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Anna73

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"Le persone cosi' pazze da pensare di poter cambiare il mondo sono quelle che lo cambiano."


venerdì, 28 ottobre 2005

Coming-out

A giudicare dal numero di commenti arrivati negli ultimi due giorni questo blog lo leggono in dieci persone, stima ottimistica ottenuta assumendo che una su due abbia commentato.

A giudicare dalle statistiche di accesso invece i lettori oscillano tra i cinquanta e i cento.

Per quanto l'idea del blog per quattro gatti non mi dispiaccia per nulla, mi devo fidare delle statistiche e dedurne che solo un lettore su dieci, o su venti, si fa vivo quando gliene concedo l'opportunita'.
Questo comportamento non e' poi cosi' sorprendente, se si considera che il popolo di internet e' composto in gran parte di "guardoni" -in senso buono, eh?- che tanto leggono e poco scrivono, a meno che non si tratti di avventurarsi in una chat dove "il contatto e' piu' diretto", come dire che si conclude prima e si minimizza la perdita di tempo.

Commentare un blog come il mio significa comunque schierarsi da una parte o dall'altra: che mi si dica di apprezzare o di non condividere per nulla una posizione bisogna pur assumerla, il che in qualche modo e' l'esatto contrario di quello che la maggioranza delle persone fa nella vita reale.

Il problema delle ragazze come me non e' infatti che se ne parla male o che se ne parla bene, ma che non se ne parla affatto. Siamo una realta' perlopiu' ignorata, anche se i maschietti che hanno a vario titolo desiderio di apparire femminili pare siano una percentuale non proprio trascurabile della popolazione.

Se e' cosi' difficile prendere posizione pur nel rigoroso anonimato garantito da internet, cosa dobbiamo aspettarci nel mondo reale?

Ve lo dico io: silenzio.

postato da: Anna73 alle ore 09:13 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
giovedì, 27 ottobre 2005

Colazione da Freud

A casa non faccio mai colazione, ma quando sono in giro contravvengo a quest'abitudine. L'inconfessabile, atavico dispiacere di rinunciare a qualcosa che "tanto e' pagato" mi spinge spesso a frequentare buffet e tavolini che normalmente diserterei in favore di un piu' virtuoso digiuno.
Se poi mi capita di essere sola nel salone di un discreto albergo, la colazione non diventa solo occasione per giustificare il salto del pranzo, ma anche momento di riflessione mentre osservo gli altri.

Al tavolo di fronte al mio siede una ragazza bruna, dai capelli lunghi e lisci. L'ho gia' incontrata prima, alla reception mentre pagavo il conto: non sembra italiana, anche se il suo italiano e' discreto. Dovessi azzardare una nazionalita' la direi spagnola, anche per via dei tratti somatici, ma e' solo una mia impressione. Indossa una camicetta nera mediamente scollata, una gonna nera gessata al ginocchio, calze nere abbastanza spesse -direi dai 40 den in su'- e un paio di decolte' col tacco basso e quadrato; una mise senza tante pretese, da giovedi' appunto. Nell'attimo di uno sguardo un qualche sottosistema neurale nel mio cervello l'ha scrutata, analizzata, catalogata: tipo ordinario, viso appena gradevole, vestito nientediche', interesse zero.

Tipico modo di ragionare da maschio.

Quando lei si alza vedo gli altri maschi seduti ai tavoli vicini che la seguono con lo sguardo mentre si allontana. Una volta sentii dire che lo psicologo e' colui che quando una bella donna entra in una stanza guarda quello che fanno gli altri. Stando a questa definizione, sarei una buona psicologa.

La guardo anche io, ovviamente, e mi chiedo che sensazione si debba provare a camminare in quel salone con una camicetta mediamente scollata, una gonna gessata al ginocchio, le calze coprenti e un paio di decolte' col tacco basso e squadrato. A qualcuno potra' sembrare curiosita' morbosa, per me e' curiosita' e basta. Ma non c'e' sofferenza per non poterlo fare a mia volta: c'e' solo una grande, insoddisfatta, profonda curiosita' per un inviluppo di sensazioni ed emozioni che per lei sono talmente quotidiane da risultare ordinarie, e per me sono l'essenza stessa di quello che la vita mi proibisce pur mettendomelo a portata di mano.

Mentre mi alzo per andare a prendere l'ultima brioche, che-tanto-e'-pagata-perche'-lasciarla-li'-e-poi-tanto-oggi-non-pranzo, mi rendo conto che non provo sofferenza, ne' questa vita mi e' insopportabile, ne' sono disforica al punto da rifiutarmi come maschio.

Sono soltanto insanabilmente, terribilmente, imperdonabilmente curiosa.

postato da: Anna73 alle ore 09:08 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
mercoledì, 26 ottobre 2005

Feedback day

Volete dire la vostra su questo blog?

Mi seguite da tempo e vi e' sempre dispiaciuto non poter commentare?

Bene, ora ne avete la possibilita': oggi e domani sara' possibile scrivere qui cosa pensate di me, del blog, del mondo che vi sto raccontando da mesi su queste pagine. Commentate solo questo post: commenti su altri non saranno presi in considerazione, e commentate il blog in generale e non un post specifico.

Attenzione: solo per oggi e domani, poi i commenti spariranno -inclusi quelli che avrete scritto- per riapparire sulle pagine del mio sito personale.

Ma solo alcuni, e non necessariamente solo quelli elogiativi.

