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"Le persone cosi' pazze da pensare di poter cambiare il mondo sono quelle che lo cambiano."


venerdì, 30 settembre 2005

Il picci' nel deserto

Leggo stamane su Repubblica.it che il Massachussets Institute of Technology (MIT) ha rilasciato le prime immagini del suo progetto per un PC economico da diffondere nei Paesi in via di sviluppo. L'oggetto si presenta spartano - e non poteva che essere cosi' - ma con alcune intuizioni geniali. Intanto sara' robusto e facile da trasportare, avra' le dimensioni di un comune portatile, processore da 500Mhz e hard disk da un gigabyte. Il sistema operativo utilizzato sara' Linux, e questo per contenere il costo che infatti sara' di soli 100 dollari, un po' meno di una novantina di euro al cambio attuale. Potra' essere alimentato dalla corrente di rete, dalla batteria incorporata o da un ingegnoso sistema a molla caricato a manovella. Quale che sia l'autonomia in quest'ultimo caso non e' dato sapere, ma immagino che i giri di manovella dovranno essere discretamente frequenti.

L'obiettivo dichiarato dagli inventori e' quello di contribuire in modo decisivo all'alfabetizzazione informatica dei bimbi del terzo mondo, e infatti in prima battuta il PC non sara' messo in commercio ma venduto solo ai governi di quei Paesi che poi provvederanno a una non meglio specificata "distribuzione". Il dubbio e' che al solito l'oggetto finira' nelle mani di politici, funzionari statali, loro parenti, amici e infine anche di qualche bambino, ma giusto il tempo di girare il filmato che ne attesti la consegna. Lasciando per un attimo da parte il discorso su quali dovrebbero essere le priorita' in Paesi che devono gestire enormi problemi sociali, e' facile immaginare che il PC in oggetto finira' col diventare dapprima oggetto di culto, e poi quando qualcuno avra' fiutato l'affare sara' finalmente messo in commercio in tutto il mondo, magari nella versione da duecento dollari perche', si sa', la distribuzione ha i suoi margini di guadagno.

Quando questo avverra' forse non si potra' dire di aver informatizzato il terzo mondo, ma sicuramente si sara' aperto un nuovo mercato nel primo e nel secondo: quello di chi vorrebbe poter disporre di un PC per accedere alla rete e superare cosi' il proprio isolamento sociale, ma non ha i mezzi per farlo.

Piu' che nei deserti dell'Africa, il PC a basso costo finiremo col ritrovarlo nei nostri deserti urbani.

postato da: Anna73 alle ore 08:49 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
giovedì, 29 settembre 2005

Marmellata indigesta

E' curioso osservare come cambino le persone a seconda del contesto in cui si trovano.

Prendete una come me: una vita passata a nascondersi e a reprimersi, a fare attenzione a ogni gesto o atteggiamento che potesse rivelare il mio segreto, a negare di essere quello che in realta' sono sempre stata. Tutto questo in un contesto ambientale pronto a condannarmi e a giudicarmi, e a togliermi quel poco che sono riuscita a costruire nel caso in cui si fosse mai venuto a sapere della mia vera natura.

Spostate ora la stessa persona in un contesto in cui non solo non si debba vergognare della sua diversita', ma anzi venga apprezzata proprio per questo. Dopo un primo momento di incredulita' l'atteggiamento si rilassa, e finalmente ci si esprime in liberta' e si prova la gioia di poter essere se' stesse.

Tutto sembrerebbe andare per il meglio, se non fosse che si rischia di fare come il bimbo che ha scoperto il nascondiglio della marmellata e non si sa trattenere dal mangiarla tutta, solo per farsi venire il mal di pancia. E cosi' capita che ci sia chi ci prende gusto al punto da non accontentarsi piu' di essere accettata e benvoluta, ma di voler essere piu' benvoluta delle altre e considerata migliore.

Invidie, gelosie, competizioni trovano terreno fertile in chi a lungo ha dovuto vivere nell'ombra e finalmente puo' godere di un momento di inaspettata popolarita', e minano le basi di quel poco di serenita' che era stata faticosamente raggiunta.

Col risultato che quello che sembrava un piccolo angolo di paradiso diventa presto una succursale dell'inferno, e i peggiori sentimenti e le rivalita' piu' accese guastano un ambiente che in linea di principio avrebbe dovuto essere di tutti.

E' quello che sta succedendo sul solito sito che frequentavo tanto e che ora frequento meno, e non posso negare che la cosa mi dispiaccia.

Anche perche', al solito, per i comportamenti di pochi finiscono col rimetterci tutti.

postato da: Anna73 alle ore 11:55 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
mercoledì, 28 settembre 2005

Donne con la gonna

Quando ancora l'automobile non era un fenomeno di massa e i bambini a scuola ci andavano a piedi o al piu' con l'autobus, esisteva una categoria di automobilisti guardati dai piu' con compassione e malcelato disprezzo: quelli che guidavano solo nel fine settimana e durante gli altri giorni lasciavano l'auto ferma.
La mancanza di pratica e la conseguente imbranataggine alla guida venivano subite con fastidio dagli automobilisti piu' esperti, che spesso apostrofavano chi mostrasse incertezza alla guida proprio con l'espressione "guidatore della domenica".
Erano altri tempi, e anche il linguaggio non si era ancora evoluto verso le espressioni ben piu' esplicite e truculente che oggi sentiamo sulle nostre strade.

Chi per necessita' o per scelta si trovi a sviluppare una maggior pratica in una qualsiasi attivita' tende spesso a guardare con superiorita' chi invece e' meno capace e, non di rado, gli esperti tendono a far casta tra di loro.
Capita anche nel nostro mondo a volte che chi ha fatto propria la condizione femminile a trecentosessanta gradi sette giorni su sette guardi con sufficienza chi invece la vive in modo piu' limitato.
E' vero che questo non succede sempre, cosi' come e' naturale che chi ha fatto scelte di vita difficili e impegnative voglia vedersele riconosciute dagli altri in termini di considerazione e stima, ma non bisogna dimenticare che la femminilita' e' innanzitutto una condizione dell'anima.

