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"Le persone cosi' pazze da pensare di poter cambiare il mondo sono quelle che lo cambiano."


sabato, 30 aprile 2005

La primavera tanto attesa

La primavera tanto attesa ti puo' piombare addosso in una sera di fine aprile, quando ti accorgi che alle ventuno non e' ancora abbastanza buio da poter uscire di casa vestita e truccata, e ti domandi se di li' a mezz'ora lo potrai fare oppure dovrai truccarti e vestirti in macchina.
Allo stesso modo la sfortuna puo' presentarsi all'improvviso col suono secco e schioccante di una spallina che salta quando, ormai a meta' strada, ti giri per prendere qualcosa dal sedile posteriore mentre finisci di prepararti.
Puoi rimanere li' attonita e dispiaciuta a fissare il moncherino di tessuto mentre capisci che una riparazione sul posto e' impensabile, e che ci vuole la sarta per rimediare.
Piu' nervosa di prima - e' gia' prima rilassata non eri - puoi allora indossare il vestitino di riserva, quello nero corto corto che occupa poco spazio e che in virtu' della sua elasticita' risulta pressoche' indistruttibile, e ritrovarti ancora una volta a fissare le tue gambe seminude proprio la sera in cui avresti voluto coprirle un po'.
Arrivata a Milano puoi sentire la tensione crescere e gli occhi di tutti addosso, mentre ti trovi a percorrere da passeggera viale Certosa prima e corso Sempione poi, e non hai il coraggio di guardare se non avanti, mentre chiedi  a Daniela se dalle altre macchine guardano e lei - perfida - "si, si...eccome... guarda, sbirciano anche dal tram...".
Bassa bassa sul sedile puoi ringraziare il cielo di aver trovato subito il solito posto per parcheggiare, e puoi mentalmente imprecare mentre Daniela fa mille manovre per farci entrare - male - una macchina non sua.
Puoi infine trovarti a dover percorrere quegli ultimi cento metri a piedi senza incrociare nessuno e nelle migliori condizioni possibili - valeva la pena di aver tanta paura? - ed entrare finamente nel locale, sorta di zona franca in cui la tua tensione si scioglie e ritrovi una parvenza di sorriso su quel visino che, diciamocelo, era un po' troppo tirato stasera.
Puoi di li' a poco trovarti a trascorrere una serata che e' quasi la fotocopia delle precedenti, e cominciare a provare un po' di noia laddove un tempo avresti sentito solo eccitazione, mentre cominci a vedere le cose con le lenti un po' consumate e un po' rigate della normalita' e del consueto.
Scoprire quasi con disappunto che conosci praticamente tutte, e l'attimo dopo provare un'intima soddisfazione perche' tutte ti conoscono. Ritrovare amiche di vecchia data ed altre viste una volta o due, rivedere Franca e trovarsi a parlar di blog, dopo aver trattato di orecchini con Valentina e prima di discutere di trucchi con Jessica. Ritrovarti a baciare ed essere a tua volta baciata, e riuscire finalmente a spiegare a parole a un maschietto troppo intraprendente il tuo punto di vista senza arrossire, bloccarti, perderti in rivoli di parole e balbettii incomprensibili, sorridendo addirittura.
Puoi persino permetterti di guardare divertita alcune coppie "normali" - ma e' poi "normale" una coppia scambista che frequenta un prive'? - che si allontanano un po' schifate dopo aver scoperto di aver sbagliato serata.
Quello che assolutamente non puoi fare - e infatti hai lasciato a casa l'orologio proprio per non farlo - e' guardare l'ora per scoprire che il tempo ha nuovamente ingranato la quarta, la quinta anzi, e ti sta portando via rapidamente - troppo! - gli ultimi scampoli di una serata che aspettavi da tanto e che si avvia all'archiviazione, senza infamia e senza lode.
Una serata "normale".
E nel momento stesso in cui lo pensi capisci che l'averle attribuito quell'aggettivo - "normale", appunto - la rende speciale e unica tra quelle vissute finora, proprio perche' e' sparito finalmente quell'alone di mistero, eccitazione e novita' che faceva di ogni uscita un'evento epocale, peculiare, irripetibile.
Ti guardi intorno e vedi quasi solo facce note, storie gia' raccontate, sorrisi che ti fanno sentire riconosciuta, rassicurata, apprezzata.
Ti senti tra amici, ti senti a tuo agio, ti senti a casa.
E allora poco importa che sia un prive' piuttosto che una discoteca o un altro locale: l'importante sono loro, e loro stasera ci sono.
Ed e' cosi' che mentre ti allontani dopo aver baciato e salutato tutte ti trovi a pensare che e' in fondo curioso come questo mondo, che sembrava cosi' misterioso, eccitante, perverso e proibito, si sia rivelato invece quasi banale nella sua normalita'.
Un mondo di persone con una vita quotidiana, con i problemi di ogni giorno, spesso con le tue stesse aspirazioni, speranze, sogni.