 

postato da: Anna73 alle ore 10:02 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia

Telefono

C'e' un aspetto di me che tradisce inequivocabilmente la mia vera natura.

Il mio modo di scrivere puo' essere orientato verso l'uso di espressioni, termini, locuzioni tipicamente femminili, anche se lo e' gia' sufficientemente di suo e comunque e' sempre meglio non esagerare per evitare il ridicolo. Le fotografie possono essere fatte ad arte per farmi sembrare piu' femminile, piu' graziosa, a volte addirittura piu' bassa.

Ma la voce no, quella non riesco a cambiarla senza rischiare effetti risibili degni della peggior commedia all'italiana: la voce me la devo tenere com'e'. Oh, certo, e' possibile eliminare parte delle risonanze piu' basse, dei toni piu' profondi, cosi' come e' possibile cambiare la cadenza, l'accento, la respirazione. Qualcosina in effetti si puo' fare, ma i risultati sono ben lontani da quelli che posso ottenere nel campo visuale con una semplice fotografia.

Per questo motivo non amo parlare al telefono con chi non mi conosce. Passi per chi mi conosce di persona, che tanto oramai ha capito bene chi sono e non ci fa caso, ma con chi non mi conosce ho questa sorta di pudore che raramente mi permette di alzare la cornetta senza provare una stretta allo stomaco.

Inoltre ad allontanarmi ancora di piu' dall'uso del telefono contribuisce la mia strenua difesa di una privacy che devo bilanciare con la necessita' di esprimermi, la stessa necessita' che mi porta a scrivere sul blog e a pubblicare qualche foto. Una telefonata o un SMS ormai identificano in modo univoco il numero del chiamante, a meno che questo non venga nascosto, ed io non voglio che il mio numero di telefono finisca in mano a chi potrebbe farne un uso scorretto. Il telefono purtroppo non ha ancora la funzione di "ignore", e l'unico modo per allontanare un molestatore continua ad essere quello di spegnere l'apparecchio, o cambiare numero.

Per questi ed altri motivi non aspettatevi che risponda a richieste di contatti telefonici: non lo faro' e anzi mi dispiace non aver chiarito la questione tempo fa, quando forse sarebbe stato il caso.

Se mi volete contattare avete tutti i mezzi per farlo: messaggi privati, e-mail, commenti sui gruppi cui partecipo.

Purche' di parola scritta si tratti.

postato da: Anna73 alle ore 08:33 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
martedì, 25 ottobre 2005

Effecinque

A volte mi sembra di vivere una vita fatta di attese.

Se guardo agli anni trascorsi - e ormai sono tanti, ahime' - mi accorgo che ho passato molto tempo ad attendere. Attese lunghe come quelle per finir di studiare, di trovar lavoro, di trovare una compagna, oppure attese piu' brevi per cose meno importanti, ma pur sempre dipendenti dagli altri e solo in parte da me.

L'attesa di un messaggio di posta che non arriva, di un SMS, di una telefonata. L'attesa che arrivi la prossima uscita en femme, e quando arriva l'incertezza se sia o meno il caso di andare. L'attesa che arrivi il fine settimana, le ferie, la sera, l'attesa che smetta di piovere. Attese che sono parte della vita eppure ne rappresentano una forma di sospensione, perche' poi finche' si attende sembra che il tempo non passi e invece no, lui passa sempre e prima o poi presenta il conto.

E' piu' facile aspettare che cambino le cose piuttosto che cercare di cambiarle. E infatti ogni volta che mi si presenta l'occasione di cambiare per davvero ho paura, e ricordo con nostalgia i tempi in cui tutto quello che dovevo fare era aspettare.

Battere e ribattere sul tasto di refresh di una pagina web o della propria vita, il principio e' lo stesso e la motivazione pure: aspettare che cambi qualcosa.

Rinunciare alla propria autodeterminazione in favore di qualcosa che non dipende piu' da noi ma dagli altri, e fuggire dalla liberta'.

Quanto spesso l'ho fatto, e quanto spesso lo faccio. A volte mi pesa essere libera.

Ma non potrei vivere diversamente.

postato da: Anna73 alle ore 09:22 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
lunedì, 24 ottobre 2005

LadyHawke

La stanza e' illuminata dalla luce del mattino che filtra dalle tende discreta e soffusa. Lei e' seduta al tavolino che sorregge il pc, il mento appoggiato a una mano e le ginocchia unite. Indossa una gonna di colore scuro, e una maglietta con spalline sottili. Le gambe unite all'altezza del ginocchio si aprono a compasso verso terra, fino a terminare in un paio di decolte' nere col tacco alto.

Io la guardo, ma lei guarda altrove.
Non il pc, che sembra trascurato a favore di qualcos'altro o qualcun'altro fuori dalla scena: lo sguardo e' diretto alla sua destra, come se qualcosa avesse catturato la sua attenzione. La guardo ancora, come se volessi memorizzare ogni tratto del suo viso, ogni curva del suo corpo, e mentre la guardo una tenerezza infinita mi pervade. La tenerezza di un padre che guarda la figlia, di un fratello che ammira la sorella finalmente donna, di un amante che scopre quanto possa essere bella la sua amata nella luce di un mattino di ottobre.

Guardo lo scatto precedente e quello successivo, ma quello che ora ho davanti agli occhi e' il piu' bello. Uno scatto fortunato, senza dubbio, uno su cento. Una delle piu' belle immagini di Anna, di sempre. Lei e' ancora li', fissa, immortalata nello specchio di pixel che me ne rimanda l'immagine.