Chi trascura questo importante dettaglio rischia di fare come quelle donne in carriera che, nel tentativo di essere migliori degli uomini, finiscono con l'assimilarne solo i difetti trascurandone i pregi.
E' bello essere donne con la gonna, cosi' come e' bello poter portare i capelli lunghi e anche poter esibire un bel seno, ma solo se tutto questo va di pari passo con la crescita della propria femminilita' interiore. In caso contrario si rischia di fare come quelle donne della canzone di Vecchioni, che alla fine dei loro sogni di gloria si ritrovano deluse, e sole.

Sole come un uomo, appunto.

postato da: Anna73 alle ore 08:51 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
martedì, 27 settembre 2005

Camera Dodici

La stanza e' ampia e luminosa, in questo bel motel sul lago lontano dal traffico e dai rumori della domenica. Mi sono cambiata da poco, mentre Daniela ne approfittava per sonnecchiare distesa sul letto. Indosso una gonna lunga e morbida e una camicetta di un rosa molto tenue, probabilmente una fibra sintetica perche' al tatto risulta leggera pur senza essere di seta. La luce del primo pomeriggio filtra dalle tende tirate e illumina la stanza in modo soffuso, in un'atmosfera di pace e tranquillita'.

Passo davanti al grande specchio appeso alla parete, e mi fermo per dare ancora un colpo di spazzola ai capelli mentre mi guardo per un ultimo controllo al trucco prima della sessione fotografica.
Mi piace molto ritrarmi, anche perche' le immagini che realizzero' tra poco mi terranno compagnia durante la settimana e mi ricorderanno di come ero, e di come potro' di nuovo essere in un futuro prossimo.

Osservo le labbra ben disegnate con una matita scura, ravvivate da un tocco di gloss rosa che conferisce loro pienezza e riflessi. Osservo la riga sotto gli occhi, e le palpebre appena ombreggiate di azzurro e blu. Con attenzione prendo nota di eventuali difetti nella stesura del fondotinta e del fard. Poi passo ad ammirare tutto l'insieme, e li' avviene il piccolo miracolo.

Sto vedendo una donna.

Sono abituata da tempo a vedermi allo specchio, e conosco bene i limiti della mia trasformazione, eppure oggi mi sembra di essere andata un po' oltre il solito, mi sembra di aver aggiunto un tocco di realismo, un dettaglio che mancava, un qualche particolare che contribuisce a rendermi convincente ai miei stessi occhi, di solito molto critici.

Mi vedo cosi' convincente che vorrei uscire da quella stanza e andare a fare un giro in macchina, cosi', in pieno giorno, tanto per vedere cosa succede. Quella pazza di Daniela ne sarebbe entusiasta, ne sono sicura.
Io non mi sento pronta per farlo, ma so che potrei, e questo per ora mi basta.

Mi limitero' a cambiare la mia foto sul blog con una di quelle che sto per fare.

Mi guardo ancora, e mi sorrido.

postato da: Anna73 alle ore 09:20 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
lunedì, 26 settembre 2005

Andati avanti

Ci sono persone in grado di cambiare la nostra vita.

Persone che con il loro esempio, con quello che hanno da dire, con la loro stessa presenza ci comunicano qualcosa, e quel qualcosa ci parla di noi. Di come siamo, e non sapevamo di essere. Di quello che vogliamo, e non sapevamo di volere. Di quello che cerchiamo, e non sapevamo di cercare.
Sono persone che ci insegnano molto su noi stessi, a volte senza che ci sia bisogno di parlarne. Tutti abbiamo avuto a che fare con persone simili, e qualcuno di noi lo e' stato per qualcun altro. In quel complicato e affascinante gioco di scambi che e' la vita di relazione con gli altri in molti abbiamo qualcosa da dire, e tutti abbiamo molto da imparare.
Ma in mezzo agli altri ci sono persone che per noi sono speciali, e la loro presenza ci e' cosi' cara che non immaginiamo neanche la nostra vita senza di loro. Per questo quando capita che qualcuna di loro ci saluti e "vada avanti", come si dice in montagna, il senso di assurdita', disperazione e vuoto e' spesso tutto quello che rimane del loro passaggio.

Ma quando la tempesta delle nostre emozioni finalmente si placa, le nubi si diradano e infine spiove lo sguardo puo' spaziare libero oltre il grigio che ci circondava, e spingersi fin sulle creste innevate e taglienti che si stagliano contro il cielo di nuovo azzurro e limpido.

E li' ci potra' sembrare di intravederle, minuscoli puntini in bilico tra il bianco della neve e l'immensita' del cielo, e immaginare che per un attimo si girino, ci guardino, ci sorridano.

Il sorriso, mia dolce e tristissima amica, di chi non ci ha lasciati per sempre a soffrire e disperarci, ma che col suo passaggio troppo breve ci ha insegnato molto e molto ci ha lasciato.

Un dono prezioso e inatteso porto con infinito amore, mentre il suo sguardo gia' tornava verso le cime, e col passo sicuro di chi ormai non teme nulla lei si allontanava, e da sola si portava avanti.

 

(Questo post e' dedicato a una cara amica che ha recentemente subito un lutto. Non sono io, io sto bene, ma sono molto triste per lei.)

postato da: Anna73 alle ore 10:19 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
venerdì, 23 settembre 2005

Questione d'immagine

In quello straordinario mondo parallelo che e' diventato internet circola ormai di tutto, e non sorprende che tra le mille altre cose il web sia diventato anche luogo di "outing" virtuali. Molte ragazze come me che solo una quindicina d'anni fa avrebbero affidato le loro foto perlopiu' a giornaletti di dubbio gusto, ora possono pubblicarle sulla rete senza doverle per forza affidare a siti che in quanto a gusto non sono poi molto meglio dei loro antesignani cartacei.