Un mondo di persone come me, come voi.

Anna

postato da: Anna73 alle ore 12:14 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
venerdì, 29 aprile 2005

Innamorati

In un certo senso era inevitabile che succedesse.
Non per presunzione,  ne' perche' abbia di me un'immagine ingigantita e deformata dal numero di persone che ogni giorno mi leggono - tante - e che spesso mi scrivono - poche, meno di quelle che immaginate -.
Ma era inevitabile, se non altro per oscure quanto valide leggi statistiche, che qualcuno finisse per oltrepassare i limiti della simpatia, dell'entusiasmo e della semplice amicizia per cominciare a comportarsi piu' come un'innamorato con la sua bella che come un sincero ammiratore. Niente di male in tutto questo, se non fosse per quel subdolo, vago e per me nuovo senso di colpa che mi fa provare questa situazione.
Torniamo indietro un attimo, per cercare di capire meglio.
Io ho vissuto - e vivo - la maggior parte della mia vita nel ruolo di maschio. Non lo vivo come una prigione dalla quale vorrei fuggire per sempre, ma piuttosto come una realta' non entusiasmante dalla quale sento ogni tanto di dover evadere. Lo scopo dell'evasione e' riacquistare la liberta' di essere me stesso, o me stessa che poi e' la stessa cosa.
Ci ho messo anni a capirlo, e anni a mettere in atto una strategia tutto sommato semplice, banale, scontata: Marco preposto all'ordinaria amministrazione dei fatti della vita, Anna a viverne le emozioni, la bellezza, il sogno. Come maschietto mi sono innamorata anch'io di qualcuna che non mi ricambiava, che vedevo - a ragione - irraggiugibile e distante, persa nelle pieghe di una vita troppo lontana dalla mia perche' potesse esserci un punto di contatto. Sono stata rifiutata, a volte con garbo, a volte meno, e sempre ci sono rimasta male.
So, come tutti, cosa voglia dire soffrire per una persona che non potremo avere mai, mentre da maschio rarissimamente mi e' capitato di essere io l'oggetto del desiderio, di essere io quella che dice di no, che non e' possibile, che non c'e' niente da fare.
Sara' che da maschio non mi sono mai esposta molto, sara' che sono un tipo chiuso che ispira pochi slanci emotivi, sara' quel che volete, ma non mi era praticamente mai capitato. Sara' anche che non ho mai detto di no, le poche volte che e' successo che qualcuna di sua spontanea volonta' mi volesse.
Ma per Anna e' diverso.
Come Anna sono l'opposto di Marco, perche' il mio aspetto attrae gli sguardi, e le mie parole vengono lette avendo spesso in mente una fotografia, un'immagine, un'idea di persona attraente e in qualche modo anche desiderabile, se piace il genere.
Come Anna mi esprimo per quello che sono, e inevitabilmente capita che qualcuno si lasci affascinare prima dalle immagini, poi dalle parole, infine da quel poco di interazione che internet mette a disposizione. Capita che qualcuno lavori magari di fantasia, e finisca col vedermi per quella che non sono, o che sono solo in minima parte.
Come un fan che voglia ritrovare nell'attrice l'eroina del film di cui si e' innamorato, e nel vederla rimanga deluso perche' non e' come la immaginava, come la ricordava, come credeva che fosse...
Ma non e' una recita la mia.
Quello che leggete su queste pagine rappresenta davvero le mie idee, i miei sentimenti, le mie emozioni, almeno per quel poco che riesco a trasferirvi con l'ausilio imperfetto della parola scritta. Forse per questo alcuni si sono emozionati, affezionati, infine illusi.
In ragione di questo a me tocca sempre piu' spesso l'ingrato compito di dover dire di no, e mi dispiace doverlo fare proprio perche' so bene cosa prova chi si vede opporre un rifiuto, chi si vede negare un sogno.
Mi dispiace, si, ma non posso farci nulla se non cercare di essere gentile e persuasiva, il che non mi salva - almeno per ora - da quel sottile, subdolo e malinconico senso di colpa.