La mia immagine.

Un uomo e una donna che non si incontreranno mai, perche' sono la stessa persona. Eppure quante cose avrebbero da dirsi.
Sembra quel vecchio film in cui due amanti erano separati dal vivere l'uno di giorno, l'altra di notte, con solo un breve attimo per intravedersi al tramonto.

Mentre le nebbie di questa mattina si diradano e lasciano spazio al sole, mi domando se non sia paradossale -o patologica- la situazione che sto vivendo. Ma e' solo un po' di malinconia quella che mi spinge a queste considerazioni.

La verita' e' che non sono mai stata cosi' felice come da quando posso essere entrambi.

postato da: Anna73 alle ore 08:54 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
sabato, 22 ottobre 2005

New look

Le donne normali il sabato di solito vanno a farsi i capelli, o si dedicano in vario modo alla cura di se' stesse: non tutte certo, ma molte lo fanno o comunque lo possono fare. Io il possibile stamane l'ho fatto, nel senso che mi sono fatta i peli e ho dedicato un po' di attenzioni al mio aspetto, tuttavia visto che non ero del tutto soddisfatta ho pensato di continuare il lavoro intrapreso ieri sul blog e di estenderlo al mio sito personale.

In altre parole, ho rifatto il look al sito dopo averlo rifatto al blog.

Come tutte le donne che si rispettino vado orgogliosa del mio nuovo look, e sono piu' propensa ad accettare commenti favorevoli che critiche... inoltre me ne accorgo se state mentendo, quindi siete avvisati...

A presto comunque, e buon fine settimana.

postato da: Anna73 alle ore 11:23 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
venerdì, 21 ottobre 2005

Foto di carta

A volte penso che mi piacerebbe avere una foto di Anna da tenere nel portafogli, un po' come si usa con le foto delle persone care. Mi frena il fatto che foto di Anna ancora non ne ho fatte stampare, e che sarebbe curioso andarsene in giro con una foto di me stessa nel portafogli, quasi come se si trattasse di un'altra persona.

Certo la cosa si presterebbe a creare situazioni curiose: immagino sguardi di estranei o conoscenti che cadono sul portafogli aperto nell'atto di pagare qualcosa, e magari qualcuno che si spinge a chiedermi chi sia quella ragazza-bionda-niente-male che ammicca da sotto la plastichina protettiva. Un'amica, una parente, me stessa? Il gioco m'intriga, chissa' che prima o poi non si faccia.

Le foto sono spesso un tramite tra il mondo che vorremmo e quello in cui viviamo.
Ci ricordano momenti felici, persone care, luoghi piacevoli. Non e' raro trovare sui desktop dei PC immagini cosiddette "di fuga": spiagge, panorami, foto dei figli, delle vacanze, dei propri hobby. Piu' difficile trovare attinenze col lavoro, a meno che non lo si ami al punto da considerarlo vacanza, svago, momento lieto.

Le mie foto al femminile sono un modo per ricordare dei momenti felici, e per consolidare la mia identita'. Le prime foto che pubblicai avevano il viso coperto, ma capii subito che l'immagine che comunicavano era incompleta, parziale, mozza. Non aveva senso presentarsi cosi', meglio piuttosto non presentarsi per nulla. E poi -tanto vale dirlo- mi dispiaceva ritoccare le immagini perche' mi sembrava di fare un torto a quella ragazza della quale ero cosi' orgogliosa.

Orgogliosa di un'immagine femminile nella quale mi riconoscevo, anzi nella quale per la prima volta finalmente mi riconoscevo, che non meritava di essere nascosta ma che anzi sentivo di dover condividere, mostrare e portare con me.

Portare con me.

Proprio come quelle foto di carta che non ho mai avuto nel portafogli, ma che adesso avrebbe finalmente un senso avere.

postato da: Anna73 alle ore 09:18 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
giovedì, 20 ottobre 2005

Mezzopost

Fare un censimento delle ragazze come me presenti sulla rete e' impossibile, ma un qualsiasi tentativo anche svogliato portera' a concludere che abbondano i mezzibusti, o meglio quel che ne avanza. Sono infatti frequentissime le inquadrature delle sole gambe, pubblicate nel timore che mostrare di piu' possa rivelarsi compromettente.

Chi osa qualcosina in piu' si mostra a figura intera, ma con la pecetta sugli occhi a coprire inconfessabili identita'. Una minoranza si mostra completamente, conscia del fatto che un trucco ben eseguito rende totalmente irriconoscibili. Questa e' la realta' del nostro mondo, e tutto sommato potrebbe anche essere accettabile in quanto ognuno alla fine e' libero di disporre a piacimento della propria immagine.

Ma poi mi capita di aprire la pagina di un giornale on-line, e tra le altre cose ne scopro una che in fondo gia' sapevo, e cioe' che per acquistare una casa in Italia servono mediamente diciotto anni di stipendio. Si', avete capito bene: diciotto anni di stipendi interamente devoluti all'acquisto, durante i quali non mangiate, non bevete, non uscite e se lo fate lo fate a carico di qualcun altro, perche' dovete pagarvi la casa.
Cambio pagina e trovo le solite facce di speculatori -quelle si' bene in vista- che hanno appena sposato l'attrice famosa, o che escono con la velina e la letterina di turno. E voi li' a sgobbare per pagarvi la casa.
Non basta, perche' in cronaca scopro che ormai neanche piu' i rapinatori si premurano di coprirsi il viso, quasi come se la certezza di farla franca rendesse ridicola la paura di essere riconosciuti. Gli unici che sembrano conservare un po' di dignita' sono gli immigrati pescati -letteralmente- mentre cercano di entrare nel nostro bel paese, che almeno in alcuni casi il viso se lo coprono, e chissa' poi perche'.

