sono felice e vivo finalmente come avrei sempre voluto: senza rimpianti.

Non, je ne regrette rien.

postato da: Anna73 alle ore 09:42 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
lunedì, 21 novembre 2005

Terra di mezzo

Il mondo, almeno nella nostra epoca e nella cultura che ne e' figlia, riconosce due generi: maschile e femminile.

Questa e' una grossolana semplificazione della realta', perche' se e' vero che i sessi sono innegabilmente due -tranne rarissimi casi di persone in cui coesistono i genitali maschili e femminili- per i generi il discorso cambia e la commistione e' la regola.

In tutti noi coesistono maschile e femminile, anche in quelli che non lo vogliono ammettere e non lo ammetteranno mai. Per la maggioranza delle persone questa coesistenza non crea problemi, perche' uno dei due generi e' preponderante sull'altro e normalmente questo genere dominante e' in accordo col sesso di appartenenza, quindi non si ha alcuna percezione di disagio.

Per le persone come me invece, in cui tra i due generi vigono rapporti di forza assai piu' paritari, ci puo' essere un disagio piu' o meno forte nel doversi identificare come appartenenti a un certo sesso piuttosto che a un altro. Quello che di solito si tende a ignorare e' che questa non e' la manifestazione di una qualche patologia che vada curata, ma semplicemente un modo di essere: in altre parole la mia non e' una malattia, ma una condizione.

Il problema nasce nel momento in cui ci si deve rapportare con un mondo che accetta e riconosce due soli generi, e non vuole sapere nulla di quello che sta nel mezzo. La vita in certi casi puo' diventare cosi' insopportabile da generare il desiderio di appartenere a un genere solo, ed e' questo il motivo per cui molte ragazze come me scelgono la via senza ritorno della transizione, cioe' del cambiamento di sesso ottenuto con cure ormonali e operazioni chirurgiche. Tra loro non e' trascurabile la percentuale di quelle che, se solo avessero trovato modo di esprimersi e vivere felicemente, si sarebbero volentieri risparmiate un percorso cosi' difficile e doloroso.

Perche'  non siamo noi a doverci conformare al resto del mondo, ma e' il mondo che deve prendere atto della nostra esistenza.
Questo, piu' che una transizione dai risultati incerti, dovrebbe essere il modo per poter vivere finalmente felici.

E questo e' uno dei motivi, tra gli altri, per cui esistono le pagine che state leggendo.

postato da: Anna73 alle ore 15:20 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia

Buoni propositi

Sempre piu' spesso le settimane iniziano ricche di buoni propositi, destinati a essere disattesi entro il fine settimana successivo.

Il buon proposito di questa settimana era quello di non uscire, perche' ogni tanto bisogna riposarsi, perche' Daniela e' stanca, perche' Anna ne puo' anche fare a meno, forse. Come da copione invece sabato sera siamo uscite, non senza aver dovuto superare qualche piccolo contrattempo: la mia macchina infatti ha avuto la bella idea di rompersi proprio al momento di partire, obbligandoci a ripiegare su un'altra.
Ma tant'e': ormai s'era deciso di andare e difficilmente avremmo rinunciato.

Quello che mi spinge a riflettere e' questo bisogno che sento di uscire almeno una volta alla settimana, per dare ad Anna un'opportunita' di vivere per qualche ora. Lo so bene che Anna sono io, e che la mia personalita' non si e' ancora sdoppiata al punto di farmi davvero credere di essere due persone diverse, nondimeno la sensazione che Anna sia una presenza che mi accompagna tutta la settimana e che aspetta il week-end per manifestarsi e' forte, fortissima.

Mi domando se ci sia qualcosa di male in questo, e la risposta e' invariabilmente no: non c'e' nulla di male in una cosa che non fa che rendermi sempre piu' felice. Non esco per cercare avventure sessuali, e anche quando se ne presenta la possibilita' nove volte su dieci declino. Non faccio del male a me stessa, ne' alla mia compagna ne' a nessun altro.
Forse e' l'eccessiva felicita' a generare sensi di colpa, perche' qualcuno deve aver messo in giro la voce che ad esser troppo felici si fa peccato, e non va bene.

Ma non importa: per me puo' continuare cosi'  e non rimpiango nulla, con buona pace dei buoni propositi che anche questa volta verranno disattesi.

Anzi, se per un qualche strano gioco del caso tornassi a nascere, vorrei rinascere cosi'.

Proprio cosi'.

postato da: Anna73 alle ore 08:51 | link | commenti
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venerdì, 18 novembre 2005

Copiata

Un noto giornale di enigmistica scrive da sempre in prima pagina di contare numerosissimi tentativi di imitazione, a conferma della bonta' e della qualita' della formula originale.