Alcune tra queste beneficiate dalle moderne tecnologie ne lamentano pero' l'invadenza, sostenendo che una parte dei contatti che le immagini pubblicate procurano loro altro non sono che proposte a carattere sessuale degne di un fermoposta d'altri tempi. Naturalmente le lamentele non si alzano per un contatto ogni tanto, ma solo quando una parte significativa dei messaggi e' a sfondo sessuale e alcuni sono cosi' espliciti da risultare sgradevoli anche a chi non sia di gusti particolarmente difficili.

Ammesso che un po' di esibizionismo alberghi nell'animo di chi fa di se' un personaggio pubblico, e che la lamentela possa in alcuni casi essere finalizzata piu' a far sapere che si ricevono proposte che non a chiedere che cessino, sta' di fatto che in molte il disagio sembra reale e lo sconcerto sincero. Possibile che gli uomini non pensino ad altro che a quello?

La domanda e' retorica e in un certo senso paradossale, specie se a porsela sono proprio degli uomini che - in quanto tali - una mezza idea di cos'hanno in testa ce la dovrebbero pur avere. Ma la risposta non sta tanto nella testa degli uomini, quanto nelle immagini che le ragazze di cui sopra hanno pubblicato.

Giocare va bene, essere un minimo vanitose pure. Va bene voler indossare abiti provocanti e tacchi altissimi, cosi' come non e' reato fotografarsi in pose ammiccanti con la balza dell'autoreggente in vista. A pensarci bene non e' neanche peccato farsi una foto carponi sul letto se si cerca di darle una valenza artistica, ne' e' un crimine vestire sempre e solo in nero attillato.

Quello che e' perlomeno ingenuo e' perdere il concetto di causalita', per cui a una certa azione corrisponde sempre una reazione che ne e' in qualche modo figlia. Il nesso tra provocazione e molestia non e' poi cosi' labile come qualcuno potrebbe pensare, ne' e' lecito aspettarsi che gli altri facciano un'eccezione proprio per noi.

Per cui alla fine, come si diceva una volta, si finisce sempre col raccogliere quel che si e' seminato.

Anche su internet.

postato da: Anna73 alle ore 09:05 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
giovedì, 22 settembre 2005

Navigando a vista

Mi sorprendo a volte a pensare a quanto sia scarsa, per non dire nulla, la mia progettualita' a medio e lungo termine. In altre parole non ho mai fatto grandi progetti per il futuro: non un matrimonio, non dei figli, non una casa, niente di niente insomma. Ho preso il primo lavoro "serio" - cioe' sicuro - che mi e' capitato, e me lo sono tenuto con la stesso stato d'animo di chi ha risolto un problema, e da li' in poi guarda avanti.

Ma avanti dove?

Vedo intorno a me gente che si affanna, si preoccupa, si da' da fare. Gente che nel bene o nel male ha operato delle scelte di lungo periodo sia nel dominio degli affetti che in quello economico e professionale.
Io invece niente, o poco piu'.
In teoria potrei decidere nel giro di poche settimane di lasciare tutto e andare a vivere in un altro continente, dopotutto ho una buona conoscenza dell'inglese e me la so cavare in quasi tutti i frangenti. Potrei, ma per ora non voglio.
Forse questa assenza di scelte deriva da un'impossibilita' di fondo a uniformarmi a un modello di vita che non sento mio, e dall'incapacita' di superarlo per andare oltre. Forse sono solo pigra, e troppo spaventata dalle decisioni che dovrei prendere e dalle loro conseguenze.

Forse.

Di sicuro non e' cosi' male navigare a vista, finche' il tempo si mantiene bello.
Dopo, si vedra'.

postato da: Anna73 alle ore 08:59 | link | commenti
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mercoledì, 21 settembre 2005

I giardini di Versailles

Puo' capitare, dopo una giornata iniziata alle quattro e mezza di mattina per andare a prendere l'aereo per Parigi, di ritrovarsi all'imbrunire in visita ai giardini della reggia di Versailles.
Due svedesi, due tedeschi e un italiano che tra di loro comunicano esclusivamente in inglese possono indugiare fino a poco prima delle otto ad ammirare la vastita' della prospettiva offerta dal canale che percorre i giardini, e la luce rosata del sole al tramonto sulla facciata ovest del palazzo.
Possono fermarsi a fare una foto a una coppia di spagnoli ("please...would you make us a photo?") e indugiare sulle scalinate, ammirare le statue, buttare uno sguardo incuriosito in quella che sembra l'entrata di un labirinto di siepi in cui, per motivi di tempo, non entreranno.
Possono discorrere tra di loro di banalita' assortite, mentre l'ombra che sale sulle finestre della reggia porta con se' un alito di brezza fresca che sembra preannunciare le nebbie autunnali, e possono commentare ammirati la magnificenza, il lusso, la "grandeur" che questo luogo esprime pur a distanza di secoli da quelli che furono i suoi giorni migliori.
Possono immaginare le feste di Luigi XIV, o la rivoluzione del 1789 che a questi cancelli deve pur aver bussato, e la folla rabbiosa, la guardia di palazzo impotente, disorientata, perche' non era mai successo prima e nessuno sapeva bene cosa fare di fronte a un evento cosi' incredibile. Poi, piu' prosaicamente, i nostri possono continuare discutendo su dove cenare, e su come passare la serata.

Quello che non sanno, che non possono sapere e che auspicabilmente non dovranno sapere mai e' che tra loro c'e' chi si immagina come poteva essere la vita, qui, per una donna di quei tempi. Lo sfarzo, l'ostentazione, l'eleganza e la bellezza di una vita che affondava si' le sue radici nella poverta' estrema della vicina Parigi, ma che  era quanto di piu' vicino al paradso in terra si potesse immaginare a quei tempi. Che c'e' chi prova a immaginare cosa poteva voler dire essere una donna, una cortigiana, una giovane bella, elegante, desiderata e al centro dell'attenzione in uno scenario che nei secoli a venire sarebbe rimasto un esempio di magnificenza, di ricchezza, di vanita'.
Che tra di loro c'e una donna in incognito la cui unica liberta' e' quella di sognare, mentre assorta segue a qualche passo di distanza il gruppetto che gia' a tratti pensa al lavoro del giorno dopo.