Alla fine del giro ritorno sulle nostre pagine, sulle inquadrature dei piedi, delle gambe, sulle pecette che coprono visi gia' di per se' irriconoscibili, e mi domando chi e' che si dovrebbe vergognare. La risposta e' ovvia, ma preferisco ribadirla: non siamo certo noi che dovremmo vergognarci.

La mia e' una posizione senza dubbio qualunquista, eppure gradirei per una volta poter essere smentita con argomenti un po' piu' consistenti, che non riguardino direttamente la mia persona o il mio modo di pensare.

Che non mi piaccia il mondo in cui vivo e' risaputo, cosi' come non faccio mistero della rabbia che provo nei suoi confronti. Quello che mi manca e' un modo per cambiarlo, che non so se esiste ma qualora esistesse non passerebbe certo attraverso il presentarsi a meta', o lo scrivere solo in parte quello che provo.

Se un'immagine parziale puo' essere brutta da vedere, un post a meta' sarebbe ancor peggio da leggere.

postato da: Anna73 alle ore 09:02 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
mercoledì, 19 ottobre 2005

Hard community

I siti internet delle ragazze come me si possono dividere in due grandi categorie: quelli che hanno contenuti per adulti e quelli che non li hanno. Di solito chi pubblica contenuti per adulti viene giudicata una poco di buono dalle altre, le quali a loro volta sono ritenute delle bacchettone represse e ipocrite dalle prime.

La situazione e' abbastanza curiosa a ben pensarci, intanto perche' nessuno sano di mente rinfaccerebbe mai al signor Rossi di essere un ipocrita, solo per non aver documentato nei particolari le sue avventure erotiche sul sito che ospita le foto delle sue vacanze. Poi perche' non e' detto che l'ostentazione della propria sessualita' debba per forza far parte delle abitudini di una transgender, crossdresser o travestita che dir si voglia.

La sessualita' e' un aspetto della vita di tutti, e ciascuno puo' scegliere se rendere pubblica la propria oppure no. L'educazione ricevuta generalmente va nella direzione di tenere certi comportamenti confinati alla camera da letto senza andare a sbandierarli in giro, ma poi ognuno e' libero di fare come gli aggrada. Il ritenere che una ragazza come me debba per forza avere una vita sessuale esuberante e pubblica e' sintomo di un pregiudizio duro a morire, parente stretto di quello secondo il quale tutte le donne sarebbero delle potenziali prostitute. Quello che non si capisce e' il motivo per cui questo pregiudizio debba per forza essere alimentato anche dalle appartenenti alla mia stessa categoria che, avendo scelto di mostrare, a volte ironizzano sul fatto che le altre non facciano altrettanto.

A chi mi risponde dicendomi che noi siamo delle creature ad alto potenziale erotico, e che quindi certi comportamenti esibizionistici sono spesso attesi, non posso che far notare che questo e' un altro pregiudizio alimentato da noi stesse e dai nostri comportamenti, non ultimo il modo di presentarci.

Ma tant'e': chi ha deciso di rimanere nel ghetto difficilmente approvera' qualsiasi tentativo di forzare le mura che isolano i propri sfoghi dalla propria vita "ufficiale", quella si' al di sopra di ogni sospetto e moralmente ineccepibile.

Proprio come si conviene a un buon padre di famiglia, e con quel tanto d'ipocrisia tipica -quella si'- di certi trasgressori part-time.

postato da: Anna73 alle ore 09:37 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
martedì, 18 ottobre 2005

Incomunicabilita'

Chi fa scelte di vita difficili e assume atteggiamenti di rottura nei confronti del mondo spesso desidera che il coraggio che ha dovuto avere per farlo gli venga riconosciuto. Chi si sente a torto o a ragione in conflitto con gli altri alternera' periodi in cui si difende a periodi in cui attacca, a seconda di quanta forza sente dentro di se' in un dato momento. In ogni caso difficilmente la sua esistenza scorrera' serenamente, proprio a causa dell'esistenza di un conflitto che non di rado si autoalimenta.
E' il caso di molte ragazze come me che hanno fatto scelte estreme, inclusa quella di vivere la propria vita completamente al femminile.

Non si puo' svuotare il mare con un secchiello e un cucchiaino, ne' ci si puo' ragionevolmente adirare se si fallisce in quella che fin dall'inizio avrebbe dovuto apparire come un'impresa disperata. Si puo' pero' imparare a navigare nel mare, e se si naviga abbastanza a lungo spesso si finisce con l'amarlo, e col chiedersi perche' ci fu un periodo in cui lo si voleva svuotare.

Chi fa scelte difficili spesso pretende che le persone che ritiene amiche abbiano il suo stesso coraggio, la sua stessa determinazione e la sua stessa visione del mondo. Non si accorge che ha a che fare con semplici esseri umani, il cui unico torto e' forse quello di provare nei suoi confronti sentimenti di affetto, amicizia e a volte amore che non sono pero' sufficienti a motivare scelte di vita che li porterebbero in conflitto con altre persone care.