Da ieri anch'io nel mio piccolo posso vantare almeno un tentativo d'imitazione, magari un po' maldestro e grossolano ma sicuramente autentico.

Autenticamente falso, verrebbe da commentare.

Un'amica premurosa mi ha infatti segnalato che una certa Paola di Udine appartenente al circuito Hi5 -che, inter nos, non ho mai capito bene cosa sia- ha avuto la discutibile e per nulla onesta idea di mettere una mia foto nel suo profilo, forse perche' non ne aveva di sue o magari perche' mi assomiglia cosi' tanto da poter usare una mia foto per presentarsi agli amici.

Se da un lato la cosa potrebbe anche solleticare la mia vanita' -non credo che abbia scelto la mia foto perche' la ritiene brutta- dall'altro e' seccante perche' le persone che la conosceranno in quella veste (la mia!) assoceranno i suoi comportamenti alla mia immagine, e nessuno mi garantisce che i suoi comportamenti siano sempre ineccepibili, anzi se il buongiorno si vede dal mattino sarei portata a dire che non lo saranno per nulla.

Sono cose che succedono, mi si dira', comportamenti che l'anonimato garantito dalla rete favorisce e fa proliferare. E' vero, cosi' come e' vero che si puo' fare assai poco per contrastarli se e' vero che l'industria del falso sembra essere diventata una voce importante nell'economia nazionale, e che certi atteggiamenti sono pur sempre figli del loro tempo.

Nell'attesa quindi che la mia anonima imitatrice si ravveda non mi rimane che augurarmi che abbia cura della mia immagine, raccomandandole ogni tanto di guardarla bene negli occhi per trovarvi una sincerita' e un'onesta' che lei per il momento ha dimostrato di non possedere.

Si sa mai che a forza di guardare prima o poi le capiti di arrossire un po' per la vergogna.

Anche se, francamente, ci credo poco.

postato da: Anna73 alle ore 08:48 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
giovedì, 17 novembre 2005

A modo mio

Il mondo e' pieno di gente che la sa lunga.
Talmente lunga che si sente in dovere di dire la sua su tutto, o quasi.

Gente che mi vorrebbe insegnare a lavorare, a comportarmi, a guidare la macchina, a vestirmi quando sono al maschile, a metter su' famiglia, a navigare su internet, a essere felice. Il mondo e' pieno di gente che ne sa piu' di me, che vive meglio di me, che ha capito tutto della vita mentre io, misera, annaspo e brancolo preda delle mie incertezze e della mia incapacita'.

Va bene, lo ammetto, sto esagerando ma i dispensatori di suggerimenti non richiesti e di consigli inutili bussano spesso alla mia porta, e guai a cacciarli in malo modo perche sono sempre animati dalle migliori intenzioni, "loro". Mi vorrebbero aiutare a essere migliore, piu' femminile, piu' aggraziata, piu' affascinante e io che faccio? Li caccio in malo modo, ah, ingrata! Rifiuto il confronto, non riconosco la buona volonta', m'inalbero superba e in definitiva lascio intendere che la prossima volta se tacciono mi fanno un favore.

Perche' mi comporto cosi'?

Perche' Anna e' espressione di come io sono.
C'e' chi per esprimersi scrive, chi dipinge, chi suona, chi recita. Una volta che un musicista abbia imparato la tecnica, che uno scrittore abbia appreso le regole della sintassi e della grammatica, che un pittore abbia appreso i fondamenti del disegno il resto e' espressione di se', continua ricerca di un proprio ideale, arte.

Anna e' il modo in cui io mi esprimo, anzi uno dei modi, e forse neppure il piu' importante. E' una parte di me che proprio in quanto mia non ha senso che gli altri vogliano "migliorare". Appresa la tecnica del trucco, il gusto per i vestiti, i modi per comportarsi il resto e' espressione di me, ideale, anche arte perche' no.

Provate a mettervi dietro a un pittore che dipinge a dar consigli, o a fare le pulci a uno scrittore: a meno che non siate delle autorita' riconosciute nel suo campo vi mandera' a quel paese: lo stesso che faccio io quando persone magari appena conosciute mi vengono a spiegare come dovrei muovermi, atteggiarmi, persino camminare.