La stessa donna che, il giorno successivo, osserva discreta le ragazze sul vagone del metro' che la portera' a Roissy, e da li' di nuovo alla sua vita di tutti i giorni,  mentre prova nei loro confronti una tenera, disperata, inconfessabile invidia.

E il desiderio, mai cosi' intenso, di poter essere semplicemente una di loro.

postato da: Anna73 alle ore 09:35 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
domenica, 18 settembre 2005

Gate 01

Pur non amando viaggiare per lavoro a volte lo devo fare. Quello che per altri puo' essere un piacevole diversivo e momento di svago per me e' invece motivo di  ansie e preoccupazioni prima, e di disagio durante il viaggio stesso. Gli spostamenti, la sistemazione in loco, il lavoro da svolgere in tempi perlopiu' ridotti sono fattori che su di me hanno un effetto ansiogeno, e nonostante la cosa capiti con una certa frequenza ancora non mi ci sono del tutto abituata. Pur amando viaggiare per diletto, la costrizione a farlo per motivi professionali genera in me sensazioni tutt'altro che piacevoli. Quando poi il soggiorno e' di breve durata e il bagaglio di conseguenza e' leggero non posso neanche portare con me i vestiti, i trucchi e tutto quanto contribuirebbe a farmi vivere qualche momento al femminile, e il disagio e' l'unica sensazione che rimane. A dire il vero a volte non so neanche se potro' collegarmi a internet, pur avendo con me il PC portatile.
E' curioso pensare come le stesse cose se fatte per forza assumano una connotazione completamente diversa da quando le si fa per piacere personale, e mi domando se lo stesso non potrebbe accadere qualora la mia vita da donna, invece di limitarsi a pochi magici momenti, non diventasse noiosa quotidianita' e ripetizione spesso uguale a se' stessa.

La magia dei momenti rari li rende preziosi e ci spinge a viverli fino in fondo come se ogni volta fosse l'ultima, e questo li rende spesso indimenticabili. La gioia per un'uscita al femminile, la felicita' per poter vedere il mondo attraverso le lenti rosa, l'intima sensazione di pace che mi regalano quei fugaci momenti verrebbero forse meno se le parti si invertissero ed io vivessi come una donna?
Sono domande alle quali non so rispondere, mentre pensosa mi avvio verso l'imbarco che il tabellone ha annunciato essere immediato, e dietro di me un rumore di tacchi sul pavimento ancora una volta mi spinge a provare una tenera invidia per chi e' nata dalla parte giusta del mondo. 

Porgo la mia carta d'imbarco alla ragazza bruna in tailleur blu e foulard azzurro che mi attende al gate 01, e malinconica le sorrido.

postato da: Anna73 alle ore 11:38 | link | commenti
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venerdì, 16 settembre 2005

Libera

Rumore, polvere, traffico.
Dieci, quindici chilometri orari mentre attentamente supero sulla destra la fila di macchine ferme in attesa al semaforo. Arrivo alla linea d'arresto, e mi appoggio al palo per non staccare i piedi dai pedali. Aspetto il verde mentre guardo le mie gambe che spuntano dai pantaloncini da ciclista: sono depilate e lisce, a tratti muscolose ma in questo contesto va bene cosi'. Le gambe di Anna, quelle stesse che in foto velate dalle calze hanno fatto sognare -dicono- piu' di un maschio, ora hanno tutta un'altra connotazione e nessuno ci fa caso: il punto di vista, la circostanza sono davvero tutto.
La colonna si mette in moto, sfila nuovamente alla mia sinistra e mi supera. Venti all'ora, le mani guantate stringono il manubrio mentre spingo sui pedali, poi ne stacco una per scalare un rapporto. Venticinque, ventisei, ventisette: il piccolo contachilometri sgrana i numeri della mia accelerazione. Trenta chilometri orari: il rettilineo e' ancora lungo, le macchine lontane, sono sola. Allungo ancora di uno, due rapporti, compenso sul leveraggio della corona per evitare che la catena strisci contro il deragliatore. Trentacinque, trentasei, trentasette, il vento della mia corsa si fa sentire e diventa il rumore dominante, la strada e' libera ed io posso volare leggera e silenziosa.
L'ultimo click della levetta di destra mi informa che dietro i rapporti sono finiti, e che se voglio accelerare ancora dovro' cambiare sulla corona anteriore, ma per ora va bene cosi' e preferisco aumentare la frequenza della pedalata.
Le scarpe sono assicurate ai pedali coi cinghietti, mentre un piede spinge l'altro tira verso l'alto e la pedalata e' rotonda e fluida. Quaranta, quarantuno, quarantadue, la freccia sul tachimetro mi indica che la media sale, grazie tante lo so da me, me lo dice il vento, me lo dicono le gambe, me lo dice il cuore.
Quarantatre', quarantaquattro, quarantacinque: siamo io, la strada e il vento ora.
Ne' uomo ne' donna, la mente concentrata sul percorso, sulle gambe che spingono, sullo sforzo intenso ed esplosivo che so non poter durare a lungo ma che pur nella sua brevita' mi regala attimi di felicita' autentica. Non Anna, non Marco ma finalmente libera in quei brevi istanti in cui la mente si svuota e si concentra sul puro e semplice movimento. Quarantasei: io, la strada, il vento. Quarantasette, le gambe si fermano, alzo lo sguardo, inizio a rallentare, a planare sull'asfalto, a ricordare chi sono, a tornare al mondo, a scendere sulla terra mentre le mani stringono i freni e il vento si smorza e infine tace.

Silenziosa, leggera, semplice.

Libera.

postato da: Anna73 alle ore 09:52 | link | commenti
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giovedì, 15 settembre 2005

Ingrato lavoro

Chi mi conosce solo tramite internet probabilmente ha un'immagine della mia vita molto distante da quella che e' in realta'. Sebbene io non creda che siano in molti quelli che mi immaginano vivere in un mondo dorato fatto di ammiratori che mi regalano rose e spasimanti che mi portano a cena, nondimeno e' difficile che qualcuno abbia un'idea precisa della mia vita quotidiana, anche perche' probabilmente interessa a pochi.