Tutto o niente sembra essere la logica che spesso regola questi rapporti cosi' asimmetrici, in cui una parte combatte la sua battaglia contro il mondo e l'altra si limita a guardare, a voler bene, ad amare senza sentirsela di scendere in campo anch'essa.

E cosi' a fronte di un contesto indifferente e ostile si fa spesso l'errore di far leva sui sentimenti delle persone che ci vogliono bene, rimarcandone l'inadeguatezza e sottolineandone le paure, con l'unico risultato di allontanarle da noi.

Dimenticando spesso che la comprensione che gli altri ci negano non e' poi in fondo cosi' diversa da quella di cui noi stessi difettiamo.

postato da: Anna73 alle ore 10:10 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
lunedì, 17 ottobre 2005

Momenti teneri

Un sabato pomeriggio, con la luce del tramonto che filtra dalle tende. Una stanza ampia, ben arredata, nota ormai nei minimi particolari: un letto dalle lenzuola candide, morbidi cuscini, mobili gradevoli dalle tonalita' calde, abbondanza di luci. Il tutto che emana una piacevole sensazione di cura e pulizia.

Me ne sto accovacciata sul letto, appoggiata ai cuscini sullo schienale. Una gonna ampia e mordida mi avvolge le gambe con un tepore discreto, mentre mi stringo nella maglietta e nel soffice golfino azzurro. Mi sento bene come se fossi in un nido caldo e familiare, e mentre mi scosto i capelli dagli occhi penso che sia valsa la pena di venire fin qui per assaporare questi momenti, per provare queste sensazioni.

Lo so che non e' solo questione di quello che indosso, ma in questo momento registro una straordinaria sintonia tra i miei vestiti e il mio stato d'animo, ed entrambi concorrono a rendere prezioso l'attimo che sto vivendo. Non eccitazione ne' torbidi pensieri: solo una sensazione di tranquillita' e di intima soddisfazione.
Un momento di pace che finalmente arriva dopo averlo atteso a lungo.

Un momento dolce, sereno, intimo.

Tenero.

postato da: Anna73 alle ore 09:14 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
venerdì, 14 ottobre 2005

Sotto pressione

E' difficile dire come mi sento in questo periodo, ma chi mi conosce avra' notato i sintomi di un disagio.

Per un insieme di circostanze che dipendono solo in parte da me non esco en femme da circa un mese e mezzo, e l'ultima volta che l'ho fatto ad essere sincera non e' che mi sia piaciuto granche'. Il problema e' sempre il solito, che a volte si riacutizza: l'unico modo che conosco per uscire e' andare in locali "dedicati".

Per quanto almeno all'inizio questa sia un'ottima opportunita' per provare l'emozione di vivere in pubblico al femminile, col tempo questo genere di esperienza mostra i suoi limiti. L'ambiente innanzitutto, che e' sempre fortemente orientato alla ricerca di esperienza sessuali occasionali. Se puo' andare bene frequentare un club prive' una volta ogni tanto, col tempo la mancanza di alternative rende questa soluzione sempre meno attraente.

Se poi come me non si cerca sesso occasionale ma semplicemente la possibilita' di stare in pubblico prima o poi ci si rivolge la classica domanda "ma che ci faccio io qui?" e soprattutto ci si chiede se ne valga davvero la pena. L'alternativa al momento e' starsene a casa e limitarsi a vivere en femme tra quattro mura, perche' il coraggio di andare in giro in posti "normali" non c'e' ne' si prevede che possa arrivare a breve.

Tutto questo genera una sensazione di disagio che alla lunga si manifesta influenzando modi e comportamenti senza che vi sia la possibilita' di farci nulla.

Ne parlavo ieri sera con un' amica: se mi guardo allo specchio mi scopro carina, non volgare ne' sopra le righe, una persona normale insomma. Perche' questa ragazza deve restare confinata dietro la lucida e fredda superficie di uno specchio, senza poter uscire nel mondo esterno?
Non faccio nulla di male, non voglio andare in giro per cercare avventure ma solo per vivere normalmente, eppure non posso.

Perche'?

postato da: Anna73 alle ore 09:05 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
giovedì, 13 ottobre 2005

Cambio di stagione

Te ne accorgi al mattino, quando l'aria e' piu' fredda e la luce e' ancora fioca. Passi vicino alle donne alla fermata dell'autobus, o le vedi sui marciapiedi mentre si dirigono verso l'auto, o entrano in un portone. Pantaloni o gonne un po' piu' lunghe, calze velate o coprenti, giacconi o leggeri cappotti, scarpe a volte un po' piu' alte. E trucchi piu' o meno curati, da quello perfetto nella sua semplicita' a quello che non c'e', perche' magari era tardi o semplicemente manca l'abitudine.

Lo so che e' riduttivo, che e' estremamente, totalmente, ingiustamente riduttivo pensare alle donne solo in termini di quello che indossano. Lo so, e infatti questi pensieri cerco di tenerli a bada, non dico di reprimerli, ma quantomeno di bilanciarli con altri meno superficiali.

E allora penso che il trucco magari richiede di alzarsi dieci minuti prima, che le scarpe col tacco si possono incastrare nelle grate e che le calze si possono rompere, e che tutto questo vestire e truccarsi non avra' mai la praticita' e la semplicita' di una rapida barba fatta col rasoio elettrico e di un paio di pantaloni confortevoli e robusti.