Perche' quando ci vuole ci vuole.
E insomma...

postato da: Anna73 alle ore 09:14 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
mercoledì, 16 novembre 2005

Disforica sara' lei

"Disforia di genere" e' il termine tecnico col quale si indica in letteratura una situazione tipo la mia, in cui ci si sente a disagio col proprio sesso biologico e si prova il desiderio di assumere modi e atteggiamenti propri del sesso opposto, in quanto ritenuti piu' confacenti alla propria natura. La disforia si puo' presentare sia in individui di sesso maschile che di sesso femminile, anche se a quanto pare ci sono piu' maschi disforici che femmine - ma e' tutto da dimostrare -.

L'intensita' della disforia di genere puo' variare a seconda del soggetto, e spazia da situazioni di rifiuto assoluto del proprio sesso biologico a situazioni in cui in una stessa persona i due generi convivono serenamente, senza che la personalita' ne risulti devastata.

Potra' sembrare strano, ma tra le centinaia di persone a vario titolo disforiche con cui ho avuto a che fare in passato non ce ne sono due uguali, almeno dal punto di vista della disforia stessa. Quello che potrebbe sembrare un fenomeno facilmente inquadrabile ( uomini-che-si-vestono-da-donne ) rivela una complessita' inaspettata appena si voglia approfondire un po' l'argomento e si dedichi del tempo a parlare con le persone interessate.

Le motivazioni addotte per i propri comportamenti sono le piu' disparate, e gli stili di vita che ne risultano sono alquanto vari: da chi "si veste" in modo saltuario a chi ci vive "24/7", cioe' ventiquattro ore al giorno, sette giorni a settimana. Ognuno ( o sarebbe a questo punto il caso di dire "ognuna" ) si sente nel giusto per aver adottato determinati comportamenti, e spesso critica i comportamenti altrui se questi non sono conformi ai propri. Capita cosi' che chi vive 24/7 si senta "piu' disforica" di chi si veste saltuariamente, che chi esce vestita si senta "piu' disforica" di chi non lo fa, che chi predilige rapporti con altri maschi si senta piu' nel giusto - e di conseguenza "piu' disforica" - di chi e' bisessuale o meramente eterosessuale.

Puo' far sorridere scoprire che esiste una forma di competizione per vedersi riconosciuto un maggior grado di disagio ( dopotutto la disforia e' una forma di disagio, fino a prova contraria ) quasi come se questo costituisse un attestato di merito, eppure succede anche questo nel nostro mondo cosi' complesso e sfaccettato.

Quello che dovrebbe far riflettere e' che la disforia di per se' non e' che un sintomo, le cui cause possono essere le piu' diverse e la cui soluzione non necessariamente passa attraverso gli stessi comportamenti. Con la disforia si puo' convivere, anzi puo' essere bello vivere purche' ciascuno abbia il coraggio di guardarsi dentro per cercare di capire quali sono le cause del proprio comportamento, e l'umilta' di riconoscere che ogni persona fa storia a se', senza per questo essere migliore o peggiore delle altre.

Non ha senso volersi vedere riconosciuto un maggior grado di disforia: molto meglio darsi da fare per acquisire, e comunicare, un maggior livello di felicita'.

postato da: Anna73 alle ore 09:36 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
martedì, 15 novembre 2005

In morte del senso del ridicolo

C'e' un fantasma si aggira inquieto in un mondo che avrebbe gia' di per se' sufficienti motivi di preoccupazione. Fa capolino spesso di notte, come ogni fantasma che si rispetti, ma qualcuno afferma di averlo visto di sfuggita anche di giorno, magari in giro per negozi sotto i portici di una via affollata. Chi ne e' stato sfiorato riporta di aver provato sensazioni contrastanti, sempre sfociate pero' in un sorriso ilare e spesso contagioso perche' il fantasma in questione non e' cattivo, e piu' che far paura fa ridere.

Il senso del ridicolo e' morto, e se non e' morto non gode di buona salute tanto che a vederlo sembra gia' trapassato. Si e' perso sfuggendo tra le maglie sempre piu' larghe del buon gusto, dei bei modi, del pudore. E' stato dimenticato in case con gli specchi coperti, sbeffeggiato dalla televisione degli eccessi, violentato dalla mancanza di vergogna e di amor proprio.

Si e' perso nella finta indifferenza degli altri, che per buona educazione se devono ridere di qualcuno gli ridono alle spalle, e nelle pieghe di una "politically correctness" che disegna volti seri su anime sghignazzanti. E' morto, forse, ma non e' ancora sepolto e quindi si aggira, striscia, alza la testa per affermare che anche se ora non c'e' un tempo c'e' stato, e forse in futuro si prendera' la rivincita.