Ci faro' l'abitudine, come tutte.

Anna

Oggi aggiungiamo tra i link TheKing e Ceci, e tra le amiche ancora senza blog AVCharlotte... Benvenuti!!!

postato da: Anna73 alle ore 08:48 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
giovedì, 28 aprile 2005

Androgino

"Il tuo genere interno è essenzialmente androgino, sia maschile che femminile allo stesso tempo, o forse, né l'uno né l'altro (...) I tuoi problemi di genere sono intrinseci nella tua costituzione, e tu potrai facilmente trovare la tua felicità giocando con le espressioni di entrambi i generi, a seconda di come senti che ti piace."

Questo in sintesi il risultato del test COGIATI che ho fatto ieri. Si tratta di una serie di 65 domande a cui rispondere, ed a quanto ho potuto capire e' un test abbastanza affidabile che viene spesso proposto ad aspiranti transessuali M-to-F (da maschio a femmina) per valutare le loro motivazioni ed avere qualche indicazione in piu' sull'opportunita' o meno di procedere con la transizione.
Il test puo' essere fatto da chiunque abbia la pazienza di rispondere alle 65 domande e fare poi il conto del punteggio, e con un po' di elasticita' nel rispondere a certi quesiti puo' essere fatto anche da donne genetiche curiose (cioe' tutte).
Non e' un test da rotocalco ma neanche la parola di Dio, quindi prendete i risultati per quello che sono: semplici indicazioni che potrebbero anche rivelarsi sbagliate.
Alla fine, calcolato il punteggio, vi troverete incasellati in una delle cinque possibili categorie (in ordine di "femminilita'" crescente):

- Maschio standard
- Maschio femminile
- Androgino
- Probabile transessuale
- Transessuale

Ovviamente per le donne genetiche queste categorie non hanno molto senso, ma tanto e' un gioco e credo che nessuna si sentira' ferita nel proprio orgoglio se viene paragonata a un transessuale.
Il punteggio ottenuto puo' essere sia negativo che positivo: piu' e' negativo piu' siete maschi, piu' e positivo piu' siete femmine. Se fate zero siete perfettamente a meta', e vi tocchera' spendere doppio per il guardaroba.
Io ho ottenuto un punteggio di -85, che mi colloca nella fascia androgina. L'amica che mi ha passato il test (ciao Gabry!)  ha fatto -75, quindi ha dieci punti di femminilita' piu' di me (dove ho sbagliato...dove??!!...).
Un' amica genetica che per sua stessa ammissione si sente un po' maschiaccio (ciao Alessia!) ha fatto 45...pochino per una fanciulla, forse dovrebbe cominciare a farsi la barba ogni tanto.
Insomma e' un giochino divertente che vi fara' passare una mezz'ora a chiedervi cosa mai c'entrino quelle domande con la vostra identita' sessuale, e la mezz'ora successiva a interrogarvi su cosa c'entriate voi con la risposta che avete ottenuto.
Tutto sommato comunque "androgino" non mi sta male: ho sempre saputo di non essere una donna nel corpo sbagliato, ne' ho mai pensato seriamente alla transizione come possibile soluzione di un problema che non ho. Sto bene col mio corpo e se ogni tanto mi posso pure emozionare a esprimere la mia femminilita' tanto meglio: e' una cosa della quale difficilmente potrei fare a meno ora che l'ho provata.
Mi domando piuttosto se qualcuno sia riuscito a farsi passare per "maschio standard", visto che secondo me bisogna rispondere veramente come un bue per ottenere un punteggio in quella fascia. E' probabile quindi che gli androgini in circolazione siano molti piu' di quelli che si puo' pensare (sempre detto io!) ma per vari, disparati, ovvii motivi si nascondano.
Una volta scoperto che siamo in tanti (sia maschi che femmine, beninteso) non sarebbe male poter ottenere una qualche legittimazione per la categoria, con relativi diritti, rappresentanze, lobby ed eventi dedicati...ok sto sognando, lasciamo stare, gia' tanto se posso uscire en femme ogni tanto quando e' buio.
Forte di questa mia nuova consapevolezza (essere androgino, appunto) ieri sera sono andata in chat decisa a difendere i miei diritti nei  confronti dei maschi standard, che vorrebbero constantemente violarli equiparandomi a un ben piu' remissivo transessuale (e quindi scop...ehm...venire a letto con me). La cosa non ha riscosso il gradimento che credevo: uno si e' messo a ridere quando ho sostenuto che mi piacciono le donne, un'altro se l'e' fatto ripetere due volte, con un terzo ci ho litigato. Nessuno ovviamente mi ha preso sul serio e tutti si saranno chiesti "ma allora cosa si traveste a fare quella li'".
Pazienza, ora che so chi sono non temo i giudizi altrui e tiro dritto per la mia strada.