Ma si vive anche di sogni, graziaddio, e il mio sarebbe quello di potermi alzare la mattina e scegliere non dico il sesso, ma almeno il genere d'appartenenza per quella giornata. Un giorno potrei essere maschio, vestito in modo comodo e informale o magari con un bel vestito, se ci fosse motivo, un altro giorno potrei essere femmina e dedicare alla cura del mio aspetto quei venti minuti in piu' che nulla toglierebbero alla mia giornata ma darebbero moltissimo alla mia anima.

Sembra un sogno, ma e' piu' o meno quello che fanno le donne quando decidono se vestirsi in modo femminile o maschile, senza doverci ragionare troppo su' e darsi giustificazioni inutili. Che vita sarebbe la mia, se davvero potessi realizzare questo sogno?

Ci penso, ci penso e ci penso ancora, mentre un refolo di vento spazza le foglie dal bordo della strada e agita l'orlo di una gonna alla fermata dell'autobus. "This could be heaven" cantava Freddy Mercury in una delle sue ultime canzoni: "Questo potrebbe essere il paradiso".

Potrebbe.

postato da: Anna73 alle ore 09:03 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
mercoledì, 12 ottobre 2005

La vita altrove

A fronte di una recente, piccola delusione un' amica ha cercato di consolarmi dicendomi di non pensarci, perche' "la vita, quella vera, e' altrove".

Lei si riferiva al dominio degli affetti veri e profondi, alle situazioni che durano nel tempo contrapposte a una passeggera infatuazione che non aveva mai mostrato grosse pretese d'immortalita'. In altre parole quello che la mia amica mi voleva dire era di non pensarci, perche' la vita "vera" e le cose che contano sono altre.

Sono d'accordo con lei solo in parte. La vita non e' mai "altrove": e' sempre dove io sono.
Che si tratti di un momento magico che fa incrociare due sguardi o di un'alba livida che vede suonare ancora una volta la sveglia, di un attimo d'estasi o di una telefonata di lavoro la vita e' sempre li', e l'unica cosa che cambia e' la percezione che ne posso avere. Certi momenti sono piu' piacevoli, altri meno, ma tutti appartengono alla mia vita, quella "vera".

Ci sono istanti che si fissano per sempre nei ricordi e giorni interi alla fine dei quali se interrogati rispondiamo che non e' successo "nulla", anche se non e' ovviamente vero. Ma per me e' difficile pensare che certi momenti fossere "non vita" e che la vita vera fosse altrove. Quello che e' successo, per quanto spiacevole, e' parte delle mie esperienze e quindi della mia vita: quella "vera"

Cosi' come il cuore non conosce battiti di serie A e battiti di serie B, i momenti che ci sono concessi andrebbero tutti apprezzati anche se alcuni sono indubbiamente piu' piacevoli, emozionanti e graditi di altri.
In caso contrario il rischio che si corre e' quello di continuare a scartare giorni su giorni in attesa che quelli "veri" si decidano ad arrivare.

Senza contare che potrebbero non arrivare mai.

postato da: Anna73 alle ore 09:20 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
martedì, 11 ottobre 2005

La sorellina tira

In queste ore si fa gran parlare di un personaggio molto in vista, ricoverato all'ospedale in gravi condizioni dopo aver ecceduto un po' in quello che -dicono- per lui rappresenta un antico vizio di famiglia.
Dato che l'uso di stupefacenti in taluni contesti ormai fa a malapena notizia e di sicuro non scandalizza coscienze intorpidite alle prese con ben altri problemi, i media si sono subito lanciati a rimestare nel torbido alla ricerca del particolare scabroso che rialzasse per un attimo il livello d'attenzione.

Questa volta la fortuna ha arriso agli spalatori, e dai contorni della vicenda pare sia uscita la figura nientemeno che di una sorellina, ovverossia una come me. A dire il vero i giornali hanno parlato di una transessuale, ma non volendo andare troppo per il sottile posso tranquillamente asserire di appartenere alla sua stessa categoria, magari con qualche modifica strutturale in meno.

Le persone che come me si trovano a meta' strada tra i due generi hanno sempre esercitato un fascino sottile sugli uomini e a volte sulle donne. La possibilita' di avere rapporti con una creatura che e' in parte uomo e in parte donna ha acceso le fantasie di molti, e non solo da ieri ma da che mondo e' mondo. Non sorprende quindi che anche tra le classi privilegiate ci sia chi si concede avventure con qualcuna di noi, ovviamente nella massima riservatezza e facendo attenzione che non si sappia.

Se infatti farsi vedere in giro con attricette e soubrettine e' considerato un peccato veniale quando non un vanto, una relazione pur fugace con una di noi e' una vera e propria jattura qualora si venga a sapere. Questo vale sia per chi ha una vita pubblica e gode di fortune e privilegi, sia per chi conduce un'esistenza assai piu' modesta e da difendere non ha che l'appartamentino di due stanze e un lavoro ingrato ma sicuro.

Un'amica piu' saggia di me un giorno mi disse di non farmi illusioni, che noi siamo quelle dei ritagli di tempo: aveva ragione. Ritagli di tempo, scampoli di vita, facili illusioni aggiungo io.

Nel caso specifico, mi aspetto a breve le smentite dell'ufficio stampa dell'illustre malcapitato.

Chissa' cosa si inventeranno stavolta.