Ci sono limiti che non si dovrebbero oltrepassare, cose che non si dovrebbero fare, atteggiamenti che si dovrebbero evitare non tanto per dignita' o autostima, quanto proprio per non apparire ridicoli. Questa e' una delle mie preoccupazioni, uno dei miei crucci, uno dei miei limiti piu' evidenti.
Perche' anche se pare morto in me il senso del ridicolo ha trovato rifugio, protezione, comprensione e compagnia, al punto che lo vedo spesso insieme a quell'altro che sempre piu' raramente trovo in giro, bistrattato pure lui dalla gran parte delle persone con cui ho a che fare.

Il fantasma pallido e sconsolato del senso della realta' .

postato da: Anna73 alle ore 09:58 | link | commenti
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lunedì, 14 novembre 2005

Frammenti

Un orologio da donna fermo sulle cinque e quarantacinque.
Una maglietta nera scollata con le maniche trasparenti lasciata cadere sulla sedia, con una gonna rosa antico lavorata in pizzo appoggiata allo schienale. Le scarpe basse usate per guidare abbandonate ai piedi del letto, il telefonino con la sveglia puntata alle dieci e trenta.

Un tergicristallo che spazza il vetro dall'umidita' della notte e traccia un arco semicircolare sul vetro, mentre la vettura con tre donne a bordo di-cui-una-vera-due-finte si dirige verso Milano. La cartina illuminata a intermittenza dalla luce della plafoniera, i nomi delle vie che si susseguono nel timore di sbagliare strada.

Quattro gradini saliti con gioia, quasi di corsa nonstante i tacchi da dieci centimetri e una voce dietro che mi chiede di rallentare, che vado troppo forte.
Un drink che si versa e precipita a terra rimbalzando in mille gocce che vanno a bagnare le calze di un'amica, e di striscio la punta delle mie scarpe.

Mille motivi per esserci, ma nessuna ragione.

Vedere me stessa un anno fa mentre una parrucca trasforma un'amica in quello-che-avrei-sempre-voluto-essere-ma-non-sono-mai-stata e scoprire che dopotutto non sono cosi' originale, ne' i miei sentimenti sono poi cosi' esclusivi. Vedere nei suoi occhi la stessa gioia che ancora a distanza di un anno alberga nei miei e domandarmi se non abbia gia' detto tutto quello che avevo da dire, e se non sia arrivato il momento di smettere di parlare, parlare, parlare.

Il portiere del motel che alle cinque meno un quarto di mattina mi guarda al femminile alla guida della mia vettura, e sembra esitare ma poi alla vista della chiave della stanza alza la sbarra e mi lascia entrare. La domanda sempre piu' ricorrente su che senso possa avere continuare a nascondersi, e la risposta a portata di mano che non ho il coraggio di darmi.

Il tempo sospeso della mia vita al femminile che grava sulla mia vita di sempre, e me ne distoglie.

E la stanchezza, il bisogno di dormire mentre la luce dell'alba filtra dalle serrande abbassate.

postato da: Anna73 alle ore 11:33 | link | commenti
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domenica, 13 novembre 2005

Non e' questione

La felicita' e la malinconia sembrano non poter esistere l'una senza l'altra, e immancabilmente ai momenti felici seguono momenti di malinconia struggente, cosi' come la notte da sempre segue il giorno, l'autunno subentra all'estate, l'inverno all'autunno.
Non e' questione di volercisi abbandonare o crogiolare: la malinconia ha una sua ragione d'essere, una sua dignita', un suo diritto d'esistere. Non ha senso negarla, perche' viverla e' nella mia natura, e chi trova enigmatiche le immagini che diffondo su internet forse scorge in esse i segni del passaggio, della presenza e del persistere di questo sentimento, e a livello inconscio ne avverte gli effetti.

Ho vissuto, vivo e vivro' momenti di felicita' assoluta.

Non ho remore ad ammettere che per me i momenti vissuti al femminile sono tra i momenti piu' felici che abbia mai avuto. Posso sembrare a volte tesa, a volte annoiata, a volte addirittura imbronciata ma sono sempre intimamente felice. Ancora, non e' questione di voler esagerare una felicita' pretesa nel tentativo di farla reale: io sono davvero felice al femminile come non sono mai stata in altre occasioni.
Cosi' felice che quando si tratta di ritornare alla vita normale divento malinconica e a volte triste, ma e' un sentimento questo che accetto proprio perche' mi ricorda quanto sono stata bene, e quanto staro' bene ancora in futuro.
Il tempo di Anna e' poco, limitato e prezioso, speso con intensita' profonda e coinvolgimento totale, ben sapendo che non va sprecato ma vissuto in completo abbandono.