L'unica cosa che mi chiedo e' se c'era proprio bisogno di fare il test per capirlo.

Anna

P.S.: lo so che il link al test non funziona, lo so...altervista e' allergico a questo genere di link. Per scaricarvi il test andate sul link, col tasto destro vi copiate il collegamento e poi lo incollate nella casella degli indirizzi di explorer...buona fortuna.

Altro P.S.: da oggi quando aggiungo un link nella colonna qui a sinistra ve lo segnalo, perche' spesso non si nota. Oggi diamo il benvenuto alla dolcissima KikiBlu, che sta vivendo un momento molto intenso e di rara bellezza...ciao Kiki!

postato da: Anna73 alle ore 08:42 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
mercoledì, 27 aprile 2005

Vera o falsa?

Definizione approssimata e imperfetta di "falsa" sorellina:
"Maschio eterosessuale che si veste da donna, spesso in modo poco curato e a volte trasandato, allo scopo di avere rapporti sessuali piu' facili con sorelline "vere", o con uomini o donne genetiche a seconda delle preferenze, ed anche per risparmiare sul costo del biglietto d'ingresso ai locali".

La definizione e' approssimata perche' sicuramente una falsa sorellina non e' sempre cosi', ed e' imperfetta perche' probabilmente  non e' solo questo. Prendiamola comunque per buona, e andiamo avanti.
Ieri sera ho avuto un interessante scambio di idee in chat con un'amica, lei si' al di sopra di ogni sospetto, la quale e' rimasta alquanto perplessa quando ho candidamente ammesso che non solo mi accompagno ad una donna genetica (orrore!) ma anche che ho tutte le buone intenzioni di rimanerle fedele, e quindi non cerco diversivi.
Al di la' della battuta scherzosa l'amica e' rimasta sinceramente spiazzata da questa mia dichiarazione, ed ha cercato di capire i motivi del mio comportamento, sospettando forse che io potessi far parte della categoria delle "false sorelline".
Vediamo quindi come mi pongo nei confronti della definizione sopra riportata, e se in base a questa posso essere classificata o meno come "falsa".
Intanto maschi che si vestono da donna sono tutte le sorelline, nessuna esclusa, quindi sorvolerei sul fatto tanto evidente quanto scontato che lo sono anche io. E' quell' "eterosessuale" che fa la differenza, e su questo vorrei poter tornare dopo per approfondire, dopo aver liquidato brevemente i punti successivi.
Intanto chiunque abbia visto le mie foto non puo' onestamente dire che io non sia curata, o che il mio guardaroba sia ridotto ai minimi termini.
Non sara' il guardaroba di una donna, ma i capi che ne fanno parte sono sufficientemente numerosi, vari e di buona qualita' da poter suscitare l'invidia di piu' di una genetica. Sul trucco, il look e tutto il resto lascio giudicare a chi mi ha vista in foto o meglio ancora dal vivo, e non temo stroncature che non siano motivate da evidente malafede.
Non cerco rapporti facili, e va bene, ne' cerco di risparmiare su un biglietto d'ingresso che comunque rispetto a quello che spendo per vestirmi rappresenta una cifra trascurabile (e in ogni caso presentandomi sempre in coppia all'ingresso godo di una tariffa ridotta).
Quindi veniamo al vero nodo della questione: la mia eterosessualita', o presunta tale.
Ne parlavo tempo fa con una trans, cioe' con una sorellina che ha deciso di intraprendere il cammino verso il cambiamento definitivo di sesso. Nonostante lei facesse parte di una categoria per definizione anomala e fuori dagli schemi il suo pensiero era quanto di piu' banalmente stereotipato potesse esserci, e suonava piu' o meno come: "gli uomini devono andare con le donne, le donne con gli uomini". Va da se' che la  sua scelta di diventare donna era anche motivata dalla sua dichiarata omosessualita'.