Sapete o immaginate che abbia un lavoro, e che questo lavoro abbia a che fare coi PC, visto che non e' difficile trovarmi online nelle ore d'ufficio. Probabilmente avrete intuito che ho una certa predisposizione al cazzeggio telematico, ma questo e' vero solo quando la situazione lavorativa langue e cose da fare ce ne sono poche. Quello che forse non sapete e' che da circa un anno ho a che fare con un lavoro -"progetto", lo chiamerebbero i piu' precisi- che non solo non mi interessa minimamente, ma che proprio non so come portare avanti.

Un lavoro ingrato, insomma, che mi e' stato assegnato non perche' io avessi le competenze per farlo -e infatti non le ho- ma semplicemente perche' non c'era nessun altro che se lo volesse prendere. Eh, gia'... chi conosce solo la mia parte maschile non usa molti riguardi nei miei confronti, e mi tratta ne' piu' ne meno che come gli altri, cosa peraltro giustissima. Il risultato e' che sto portando avanti alla meno peggio questo progetto, non senza provare un costante senso di inadeguatezza nei confronti delle persone con cui lavoro, e questo a lungo andare mi sta demotivando parecchio. La cattiva notizia e' che ne avro' ancora per un anno e mezzo, quindi non mi resta che mettermi il cuore in pace.

Si dira' che avere un lavoro e' gia' tanto di questi tempi, ed io sono perfettamente d'accordo con chi lo dice. Si dira' anche che sarebbe meglio non andare troppo per il sottile, e anche qui sono d'accordo, ma per la prima volta in vita mia sento che non ci riesco proprio, che questa cosa non la so fare e che non mi interessa neanche imparare a farla.

Insomma, sono messa male: altro che rose e cene romantiche.
Per fortuna che c'e' Anna...

postato da: Anna73 alle ore 08:45 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
mercoledì, 14 settembre 2005

In debito

Ci sono tanti modi per essere in debito. Si puo' essere in debito d'ossigeno, quando uno sforzo prolungato e intenso ci fa venire il fiatone e ci fa mancare l'aria. Si puo' essere in debito in termini economici, quando una vita al di sopra delle nostre possibilita' ci costringe a farci prestare dei soldi da qualcuno. Si puo' essere in debito di riconoscenza, quando qualcuno ha fatto qualcosa per noi senza voler nulla in cambio.

Mentre il debito d'ossigeno si risolve fermandosi e prendendo fiato e quello economico trovando il sistema per pagare i creditori, il debito di riconoscenza non e' sanabile in modo cosi' immediato, ed e' piuttosto una sensazione che ci portiamo dentro e che ci fa riflettere. Spesso mi scrivono persone che hanno visto le mie foto, o hanno letto i miei racconti o questo blog. Una minoranza di loro - perlopiu' maschi - lo fa per tentare un approccio, e non posso certo volergliene per questo visto il modo accattivante in cui mi presento e la cura che pongo nella mia immagine. Ma la maggioranza sono persone come me che a vario titolo hanno "visto" qualcosa nelle mie foto, o nei miei scritti. Qualcuno spesso esagera nell'idealizzarmi, e allora cerco di riportarlo coi piedi per terra e spiegargli che la differenza tra me e lui -o, piu' spesso, lei- sta solo nelle diverse circostanze, nel diverso ambiente, insomma nei casi della vita. Ma a volte non posso neanche ricorrere a questa soluzione, perche' con liguaggio pacato e tranquillo molti mi dicono cose che sento essere vere, e tentare di dimostrare il contrario sarebbe assurdo da parte mia.

Ecco quindi farsi strada quella sensazione di debito insanabile, di riconoscenza profonda, di felicita', perche' no. La felicita' di aver cercato di comunicare qualcosa che ha a che vedere con la mia stessa essenza e trovare qualcuno dall'altra parte che mi rispone "ho capito". E sentire che e' vero, che ha capito. Non basta grazie, non basta scrivere risposte su risposte, non basta tutto quello che potrei umanamente fare perche' il tempo e' poco e le persone troppe, nondimeno qualcosa va fatto.

E quel qualcosa non puo' che essere continuare cosi': esserci.
Che poi e' la cosa per cui molti mi ringraziano.

Grazie a voi, a tutti.

postato da: Anna73 alle ore 09:09 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
martedì, 13 settembre 2005

Quotidianita'

A volte mi domando come sarebbe la mia quotidianita' se vivessi da sola. A parte la routine del lavoro che resterebbe inalterata, con l'aggiunta inevitabile della necessita' di andare a fare la spesa ogni tanto e sbrigare varie faccende, quello che mi domando e' come sarei tra le mura di casa.
Mi chiedo se passerei il tempo al femminile o al maschile, come mi vestirei, cosa farei. Non e' una domanda da poco: in passato ho gia' trascorso dei periodi piu' o meno lunghi da sola, e non e' successo nulla di significativo. Passato il primo momento di euforia finivo col vestirmi saltuariamente, vivendo perlopiu' al maschile se non altro per ragioni pratiche. Ora pero' ho il sospetto che sarebbe diverso, e che le ore passate "en femme" sarebbero molte di piu'.

Ci pensavo la scorsa domenica, durante l'ennesima sessione fotografica: mi sentivo cosi' a mio agio nei panni che vestivo, e mi piaceva cosi' tanto l'immagine riflessa dallo specchio, che sarei rimasta cosi' tutto il giorno, tutta la notte, tutto il giorno successivo e anche oltre. Ovvio che poi non l'ho fatto, ma il pensiero e' rimasto. Credo che, avendone avuta la possibilita', l'avrei fatto per davvero.

Qualcuno pensera' che io dia troppa importanza al modo in cui appaio, trascurando di riflesso il modo in cui sono. Eppure vedermi donna allo specchio, sentire il tocco degli abiti femminili sulla mia pelle e il profumo di Anna intorno a me non e' come molti potrebbero pensare motivo di eccitazione, ma semmai il contrario: e' una sensazione che mi da' una grande serenita' e un senso di pace, perche' finalmente in quei momenti sono come vorrei essere.