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lunedì, 10 ottobre 2005

Senso simulato

Il gadget elettronico di ultima generazione, telefonino - fotocamera - computerpalmare - lettoremp3. La macchina grande, un SUV e' l'ideale ma anche una sportiva va bene -se adeguatamente taroccata- o al limite una station wagon o un monovolume -ma in questo caso da guidare a tavoletta in autostrada, meglio se sfanalando chi precede e ingombra-.
La casa grande, al limite delle proprie possibilita' o meglio sopra, arredata con prestiti e mutui pluridecennali. Piu' modestamente il vestito, l'accessorio, il capo d'abbigliamento costoso, anzi costosissimo che l'anno prossimo non metteremo piu'.

E' la societa' dei consumi, della crescita perenne pagata non si sa bene da chi, in cui la prospettiva della regressione -che a rigore vuol solo dire possedere un po' meno di quello che si possiede ora- e' lo spauracchio da agitare davanti agli occhi di chi osa dubitare, e si chiede se sia proprio necessario tutto questo spendere. Ma a scrivere di quest'argomento si rischia di assumere il tono un po' patetico di chi non ha di meglio da dire, e se la prende con chi ha di piu' per mera invidia, gelosia, incapacita'.

Eppure il percorso seguito fin qui mi porta a dubitare di questo modello, perche' se e' vero che posso vedere Anna grazie a un po' di trucco, una parrucca e un vestito, e' anche vero che Anna non e' un po' di trucco, una parrucca, un vestito.
Non e' qualcosa che possiedo, ma qualcosa che sono.
Mi domando allora se tutta questa smania di possedere non vada a colmare dei vuoti dell'essere, e se in fondo non si finisca con l'identificarsi con cio' che si ha, in assenza di una coscienza chiara di quel che si e'.

Un senso per l'esistenza e' difficile da trovare, ma quello che possediamo puo' servire a simularlo.
Nell'attesa di un improbabile risveglio, tanto vale continuare a sedare le nostre coscienze con lo shopping.

postato da: Anna73 alle ore 09:16 | link | commenti
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venerdì, 07 ottobre 2005

Disperati

Sono passata da Ceuta un paio di volte, entrambe in uscita dal Marocco. Non ho visto recinzioni, filo spinato e folle di disperati che tentassero di passare, ma solo la lunga tettoia della dogana e la fila di macchine. Per essere una frontiera africana non ci mettemmo neppure tanto a varcarla: poco piu' di un'ora, forse due. Io a far la coda agli sportelli, la mia compagna a portare avanti la macchina in fila tra una moltitudine di tedeschi, spagnoli, francesi, marocchini, frontalieri locali e  - si' - anche qualche italiano.

A Melilla invece non sono mai stata: l'unica volta che cercai con qualche convinzione di prendere il traghetto da Almeria mi feci scoraggiare dalla coda, e si ripiego' sul piu' facile - ed economico - Algeciras-Tangeri, quattrocento chilometri piu' ad ovest. Le recinzioni quindi posso dire di non averle viste mai, ma so che ci sono.

Gli assalti alla frontiera, le moltitudini che cercano di passare, gli spari e i disordini non sono una novita' da quelle parti, ma nemmeno la regola. Capitano quando qualcosa va storto, e il barcone che avrebbe dovuto portare i clandestini sulle coste della Spagna non si trova, vuoi perche' e' stato sequestrato, vuoi perche' e' affondato, vuoi perche' qualcun altro e' arrivato prima. In questo caso l'unica speranza per mettere piede in Europa e' accalcarsi alla frontiera delle enclave spagnole, e sperare nel miracolo.

Qualche sprovveduto, vedendo quello che sta succedendo, potrebbe essere tentato di pensare "e perche' non se ne tornano a casa loro?". La verita' e' che non possono tornare a casa loro, perche' non sono marocchini come molti pensano. "Casa loro" si trova a migliaia di chilometri a sud, in Mali, in Niger, nell'Africa subsahariana dalla quale sono fuggiti quale estrema risorsa per cercare una vita migliore. I marocchini li trattano come estranei, perche' per loro lo sono. E i marocchini non sono teneri con gli estranei, specie se sono tanti, poveri e bisognosi di tutto.

Il viaggio che li ha portati davanti a un reticolato di filo spinato farebbe, come itinerario, la felicita' di qualsiasi avventuriero nostrano del "tutto compreso". La traversata del Sahara o la risalita dalla Mauritania, su' su' fino al Sahara Occidentale con in suoi immensi campi minati che separano i regolari marocchini dai guerriglieri Saharawi, sono itinerari ambiti e venduti a caro prezzo dai tour operator specializzati in "avventure". Ma per questi disperati si tratta di migliaia di chilometri a bordo di camionette traballanti o semirimorchi scassati su piste polverose ( ben diversi dalle Land e Toyota nostrane iperaccessoriate e con l'aria condizionata) in condizioni igieniche che definire precarie e' essere ottimisti. Polvere, vento, fame, sete e tanti compagni persi per la strada, lasciati a morire dietro a qualche duna.

Chi sta pensando di andarsi a fare un "viaggetto" avventuroso in Africa per fine anno dovrebbe forse riflettere su quanto quello che noi si va a fare per gioco sia invece un autentico calvario per chi si trova a farlo per disperazione.

E magari ricordarsene, quando con la macchinetta fotografica tentera' di  rubare la dignita' di cui quella gente abbonda, e che a noi troppo spesso manca.