E' pensiero comune che se una si veste da donna ed assume modi e atteggiamenti femminili debba poi quasi "per forza" rivolgere le sue attenzioni al pubblico maschile, se no c'e' palesemente qualcosa che non va, che non funziona: c'e' odore di "falsa sorellina".
In mancanza di una precisa motivazione di ordine sessuale sorge inoltre la domanda sul "perche'". Perche' mi vesto da donna, se non mi interessano gli uomini?
Bella domanda...io vi posso solo dire che e' una cosa che faccio da quando avevo quattro anni, naturalmente con tutte le limitazioni imposte dalla tenera eta', e che negli anni ho sempre continuato a farlo senza per questo scoprirmi omosessuale. Se pero' mi chiedete di nuovo "perche'" francamente non so cosa rispondervi, se non che e' una cosa che mi sento dentro, e che in qualche modo devo esprimere.
C'e' una parte di me che e' profondamente femminile, e una parte che e' profondamente maschile, e la risultante e' un qualcosa che oscilla tra i due ruoli, riuscendo ad essere di volta in volta un passabile maschietto (almeno spero!) o una discreta femminuccia (spero di nuovo..).
Io capisco che quando sono calata nel ruolo femminile i maschi mi vedano attraente e "ci provino": lo capisco e non gliene faccio una colpa, anzi la cosa mi lusinga, ma sono costretta ogni volta a deludere le loro aspettative.
Ma c'e' di piu'.
La scelta di una donna come compagna potrebbe essere tutto sommato irrilevante, se non ci fosse una motivazione piu' profonda alla base di tutto, e se questa motivazione non si chiamasse "amore".
Gia': amore.
Le persone con le quali "quella cosa" sia davvero qualcosa di speciale si possono contare sulle dita di una mano nel corso di un'intera vita, e spesso non si usano neanche tutte, le dita. Io credo di aver avuto l'immensa fortuna di aver trovato una di quelle persone in Daniela, e finche' durera' la nostra storia faro' di tutto perche' possa continuare ad essere una storia davvero speciale.
C'e' troppo tra di noi perche' "quella cosa" possa essere chiamata solo "sesso", c'e' troppo perche' possa cercare altrove qualcos'altro. Ci sono anni passati insieme ed infiniti momenti di emozioni, intimita', tenerezza. C'e' tutto quello che avrei potuto chiedere - e chiedo - ad una storia che sia piu' di una semplice "storia", ma abbia l'ambizione di essere qualcosa che dura nel tempo, chissa', forse una vita.
C'e' un mondo del quale il sesso e' si' una parte importante, ma non l'unica e non la principale.
Senza troppi giri di parole: c'e'  amore.
Allora di fronte a questo, di fronte a tutto questo, mi fa sorridere chi pensa che io, restia ai rapporti occasionali e innamorata di una donna genetica, sia tutto sommato indegna della patente di sorellina "vera".
Mi fa sorridere perche' non si rende conto che il non correre dietro agli uomini, il non saltare da un rapporto all'altro, il non buttarmi via col primo sconosciuto in un prive' mi allontana si' inesorabilmente dallo stereotipo di sorellina "vera", ma mi avvicina in modo determinante e definitivo a un ruolo che forse una sorellina "vera" non potra' mai fare suo: quello di donna.
Magari lesbica, perche' no, ma donna.

Anna

postato da: Anna73 alle ore 09:17 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
martedì, 26 aprile 2005