La sensazione che tutto sia a portata di mano e si possa fare solo volendo e' forte, e mi spingerebbe ad andare oltre spostando sempre piu' avanti i miei limiti, ma so che non e' questione di voler fare sempre di piu' e meglio, quanto piuttosto di mantenere un equilibrio e un senso della realta' che sono l'unico modo per far si' che questa bella storia possa continuare negli anni a venire.

Guardo l'ora sul mio piccolo orologio dall'esile cinturino nero: le cinque e quarantacinque di una domenica mattina. Estraggo la coroncina, uno scatto e il meccanismo si ferma per non consumare inutilmente la batteria durante la prossima settimana.

Il tempo di Anna resta fermo, sospeso, congelato fino alla prossima uscita mentre la felicita' cede alla stanchezza e gli occhi mi si chiudono, non prima che una lacrima trovi la sua strada dagli occhi al cuscino.

Un'ultima, dolce, solitaria lacrima che sfuma la felicita' in malinconia.

postato da: Anna73 alle ore 18:10 | link | commenti
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venerdì, 11 novembre 2005

Thank God it's friday

Grazie a Dio e' venerdi'.

Titolo che non brilla per originalita', ma che rende l'idea del senso di leggerezza, liberazione, felicita' che provo alla prospettiva di un week-end che si preannuncia molto, molto interessante.

Poter contare sulla presenza di una nuova amica da portare nei luoghi che frequento di solito per me e' motivo di soddisfazione e contentezza, perche' accompagnare una persona nella sua prima uscita en femme per cosi' dire "in societa'" e' sempre una grande emozione. Se poi la persona in questione si e' pure dimostrata a modo, carina e piena di buoni propositi, allora le ragioni per essere felice si moltiplicano.

Si torna dunque a uscire, e pare che in questo periodo le uscite siano ricorrenti: una a settimana. Merito forse di un locale scoperto da poco, o di una ritrovata disponibilita' nei confronti di un mondo con il quale ho da sempre un rapporto ambivalente, chissa'.

Di fatto l'importante e' fare le cose che mi fanno stare bene, e credo che in questo momento nulla possa farmi star meglio di uscire in compagnia per appropriarmi di quel pezzetto di mondo che mi e' sempre mancato, e che alla fine sto faticosamente conquistando.

Come ebbi a dire mesi fa, nonostante la perfezione resti una chimera la felicita' a volte diventa accessibile, e quando cio' accade e' sempre perche' il mio animo e' pronto a recepirla.
La felicita' e' una condizione dell'anima, e la mia anima in questo periodo e' felice.

Sperare che duri e' il minimo, vivere il presente e' doveroso.

postato da: Anna73 alle ore 08:53 | link | commenti
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giovedì, 10 novembre 2005

Il coraggio di far shopping

Puo' sembrare strano, ma quando si tratta di andare a far shopping non mi agito piu' di tanto. Certo, negli ultimi mesi mi sono abituata bene e ci vado sempre con la mia compagna, per cui non ho motivo di agitarmi, ma qui mi sto riferendo alle poche volte che mi capita di andarci da sola.

Un po' di apprensione c'e' sempre, e vabbe', ma non ho tutta quella paura che invece paralizza altre ragazze piu' o meno nelle mie stesse condizioni.

Anzi.

Non mi dispiace intrattenermi con le commesse -quando ci sono- e parlarci un po' assieme, lasciarmi aiutare. Ovviamente il sottointeso e' sempre il medesimo, e cioe' che sto comprando per qualcun altra, ma sono rare le volte in cui mi ritrovo nella necessita' di raccontare la storiella del regalo, e sempre piu' spesso non dico nulla lasciando intendere che le cose stiano comunque in questi termini.

Sara' che quando sono al maschile (95 % del mio tempo, secondo le stime piu' recenti) mi sento a tal punto tranquilla e insospettabile che difficilmente vado nel panico per cosi' poco. Sara' anche che comunque me ne importa poco di cosa pensano gli altri, va' a sapere. Fatto sta' che le cose che al maschile faccio con disinvoltura mi creerebbero enormi, insormontabili problemi se fatte al femminile. In altre parole, se al maschile non ho problemi a farmi un pomeriggio di shopping al centro commerciale, al femminile avrei dei serissimi problemi anche solo a entrare nel parcheggio con la macchina.

Ovviamente conosco persone che manifestano un comportamento diametralmente opposto al mio, e che da maschi provano terrore a far cose che da femmine fanno con disinvoltura.

Siamo tutte diverse, e non se ne trovano due uguali, ma tant'e': forse proprio questo e' il bello.