Preziosi momenti sospesi tra la felicita' per come sono, e il timore che provo per come potrei diventare.

postato da: Anna73 alle ore 14:10 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
lunedì, 12 settembre 2005

Territori virtuali

La notizia e' di circa un mese fa: in Giappone un tizio ha ucciso una persona perche' questa era venuta meno alla parola data, rifiutando di restituirgli un oggetto che aveva ricevuto in prestito. Quello che fa notizia non e' tanto l'omicidio in se'  quanto -ahime'- l'oggetto del contendere: una spada virtuale di un gioco online.
Si dira' che certe cose succedono solo in Giappone, terra in cui concetti come onore, rispettabilita' e rettitudine hanno da sempre una valenza sociale fortissima, spesso eccessiva per chi -come noi mediterranei- fa del rispetto della parola data piu' una questione di onesta' personale che non un obbligo sociale.

Tuttavia la vicenda spinge a una riflessione.

In un mondo che spesso riserva piu' frustrazioni che soddisfazioni anche il possesso di una manciata di byte su un server puo' diventare importante. Non e' tanto per i byte in se', quanto per il potere e l'influenza che questi permettono di esercitare su altre persone che frequentano internet. Quando io pubblico una foto, un post sul blog o frequento una chat non sto solo spostando dei segnali in rete, ma sto comunicando me stessa, i miei valori, la mia personalita'. Mi sto pubblicando, e il riscontro che posso ottenere in termini di popolarita', riconoscimenti e manifestazioni d'affetto e' il premio che mi spinge a continuare su questa strada. Quando capita di dover condividere spazi virtuali con gli altri, come ad esempio succede nelle chat e nei gruppi, non e' raro che si entri in concorrenza. Il mix che si viene a creare tra virtuale e reale in questi casi e' altamente esplosivo, e sebbene da noi non si sia ancora arrivati a emulare l'omicida giapponese non mancano i litigi, le tensioni e le piccole vendette.

Tutto questo per pochi byte?

No, tutto questo per soddisfare un istinto vecchio come il mondo: quello della territorialita'. Chi si sente padrone in qualche luogo -anche se virtuale- difende i suoi diritti ed e' disposto a lottare per non perderli con la stessa determinazione con la quale difenderebbe casa propria, anche se questa non e' che una manciata di byte. La difesa a oltranza dei propri spazi non conosce limiti che non siano quelli imposti dal mezzo sul quale avviene il confronto, e spesso se non si viene alle mani e' solo perche' le distanze impediscono qualsiasi forma di scontro fisico.
Viene da chiedersi se abbia senso voler prendere parte a queste dispute o  se piuttosto non sia meglio ritagliarsi spazi altrove, tenuto conto che la rete e' grande e c'e' posto per tutti,  specie per chi ha qualcosa da dire.

Quale sia la mia posizione in merito, sono convinta che lo sappiate gia'.

postato da: Anna73 alle ore 09:27 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
sabato, 10 settembre 2005

Un po' di fiato

Gli ultimi due giorni sono stati intensi e combattuti, quindi mi sembra giusto oggi che e' sabato prendere un po' di fiato.

Intanto ne approfitto per rispondere a chi preoccupato mi scrive chiedendomi se sto per chiudere il blog: no, non temete, non sto per chiudere il blog. I due post precedenti sono stati ispirati da una querelle che ho avuto su un sito che frequentavo assiduamente, e che da ora in avanti frequentero' un po' meno. Per chi non fosse addentro alla questione riassumo brevemente: si tratta di un caso sorto intorno a un tizio che, dopo aver pesantemente insultato me ed altre amiche nella chat, venne dal sito stesso allontanato. Ora e' tornato, in virtu' di una probabile rete di amicizie e connivenze che puo' vantare, e una buona parte della comunita' l'ha accolto a braccia aperte. A seguito di questo episodio ho pensato bene di manifestare il mio dissenso andandomene.

Avrete capito, immagino, che non e' tanto per il tizio in se', quanto per la rapidita' e la disponibilita' a perdonare manifestata da buona parte delle persone "che contano" all'interno della community. Una disponibilita' quantomeno sospetta, perche' come ha recentemente detto un caro amico si puo' chiedere scusa a uno cui si sia pestato un piede, ma non a uno cui si sia tirata una coltellata nello stomaco. Fuor di metafora, e' evidente che in certi casi le scuse non bastano e chi si dimostra troppo propenso ad accettarle rischia di passare quantomeno per complice. Questo, ovviamente, e' solo il mio parere... del resto ampiamente condivisibile.

Ecco quindi, in sintesi estrema, il motivo per cui per due giorni vi ho tediato con una questione che nulla ha a che vedere con Splinder e col blog. 
Le conclusioni che si potrebbero trarre dalla vicenda sono numerose, e del resto il quadro estremamente semplificato che ve ne ho dato trascura molti dettagli importanti senza i quali la comprensione non puo' che essere approssimativa e incompleta.
Sta di fatto che, per quanto perdonare sia un nobile gesto e, per chi crede, una cristiana attitudine, l'eccessiva disponibilita' a perdonare si chiama "passar sopra" o, in altri contesti, "insabbiare". E, ancora una volta, e' curioso notare come i piccoli fatti della quotidianita' contengano in se' il germe dei grandi fatti della cronaca e a volte della storia. Una storia in cui i potenti, i collusi e i mafiosi hanno sempre ottenuto un posto d'onore e grandi benefici, sorte che invece raramente e' toccata a chi si e' apertamente schierato contro di loro. Una cronaca in cui chi delinque spesso la fa franca, e chi subisce un danno invece se lo tiene. Una quotidianita' in cui chi passa col rosso semplicemente arriva prima, mentre chi aspetta il verde fa la coda e passa pure per fesso.

Esagerata? Forse.
Qualunquista? Possibile...