Vertigine

Una sera puo' succedere che una torni a casa dopo un lungo fine settimana, e che si senta un po' stanca per aver dormito poco la notte precedente. Puo' succedere che durante la giornata abbia avuto una lunga serie di segni premonitori dell'incombente malanno, e che spesso abbia avvertito come una sensazione di sbandamento mentre correva, o camminava, o si alzava dal divano o dal letto.
Puo' succedere che una non ci abbia fatto caso, limitandosi a registrare gli anomali sintomi come segni dell'ormai cronica stanchezza che la affligge, senza metterli in relazione con altro che non fosse la necessita' di dormire e recuperare cosi' un po' del sonno perduto.
E puo' succedere infine che in un attimo il pavimento di casa si trasformi nel ponte di una nave sul mare in tempesta, e che sia necessario cercare l'appoggio e il sostegno delle pareti per restare in piedi e, trovatolo,  ci si debba accucciare e ripiegare su se' stesse aspettando che passi, mentre il cuore batte impazzito e la mente si chiede cosa possa essere successo.
Avviene infine che dopo eterni secondi ritorni il controllo, il ponte si fermi, le onde cessino, la vertigine sparisca lasciando dietro di se' uno strascico di nausea e formicolio, e che il cuore si calmi.
Una a questo punto puo' chiedersi se sia davvero stanchezza, o se non sia piuttosto una recrudescenza di quella vertigine parossistica posizionale benigna che tempo addietro l'afflisse, o anche una manifestazione di origine ansiosa - sperimentata, vissuta, catalogata anch'essa in un passato creduto remoto - oppure infine una piu' prosaica affezione del labirinto, un qualche insidioso batterio che abbia deciso di prender casa e metter su' famiglia proprio la' dove risiede il senso dell'equilibrio.
Una puo' - per prudenza - assumere gli stessi farmaci prescritti e assunti tempo addietro, e sentire la nausea svanire mentre il sonno arriva a lenire il disagio di un'anima e di un corpo troppo spesso tra loro contrapposti.
Si puo' chiedere, in quegli ultimi sprazzi di coscienza prima del temporaneo oblio, se davvero tutto questo non sia imputabile al periodo stressante, alle abitudini cambiate, agli epocali cambiamenti che in tempi cosi' brevi la sua vita ha subito, e ad una certa lentezza del corpo ad abituarsi a quello che invece l'anima ha accettato prontamente e vissuto con gioia liberatoria.
Si puo' domandare, soprattutto, se non sia cosa curiosa e al tempo stesso non priva d'ironico senso che dopo aver affrontato le solitudini e gli spazi immensi dei deserti, gli abissi urlanti di vento sotto le creste affilate, il verticale silenzio delle pareti rocciose e la vista dei profondi costoni dirupati, il suo povero corpo dovesse infine soccombere qui ed ora di fronte a un ben diverso tipo di vertigine.

Quella sottile, sensuale, esaltante vertigine data da dieci centimetri di tacchi.

postato da: Anna73 alle ore 08:40 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
lunedì, 25 aprile 2005

Liberazione

Un'altra serata fuori, anzi meglio sarebbe dire un'altra nottata fuori, visto che ancora una volta hanno dovuto spegnere la musica e iniziare le pulizie per farci capire che era ora di togliere il disturbo.
La numero sette nella mia personale contabilita', quella della quale prima o poi spero di perdere il conto.
Ancora una volta a Milano, ancora una volta in un club prive': uno di quei locali in cui - come scriveva ieri un'amica - difficilmente avrei mai messo piede "da maschio" e che invece frequento "da femmina" perche' li' nessuno fa caso al mio abbigliamento.
Beh, oddio... dire che nessuno ci fa caso non e' proprio corretto: notarmi mi notano eccome, solo che invece di essere guardata con disapprovazione vengo ammirata, osservata, apprezzata. A volte anche troppo.
L'avrete gia' capito: soliti maschietti che "ci provano", solite arrampicate sui vetri per farli desistere, ma dopotutto anche questo fa parte del gioco e finche' non si oltrepassano i limiti del buongusto e della decenza la cosa mi sta anche bene.
Ieri notte i suddetti limiti sono rimasti inviolati, anzi ho pure avuto il piacere di essere riconosciuta da un ragazzo che ha visto le mie foto su internet ed ha voluto complimentarsi di persona, aggiungendo che dal vivo sono molto meglio.
Mi sono spostata in tempo per evitare che la punta del suo naso mi entrasse in un'occhio - dopo che a causa di questa pietosa bugia aveva preso a crescere vistosamente - ma ho comunque apprezzato.
Ho apprezzato anche la compagnia delle amiche che ci hanno raggiunte a meta' serata, cosi' come e' stato bello conoscerne qualcuna di nuova.
E' stato bello poter indossare nuovamente il mio vestitino azzurro - ma quant'e' corto, 'sto vestito?! - accompagnandolo stavolta con una giacchina bianca ( grazie Daniela! ) collant panna e scarpe bianche.
Proprio una bella signorina, un confettino, un bijoux.
Decisamente spiccavo in mezzo al solito nero che guarda caso era il colore dominante nel look delle altre.
E mica per caso, aggiungerei.
Mi piace distinguermi e farmi notare: sono terribilmente vanitosa anche se la cosa per cui mi si nota di piu' non e' tanto il vestitino caruccio o il trucco riuscito quanto - ahime' -  l'altezza eccessiva.
A questo proposito non mi dispiacerebbe sapere chi e' che decide quanto deve essere lunga una quarta, e non sto parlando della marcia della macchina ma della lunghezza dei collant. Soprattutto mi si dovrebbe spiegare perche' nell'ambito della stessa marca i collant di colore nero mi vanno benissimo, mentre quelli color panna sono vistosamente corti. Ho passato una notte a cercare di tirar su' quei benedetti collant senza riuscirci, col cavallo che inesorabilmente rimaneva basso, troppo basso.
Roba da reclamo al produttore, da denuncia al codacons, da comparsata a "mi manda raitre" ( eh, gia'...perche' no...).
A parte questo piccolo inconveniente, che faceva il paio col vestitino grazioso ma secondo me troppo corto, mi sentivo perfettamente a mio agio.
Anche troppo a mio agio.
Gia'.