Ah, stasera shopping... non s'era capito?

postato da: Anna73 alle ore 12:05 | link | commenti
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mercoledì, 09 novembre 2005

Nove novembre

Non ricordo se la mattina del nove novembre duemilaquattro c'era la nebbia come stamane, stessa mattina dell'anno successivo. Ricordo che la giornata passo' in un misto di inquietudine ed eccitazione, nell'attesa di poter uscire dall'ufficio per recarmi al centro commerciale.
Ci sono decisioni le cui motivazioni arrivano da molto lontano ma che sul momento e' difficile identificare, come se la ragione che conduce a prenderle non fosse razionale e comprensibile quanto piuttosto da addurre a un moto dell'anima, a un capriccio, o al caso.
Io quel giorno avevo deciso di andare a fare un acquisto che meditavo da tempo, ma che fino a quel momento non avevo avuto la spinta necessaria per fare.

Stavo per acquistare la mia prima fotocamera digitale, col preciso intento di usarla per fotografare finalmente Anna.

Ci sono decisioni le cui conseguenze si possono valutare solo in retrospettiva, anche se sul momento l'intuito suggerisce che saranno importanti. Ci sono dei momenti nella vita che segnano dei cambiamenti profondi, ma spesso soltanto a distanza di tempo ci si rende conto di averli vissuti, riuscendo a situarli in un ben preciso istante. Io quel giorno sapevo che stavo per fare qualcosa che avrebbe cambiato la mia vita, quello che non immaginavo era la portata del cambiamento, cosi' profondo che i suoi effetti a distanza di un anno sono ancora in atto.

Mi domando spesso cosa sarebbe successo se non avessi fatto quelle fotografie: immagino che la mia vita avrebbe continuato a scorrere sui binari sui quali sembrava ormai stabilmente instradata, senza scossoni ne' grandi cambiamenti. Immagino che avrei continuato a favoleggiare di una possibile esistenza al femminile -cosa che ho sempre fatto- senza andare oltre la semplice fantasia. Immagino che sarei stata piu' triste, disillusa, chiusa in un mondo che mi portavo dentro da sempre senza poterlo esprimere, senza poter provare le emozioni e le sensazioni che desideravo.

Ma le cose andarono diversamente quel nove novembre di un anno fa.
Acquistai la fotocamera, andai a casa e di nascosto chiusa in bagno mi preparai alla meno peggio. Scattai le prime foto, e nel guscio che aveva sempre celato quel mondo interiore si apri' una prima, piccola ma decisiva crepa che in breve tempo avrebbe fatto crollare tutte le barriere, portando alla luce una parte di me che avevo sempre negato e, in una certa misura, temuto.

Quello che accadde dopo e' facilmente intuibile, ma difficile da riassumere al punto che mentre cerco di farlo mi rendo conto di quanto sia successo in cosi' poco tempo, e di quanto questo mi abbia cambiata.
Feci altre foto a distanza di pochi giorni, e siccome erano migliori delle prime -anche se oggi le considero inguardabili- le pubblicai su internet.

Altro punto nodale della mia esistenza, altro momento di svolta.

Entrai in contatto con altre persone come me, le stesse che fino a quel momento avevo sempre solo visto in foto sul web, e scoprii che con loro potevo parlare. Scoprii similitudini e differenze, e la comunanza di sensazioni che deriva dal vivere la medesima condizione.
Cominciai a scrivere di me, preparai un piccolo sito su internet e iniziai la pubblicazione di un racconto i cui capitoli riportavano in presa diretta quello che stavo vivendo.

Tempo, tempo, tempo: mi serviva tempo da dedicare a me stessa, e a casa non potevo.
Cominciai a inventare trasferte di lavoro per poter andare a passare la notte in alcuni alberghi della mia zona. Arrivavo li' dopo essere uscita dall'ufficio, e finalmente con calma mi vestivo, mi truccavo e facevo fotografie.

Ho scattato centinaia di fotografie in quest'anno: ho riempito due CD e ancora ne avanzano. Ho scoperto che quella ragazza che era sempre stata dentro me richiedeva cure e attenzioni per essere portata alla luce, e che ottenere delle belle immagini era una sfida impegnativa ma appassionante. Ho passato intere serate a scattare decine e decine di foto per ricavarne una manciata di accettabili, che gia' la settimana successiva mi sarebbero sembrate brutte in confronto a quelle piu' recenti.

Scattavo e pubblicavo, scattavo e pubblicavo, e a un certo punto mi resi conto che potevo anche fare a meno di ritoccare le foto per nascondere il volto, perche' ormai stentavo a riconoscermi io stessa tanto era diventata efficace la trasformazione.