Sincera, sempre.


postato da: Anna73 alle ore 10:24 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
venerdì, 09 settembre 2005

Esequie virtuali

Devo ammetterlo: anche se non mi aspettavo granche', tre messaggi in mail e quattro pacche virtuali sulle spalle sono un po' pochino per celebrare l'uscita dalla scena di un sito che, bene o male, frequento attivamente da circa un anno.
Se a queste poche manifestazioni d'affetto aggiungiamo il silenzio consapevole dei piu' e il "prego si accomodi" di alcuni il quadro e' completo, e la delusione pure.
Lo so che e' presto per trarre conclusioni, ma chi doveva sapere della mia uscita alla fine ha saputo, e se non ha mosso un dito per manifestare un minimo di dissenso vuol dire che il dissenso, sotto sotto, non c'era.

Lungi da me il voler fomentare discussioni e polemiche, mi sarebbe bastato un "ciao, grazie di tutto, mi dispiace" che molti avranno pur pensato, ma siccome la lettura del pensiero non rientra nelle possibilita' offerte da internet il messaggio non e' arrivato a destinazione. Peccato.

Peccato, perche' sebbene non mi aspettassi scene di disperazione, l'abbandono di una community con la quale si e' interagito per lungo tempo genera spesso aspettative che rischiano di andar deluse. Ci si aspetta saluti e ringraziamenti per quel - poco - di buono che si e' riusciti a fare, e invece spesso si assiste solo a una processione di "facce lunghe" virtuali che intervengono con messaggi perlopiu' improntati a funerea disperazione, come se la sottoscritta avesse annunciato non l'abbandono, ma il suicidio.

Alle suddette facce lunghe posso assicurare che non sparisco dalla scena virtuale solo per averne abbandonato uno dei luoghi, e che questo blog continua cosi' come continueranno le saltuarie pubblicazioni sul mio sito. Sono sempre reperibile in mail, su Splinder e, se avrete la gentilezza di presentarvi prima, anche sui messenger piu' diffusi. Inoltre continuero' a vagare per le community di internet alla ricerca di persone con cui stabilire legami di amicizia e reciproca condivisione di una condizione - la disforia - che nel bene e nel male ci accumuna.
Quindi niente esequie, niente funerali virtuali, e soprattutto ognuno al suo posto.

E, visto che in pochi me l'hanno detto, a chi ha taciuto lo dico io: Ciao, grazie di tutto, mi dispiace.

postato da: Anna73 alle ore 09:12 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
giovedì, 08 settembre 2005

Responsabilita' limitata

Ci sono occasioni in cui internet ci regala una perfetta metafora della vita reale, cosi' precisa anche nei minimi particolari da lasciare sgomenti.
Puo' pertanto accadere che su un sito un individuo possa fare la voce grossa, prendersi la liberta' di insultare, di assumere comportamenti aggressivi e di fomentare accese discussioni senza apparente motivo. Ne puo' seguire in prima istanza - e sembra ragionevole - il suo allontanamento dal sito in oggetto: l'unica possibile punizione nel mondo virtuale.
Ma puo' anche accadere - e qui la metafora si fa cosi' calzante da non sembrar quasi vera - che il medesimo individuo si ripresenti dopo un paio di settimane dichiarandosi "pentito", anzi qualcuno mormora che sia addirittura vittima di un "complotto", e che in virtu' di cio' venga accolto a braccia aperte da chi, presumibilmente, non l'aveva mai per davvero condannato.
Tutto questo con buona pace di chi ha subito dei torti, e si noti c'e' chi sostiene di aver subito danni materiali, oltre che morali.

Sarebbe facile a questo punto concludere dicendo che c'e' poco da stupirsi, che l'Italia e' il paese in cui i "pentiti" prosperano, in cui un "complotto" non lo si nega a nessuno e in cui le responsabilita' personali sono un concetto che si applica solo a chi sia stato tanto stupido da non farla sufficientemente grossa.
Sarebbe facile e anche un po' qualunquistico, ma nondimeno straordinariamente vero, almeno in questo caso.

La metafora pero' per fortuna finisce qui, perche' mentre chi ha subito dei torti nel mondo reale spesso non puo' nemmeno cambiare aria e rifarsi una vita altrove, nel mondo virtuale cambiare aria e' un'operazione che richiede al massimo dieci minuti.
Giusto il tempo di azzerare un profilo personale, cancellare un po' di foto e liberare qualche manciata di kilobyte su disco, dimenticandosi o facendo finta di dimenticare l'importanza che il sito in oggetto ha rivestito nella propria storia personale che, evidentemente, non ha piu' senso proseguire in quella sede.

Il tempo di fare l'unica cosa che sembri ragionevole fare: andarsene a continuare altrove, con le stesse speranze, ma un po' meno illusioni.

E tanti saluti.

postato da: Anna73 alle ore 08:49 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
mercoledì, 07 settembre 2005

La stagione delle piogge

Ci sono posti in Scandinavia dove puo' piovere anche due, tre mesi di fila, con l'aggravante che spesso capita in inverno, quindi c'e' pure poca luce perche' le giornate sono straordinariamente brevi. Gli abitanti del posto sopportano, un po' per abitudine, un po' perche' ci sono nati, ma soprattutto perche' l'unica soluzione sarebbe emigrare e molti di loro non hanno tutta questa voglia di andare a stare peggio altrove.

Qui in Italia invece, segnatamente nel profondo nord-ovest, c'e' chi dopo due giorni gia' non ne puo' piu'. Io aspetto il terzo giorno consecutivo per andare in depressione, quindi ho ancora ventiquattro ore di autonomia - ora piu', ora meno -.
Si parla di "stagione delle piogge" e in un certo senso e' cosi', perche' e' noto che d'autunno piove e siamo in settembre, anche se il calendario dice che sarebbe ancora estate. Il problema e' che quando si verificano le condizioni giuste una perturbazione puo' stazionare anche una settimana sopra le nostre teste, il che provoca malumori, malanni, discorsi sull'effetto serra alla macchinetta del caffe' e soprattutto tanto stress da traffico.