E cosi' ancora una volta sono sorte le solite domande, destinate a rimanere almeno per ora sospese e senza una risposta chiara e definitiva.
Perche' non posso farlo piu' spesso?
Perche' non posso uscire alla luce del sole?
Perche' mi devo nascondere, visto che dopotutto non sono nemmeno tanto male?
Perche' devo essere prigioniera di ruoli preconfezionati e comportamenti imposti?
A quando il definitivo, completo e troppo a lungo rinviato superamento dei pregiudizi, dei luoghi comuni, delle convenzioni che mi vincolano e mi soffocano?
E soprattutto, quanto delle risposte a queste domande dipende solo da me, e quanto dagli altri?

A quando la liberazione di Anna?

postato da: Anna73 alle ore 13:03 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
domenica, 24 aprile 2005

Come una donna

Me l’avevi detto che l’avresti fatto.
“Uno di questi giorni ti faro’ provare quello che prova una donna, una donna vera”.
Ma io non ti avevo creduto, l’avevo preso come uno di quei tanti avvertimenti, una di quelle scherzose minacce che ogni tanto mi rivolgi per spaventarmi un po’, per farmi star buona.

Non ti avevo creduto fino a ieri pomeriggio.

Mi hai spogliata, mi hai fatta distendere sul letto.
Nei tuoi occhi qualcosa di diverso – non la solita dolcezza, quella di sempre – ma una luce che non avevo mai visto, l’espressione compiaciuta e minacciosa di chi ha in mente qualcosa di brutto.
Mi hai fatta girare a pancia sotto, e mi hai ordinato di rimanere in quella posizione.
Io non oso contraddirti: vorrei girarmi a guardare cosa stai facendo, ma non ne ho il coraggio. Mi limito ad aspettare, a restare in attesa della tua prossima mossa.
Sento che mi metti la crema: tanta, abbondante, fredda.
Poi ti sento armeggiare, sento la tua mano che si appoggia sulla mia schiena e mi tiene ferma, infine lo accendi – e allora, solo allora capisco che stai facendo sul serio -
Sento il rumore secco e vibrante del tuo attrezzo che si avvicina, e vorrei girarmi e dirti no, ti prego, non oggi, non sono pronta, non me la sento, ho paura. Ma la tua mano preme sulla mia schiena, e sento il tuo sguardo che mi trafigge e mi intima di non muovermi, di stare ferma, di fare la brava.
E poi ti avvicini ancora, e lo appoggi su di me, e premi.
Ed io mi sento trafitta come se la mia carne si lacerasse: un dolore continuo, acuto, totale.
Ti sento andare avanti e indietro, avanti e indietro, e mentre sto per impazzire sento la tua voce che mi rassicura: “Vedrai…e’ solo le prime volte…col tempo finira’ quasi col piacerti”.
E intanto continui, continui, continui.
Lo so che tu non stai provando nulla, lo so che tutto e’ affidato all’azione meccanica e impersonale del tuo attrezzo, eppure lo sento da come ti muovi che stai apprezzando un sottile piacere, quello di farmi finalmente provare quello che tu tante volte hai provato.
Di farmela pagare per tutte le volte che ti prendevo in giro, e ti dicevo che capirai, cosa vuoi che sia, per voi donne e’ quasi un’abitudine, ma quante storie fai.
E vai avanti e indietro, avanti e indietro su di me che oramai quasi non ti sento piu’, annullata come sono in un dolore continuo e straziante che non credevo, che non pensavo, che non immaginavo avrei potuto provare.
Ti chiedo di smettere ma tu non senti, anzi mi senti ma mi ignori: “femminuccia che sei, cosa vuoi che sia”...
Prosegui per un tempo che mi sembra eterno, e finalmente ti prendi una pausa, mi lasci rifiatare, mi dai un po’ di tempo per calmarmi mentre la tua mano mi accarezza la schiena.