Scattavo e scrivevo. Il mio racconto procedeva, ma aumentava anche il numero dei contatti: dapprima in mail, poi in chat, infine con l'utilizzo dei messenger. Continuavo a conoscere persone, a ricevere commenti, incoraggiamenti, addirittura proposte.

Nell'interagire con altre persone mi rendevo conto che Anna manifestava una sua personalita' che era simile alla mia, ma non identica. Modi di esprimersi, di rapportarsi, di comunicare e di pensare che erano sempre stati in me finalmente venivano alla luce, e io mi scoprivo diversa dall'immagine che avevo di me stessa.
Ma era una differenza che ero felice di scoprire, perche' mi confermava che la strada che stavo percorrendo era quella giusta, e che finalmente una parte di me cosi' importante e finora trascurata stava emergendo.

Anna stava crescendo, ed io con lei.

Alla fine, come doveva essere, conobbi delle persone. Altro punto nodale, altro momento di svolta: nessuno mi aveva vista dal vivo fino a quel momento, e in un certo qual modo il farmi vedere di persona era come nascere una seconda volta. Fu un momento emozionante e indimenticabile: esistevo per la prima volta nel mondo reale riflessa negli occhi di un'altra, e ancora una volta mi sentivo sicura e senza timori, certa che quello che stavo facendo fosse la cosa piu' giusta da fare.

Che fosse la cosa giusta me lo confermavano le fotografie, e i commenti che ricevevo da un numero crescente di persone. Non passava settimana senza che notassi un miglioramento, un dettaglio che si incasellava al posto giusto, un tentativo riuscito di migliorare la mia immagine.

Tempo, soldi, spazi: il tempo dedicato ad Anna cresceva, cosi' come il suo guardaroba e gli spazi da dedicargli per nasconderlo, e le spese aumentavano senza che io rimpiangessi un centesimo di quanto spendevo, altra indicazione del fatto che ero convinta di quello che stavo facendo.

La sicurezza in me stessa cresceva grazie soprattutto al confronto con altre persone, un punto questo di fondamentale importanza nel processo di evoluzione che stavo portando avanti.
Anna non era piu' una parte di me di cui vergognarsi, da tenere nascosta e da esprimere solo nel piu' completo isolamento, ma una persona della quale diventavo ogni giorno piu' fiera mentre la vedevo crescere in sicurezza e, perche' no, anche in una bellezza fisica che man mano si rivelava sempre piu'.

Anna stava fiorendo sotto i miei occhi, e sotto gli occhi di chi ne vedeva le fotografie.

Era tale la felicita' per quello che stavo facendo che mi rendevo conto che non aveva piu' senso nascondere Anna alla persona che amavo, e cosi' pian piano si fece strada in me l'idea di parlare di lei alla mia compagna.

Sapevo di correre il rischio di perderla, ma mi rendevo conto che non aveva senso continuare a nascondere all'unica donna che avessi mai amato proprio la parte di me che ritenevo piu' vera e piu' bella. In qualche modo sentivo che lei avrebbe capito, forse accettato no, ma capito. Nella lucida esaltazione di quei giorni minimizzavo i rischi, e vedevo solo i possibili vantaggi di una simile decisione. Fu un passo importante e difficile, ma grazie alla fiducia in me stessa che avevo acquisito nei mesi precedenti trovai finalmente il coraggio di farlo, un pomeriggio di fine gennaio duemilacinque.

Come speravo, lei capi'.

Non solo, ma ripresasi dallo shock iniziale fece molto di piu': mi volle vedere.
Due giorni dopo Anna e la sua compagna si incontrarono per la prima volta, e da allora non si sarebbero piu' lasciate. Tre giorni dopo avermi vista per la prima volta mi avrebbe accompagnata nella mia prima uscita in pubblico, a una festa organizzata dallo stesso sito sul quale avevo pubblicato le prime foto mesi prima.

La nostra avventura insieme era cominciata: era cominciata una nuova vita.

I mesi successivi mi videro sempre piu' presente su internet e sempre piu' spesso "fuori", a frequentare feste, locali, eventi. Non in tantissimi posti a dire il vero, perche' i luoghi in cui mi fido ad andare sono ancora pochi, ma le uscite diventavano frequenti.
La complicita' della mia compagna mi consenti' di poter finalmente fare shopping senza ansie e timori, e il mio guardaroba divenne in comune col suo, visto che la fortuna ha voluto che portassimo la stessa taglia.
La mia vita, la nostra vita cambio' cosi' in meglio che nessuna di noi rimpiange gli anni passati, ma anzi viviamo un eterno presente in cui ci sentiamo a nostro agio e siamo felici.