L'avrete capito: non amo la pioggia.
Chi ama la pioggia o e' un contadino preoccupato per l'orto da irrigare e i campi secchi, o e' un cittadino angosciato dai livelli delle polveri sottili nell'aria. In generale e' qualcuno che sta bene al chiuso, e che non ha molto da fare all'aria aperta (con l'eccezione del contadino, ovvio).
Io amo la luce, le giornate lunghe, il cielo azzurro: va da se' che considero la pioggia un po' come il lavoro: utile e necessaria, ma non sarebbe male se ci fosse qualcun altro a sorbirsela al posto mio.

Fortunatamente qui non piove tre mesi di fila, o almeno non ancora, perche' se lo facesse ci ritroveremmo tutti sott'acqua col territorio nelle condizioni in cui e'.

A proposito... qualcuno ha un gommone usato da vendere? Si sa mai...

postato da: Anna73 alle ore 09:08 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
martedì, 06 settembre 2005

I limiti del sistema

Oggi avrei voluto prendere la bici per recarmi al lavoro: col senno di poi sarebbe piu' corretto dire che avrei "dovuto" prendere la bici per recarmi al lavoro.

Sono bastate due gocce di pioggia a dissuadermi, ed e' bastato l'ennesimo cantiere per farmi ritrovare in coda. Inutile prendersela, d'altra parte la verita' - semplice e disarmante - l'ha detta un collega poco fa: "Ci sono troppe macchine in rapporto allo spazio disponibile".
Eh, gia'.
Il problema non e' solo quello delle emissioni nocive (auto elettrica, auto a idrogeno per risolverlo?) e dell'inquinamento acustico (idem) ma anche e soprattutto e' un problema di spazio: le auto, qualunque sia il motore che le spinge, occupano spazio, e lo spazio e' una risorsa limitata.
In altre parole non c'e' una soluzione che non contempli un radicale cambio di abitudini: si tratti di massiccio ricorso al trasporto pubblico o di andare tutti in bicicletta o in motorino, l'era della mobilita' motorizzata individuale  su quattro ruote volge al termine, complice anche il continuo rialzo dei prezzi dei carburanti.
Sebbene rimanga insostituibile sulle distanze medio lunghe (provato a chiedere un preventivo alle ferrovie? Prezzi da non credere, conviene l'aereo in certi casi), sui percorsi brevi l'auto sta diventando sempre meno conveniente in termini economici e meno competitiva in termini di velocita'.
Cambiare abitudini e punti di vista consolidati nel tempo e' impresa difficile, ed io ne so qualcosa se ripenso alla mia personale esperienza riguardo alla disforia. Tuttavia proprio dalla mia esperienza arriva una nota di ottimismo: le cose possono cambiare se le persone sono messe in grado di ragionare con la propria testa, libere dai condizionamenti esterni.

Le cose possono cambiare e potete stare certi che cambieranno: per amore - come e' successo a me quando ho parlato alla mia compagna -, o per forza, come accadra' nel caso del traffico nei prossimi anni.

postato da: Anna73 alle ore 09:35 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
lunedì, 05 settembre 2005

Andare al lago in bicicletta in un pomeriggio di inizio settembre e' un modo carino e simpatico per fare una bella gita assieme a un po' di sano esercizio fisico. E' stato bello osservare la reazione di Daniela, che al lago era sempre andata in macchina, quando ha scoperto che ci poteva arrivare anche in bici e che il viaggio non era poi cosi' faticoso come a prima vista sembrava.
Venti chilometri all'andata, venti al ritorno piu' quattro o cinque chilometri di giro del lago possono far sorridere anche il piu' scarso dei cicloturisti, per il quale un'uscita di quarantacinque chilometri in pianura puo' andare bene a inizio stagione, tanto per ricominciare dopo la pausa invernale (ma i "veri" cicloturisti la pausa invernale spesso non la fanno).
Gli stessi chilometri possono invece rappresentare un ostacolo psicologico insormontabile per chi non abbia ben presente quali distanze sia possibile percorrere con le proprie forze, senza dover ricorrere a mezzi a motore.

Eppure, se ci pensiamo bene, un tempo era la norma percorrere distanze anche notevoli a piedi o - i piu' fortunati - in bici. So di gite al mare in bicicletta fatte dai fratelli di mia madre negli anni '40, e da Torino il mare dista minimo 100 chilometri. Si dira' che i tempi erano quelli che erano, ma questo nulla toglie al fatto che comunque quello che era possibile allora continua a esserlo anche adesso. Si puo' dire che e' la mentalita' ad essere cambiata, e che la nostra dipendenza dalle macchine e' ormai tale che qualunque altro mezzo per spostarci ci sembra inadeguato, faticoso e improponibile: vero anche questo, ma il problema, appunto, e' un problema di convinzioni e non di limiti fisici.

Il modo in cui viviamo un'attivita' cosi' importante della nostra esistenza come lo spostarci e' il frutto dei condizionamenti e di quanto ci e' stato insegnato o imposto, non di una libera scelta avvenuta comparando diverse possibilita' tra loro alternative e magari complementari. Allo stesso modo aspetti non meno importanti del nostro vivere sono regolati da convenzioni e consuetudini che hanno col tempo assunto i connotati dell'assioma, ma che assiomi non sono per nulla. Potrei portare il discorso sul tema a me caro della disforia di genere e dell'identificazione sessuale, ma sarebbe superfluo perche' e' chiaro che anche questo tema rientra nel discorso piu' ampio.

Si puo' provare una sensazione di soddisfazione, orgoglio e felicita' nello scoprire che si puo' andare al lago in bici - ed e' quello che leggevo ieri negli occhi di Daniela - cosi' come si puo' essere felici nello scoprire che i generi non sono solo due, come si e' sempre creduto, ma molti di piu'. E' solo questione di tenere gli occhi aperti sul mondo, senza lasciarsi spiegare dagli altri quello che siamo perfettamente in grado di capire da soli con uno sforzo minimo,  spesso inferiore a quello richiesto per raggiungere le sponde del lago in bicicletta.

postato da: Anna73 alle ore 09:42 | link | commenti
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