Se volete leggere la storia di uno di questi viaggi, potete cliccare qui.

postato da: Anna73 alle ore 08:50 | link | commenti
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giovedì, 06 ottobre 2005

Maggioranza silenziosa

E' da qualche giorno che un pensiero mi frulla per la testa, senza che finora abbia trovato modo di esprimerlo compiutamente. Pensavo che tra un mese sara' un anno che ho iniziato a relazionarmi con altre persone come me, inizialmente via internet e poi in un certo numero di occasioni anche di persona. Ho contattato molte amiche e da molte sono stata contattata: in alcuni casi la conoscenza e' stata piu' superficiale, in altri meno. In ogni caso mi sono fatta un'idea di chi gravita intorno allo strano mondo di quegli uomini che per un motivo o per l'altro si sentono donne, e in qualche modo hanno deciso di esprimere e vivere questa loro femminilita'.

Non vorrei entrare nel dettaglio delle conclusioni cui sono giunta, basti sapere che e' un mondo molto variegato in cui a motivazioni di fondo assai diverse tra loro corrispondono comportamenti a volte antitetici. Ma quello che mi ha dato da pensare non e' tanto il modo in cui questo mondo e' percepito da chi ne e' all'interno, quanto quello che vede chi e' all'esterno.

Come in tutte le comunita' anche nella nostra c'e' chi si fa notare e chi invece si defila. Un'amica mi ricordava giorni fa che gli eccessi cui si assiste durante i vary gay pride sono caratteristici solo di una ristrettissima fascia di omosessuali, mentre gli altri si comportano in tutto e per tutto come persone normali e vivono la loro sessualita' senza alcun bisogno di provocare gli altri, ma anzi in maniera tranquilla e per nulla morbosa. La stessa amica mi faceva presente quanto l'immagine degli eccessi sia nociva per la percezione che "gli altri" hanno dell'universo gay, in quanto fa passare un'immagine che e' ben lontana dalla realta'.

Credo che lo stesso avvenga anche per il nostro mondo, che se pure ha delle attinenze con quello gay se ne distingue per una quantita' di dettagli importanti, non ultimo il fatto che non tutte le ragazze come me sono attratte dai maschi. Eppure l'immagine che evoca l'uomo che si veste da donna e' sempre la stessa desolante figura di una drag queen tutta sesso ed eccessi, mentre la maggior parte di noi sono persone ben inserite nella societa', spesso padri di famiglia, a volte con compagne che sanno tutto e che lungi dal soffrire per questo apprezzano e supportano questa particolarita' del loro uomo.

Ecco, se in qualche modo devo cercare di esprimere il pensiero che mi frulla in testa da giorni forse l'unica cosa da dire e' che abbiamo sempre lasciato che a rappresentarci fossero le persone sbagliate: quelle dai comportamenti piu' eccessivi, trasgressivi e provocanti.

La maggioranza di noi non e' cosi': noi non siamo cosi'.

Non sarebbe male cominciare a farlo sapere in giro.

postato da: Anna73 alle ore 09:36 | link | commenti
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mercoledì, 05 ottobre 2005

Genetica io?

Ci risiamo.

Ogni tanto capita che qualcuno mi scriva dopo aver visto le mie foto convinto di rivolgersi a una genetica, cioe' a una donna "vera" e non a un maschietto che fa del suo meglio per apparire tale. La cosa indubbiamente mi lusinga, e mi lusinga ancora di piu' scrivere risposte in cui dichiaro che no, genetica non sono, e intanto immagino l'espressione sorpresa dell'interlocutore che non convinto va a riguardare le foto, in cerca della traccia, del particolare, del difetto che gli confermi quanto sta leggendo.

Apparire genetica in foto e' relativamente facile, specie se dalla foto non c'e' modo di capire che la mia statura supera il metro e ottanta e che porto il 43 di scarpe. Le foto poi non parlano, ed e' un bene perche' qualora aprissi bocca fugherei ogni dubbio residuo. Diciamoci la verita': di persona non sono cosi' convincente, ma almeno in foto faccio la mia discreta figura.

Apparire genetica per come scrivo e' leggermente piu' difficile che in fotografia, e questo perche' il flusso dei pensieri e' quello che e' e non lo posso cambiare. Certo potrei mettermi a parlare di argomenti squisitamente femminili, che so, shopping, ragazzi, moda - ma siamo poi sicuri che le donne parlino solo di questo? - e potrei forse sembrare verosimile, anche se molto piu' probabilmente sarei solo una misera caricatura.
La verita' e' che la parola scritta la dice lunga su come siamo, e mentire e' impossibile oltre certi limiti perche' qualunque lettore che sia un minimo sensibile si accorge che c'e' qualcosa che non va.

Non c'e' motivo quindi per voler essere diversa da come sono quando scrivo, mentre ho piu' di un motivo per voler vedere nello specchio un'immagine diversa da quella usuale -che, per inciso, non e' che mi dispiaccia poi cosi' tanto- . Il fatto che questo desiderio sia ritenuto socialmente riprovevole relega purtroppo i miei momenti al femminile in una dimensione clandestina, e di questo ormai mi sono fatta una ragione.

Purtroppo anche chi si proclama tollerante e' decisamente piu' propenso ad accettare un uomo che voglia diventare donna che non uno che si trovi bene in quella terra di confine che separa i  due generi, senza sentire l'esigenza di appartenere a uno solo.

Chi vede il mondo in bianco e nero, difficilmente apprezzera' i colori.

postato da: Anna73 alle ore 09:08 | link | commenti
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