Centinaia di foto scattate nello spazio di pochi mesi.
Migliaia di euro spesi in alberghi, vestiti, trucchi, scarpe, accessori.
Decine, centinaia di ore passate en femme sia in privato che in pubblico.
Migliaia di chilometri percorsi per raggiungere localita' anche molto distanti, un viaggio a Napoli, uno a Bologna, numerose uscite a Milano e Desenzano, i luoghi di Anna sono diventati i nostri luoghi.
Decine, forse centinaia di persone conosciute dal vivo.
Centinaia di ore passate su internet a condividere sensazioni, pensieri ed emozioni che da una vita aspettavano di essere espressi.
Un sito internet dedicato ad Anna per ospitarne foto e racconti.
Un blog aperto in marzo che ad oggi conta centosettanta post.
Una rubrica di fotografia sul sito che mi ha visto nascere.
Decine di migliaia di parole scritte per raccontare quello che stavo provando e per documentare quello che mi stava accadendo, nel tentativo di far si' che tutti potessero sapere, e forse alcune potessero trovare il coraggio di fare quello che stavo facendo io.

Tutto questo nello spazio di un anno, e come sembra lontana la mia vita di prima, che quasi non la riconosco quando ci penso. Quanto sembra diverso tutto quello che ha preceduto quel momento in cui si e' messo in moto un processo che mi avrebbe profondamente cambiata.
Quanto sembra tutto grigio e spento quello che c'era prima che imparassi cosa vuol dire essere davvero felice.

Non so cosa mi riservera' il futuro: spesso ci penso e mi rendo conto che le incognite sono grandi. Ma ho fiducia che Anna sapra' badare a se' stessa, e pur sbagliando ogni tanto sapra' quando e' ora di fermarsi e farsi da parte.
Lo so, perche' Anna sono io.
Lo sono da sempre, da molto prima che arrivasse quel nove novembre di un anno fa, giorno in cui una decisione apparentemente banale come quella di acquistare una fotocamera ha segnato l'inizio di una nuova vita.

La vita di Anna.

La mia.

postato da: Anna73 alle ore 13:20 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
martedì, 08 novembre 2005

Simboli & categorie

La realta' e' qualcosa che siamo abituati a dare per scontato.

Crediamo di conoscere il mondo in cui viviamo tutti i giorni solo per il fatto che -appunto- ci viviamo, ma spesso non ne sappiamo granche'.
Un esercizio utile per cercare di capire come funzionano per davvero le cose puo' essere cambiare il proprio punto di vista, e vedere cosa succede.

Quello che io faccio perche' e' nella mia natura, cioe' il vivere al femminile in alcune circostanze, diventa motivo di riflessione quando mi accorgo di quanto siano importanti i simboli, e di quanto la gente sia portata a ragionare per categorie.

Partendo dal presupposto che io sono sempre io, e' affascinante e al tempo stesso inquieta constatare come gli altri cambino il loro atteggiamento nei miei confronti solo perche' cambia il modo in cui mi presento. Come possono dei vestiti diversi, una parrucca e un po' di trucco cambiare in modo cosi' profondo la percezione che gli altri hanno di me?

La domanda e' oziosa, perche' e' evidente che possono eccome, eppure mi si ripresenta ogni volta che provo a uscire en femme.
A parte le mille paure che mi porto regolarmente dietro ogni volta che esco, sono sempre sorpresa da come il mondo visto al femminile sia diverso dal mio solito mondo. La gente cambia atteggiamento, io stessa cambio atteggiamento: mi sento piu' a mio agio in certe situazioni e a disagio in altre che prima non mi creavano alcun problema. Ma soprattutto mi rendo conto dell'effetto che quei vestiti, quel trucco e quella parrucca hanno sugli altri.
E' come se bastasse indossare qualcosa di diverso per cambiare radicalmente il proprio rapporto col mondo.
Ma, a questo punto, mi domando sempre se la mia vita "normale" non sia il risultato dello stesso principio applicato al mio modo di essere di tutti i giorni, se il mio "normale" rapporto col mondo non sia conseguenza del mio modo di presentarmi, se quella che io ho sempre ritenuto essere la mia immagine "normale" non sia essa stessa il risultato di condizionamenti che durano da una vita.

Ecco: questo mi inquieta, perche' mi porta a domandarmi chi io sia, in realta'.
O chi altri avrei potuto essere.

O, infine, se sto vivendo davvero come vorrei.

postato da: Anna73 alle ore 09:52 | link | commenti
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