“Hai visto che non era poi cosi’ terribile?”

Io riemergo a fatica dall’abisso doloroso in cui mi hai precipitata e ti guardo con occhi appannati da un velo di lacrime, mentre mentalmente mi auguro, spero, imploro che sia finita.
E tu invece: ”Dai girati, che adesso facciamo il davanti”.
E ti guardo disperata, terrorizzata, rassegnata, mentre con quella luce minacciosa negli occhi mi sorridi, riaccendi l’epilady, e di nuovo con mano ferma e crudele me lo appoggi sulla pelle arrossata della gamba.
”Femminuccia che sei…”

postato da: Anna73 alle ore 11:03 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
sabato, 23 aprile 2005

Una vita su internet

Un non luogo, un mondo a parte.
Questa e' la prima, approssimata, inesatta definizione che potrei dare di internet a chi me ne chiedesse una. Un non luogo perche' non si tratta di qualcosa con una sua estensione territoriale e una sua fisicita'. Un mondo, perche' oramai di un mondo presenta la varieta' e la complessita'.
A parte, perche' e' innegabile che sia separato dalla realta' quotidiana, con la quale mantiene purtuttavia numerosi punti di contatto.
Il mio rapporto con internet ha subito importanti modifiche nel tempo, seguendo una sua peculiare e direi fisiologica evoluzione, dai primi timidi approcci fino alla condizione di semi dipendenza che caratterizza il momento attuale.
Tanto per cominciare io ci sono nata su internet, come Anna.
Lo stesso nome che porto deriva dalla necessita' che ebbi di registrarmi su di un sito, e allora pensai che Anna poteva andar bene essendo corto, femminile e senza un corrispondente maschile che potesse far indovinare il mio nome vero.
Non immaginavo, allora, con quante persone mi sarei relazionata usando quel nome, e quanto esso sarebbe diventato parte della mia vita, fino ad arrivare a identificare una parte cosi' importante di me.
Su internet ho pubblicato le mie primissime fotografie, che peraltro realizzai proprio perche' da internet mi erano state richieste, ed era il novembre 2004, neanche tanto tempo fa eppure sembrano tempi cosi' remoti, ora che ci penso.
Da internet vennero i primi commenti a quelle foto, i primi incoraggiamenti, le prime proposte che allora mi parvero cosi' strane ed incredibili da rimanerne affascinata: ero io, si, ero proprio io la persona cui venivano rivolte quelle proposte...e la cosa mi sembrava cosi' inverosimile eppure cosi' intrigante da non poterne presto piu' fare a meno.
Fu grazie ad internet che conobbi le prime persone significative, quelle che avrebbero cambiato il corso degli eventi ed avrebbero fatto crescere Anna, rendendola sempre piu' soggetto autonomo e donna "vera" e sempre meno maschietto vestito e truccato.
Fu per merito di internet, infine, che la mia autostima e la mia identificazione con Anna crebbero a tal punto che trovai il coraggio di portare finalmente Anna nel mondo reale, e di presentarla alla persona piu' importante, quella Daniela che mai e poi mai ne avrebbe sospettato l'esistenza.
Furono tutti i commenti positivi e le proposte ricevute che mi diedero la forza di uscire da quel bagno di una stanza d'albergo pronta a giocarmi il tutto per tutto, davanti allo sguardo incredulo e un po' spaventato della mia compagna di sempre, e mi furono idealmente accanto in quei momenti tutte le persone che mi avevano contattata facendomi complimenti, lusinghe, proposte. Se i miei passi furono sicuri, se il mio incedere fu femminile e affascinante, se mi mossi come una donna "vera" fu anche per merito loro, e della sicurezza che avevano giorno per giorno infuso nella mia anima.
Uscii, finalmente, ed entrai nel mondo reale ancora una volta per tramite di internet, e cominciai a frequentare i luoghi e le persone di questo nostro mondo cosi' particolare e affascinante che puo' generare attaccamento o repulsione, ma non puo' lasciare indifferenti.
Fu, infine, ancora su internet che iniziai a relazionarmi con la gente "normale", quella che legge questo blog ed ogni tanto mi lascia commenti di stima e simpatia.

Sarebbe forte, a questo punto, la tentazione di credere che internet rappresenti il mondo reale.
Ma cosi' non e'.

Per capire quanto il mondo reale ed internet siano ancora separati mi basterebbe truccarmi, vestirmi, prepararmi e uscire - ora, alle undici di mattina di un sabato grigio - e andare a fare acquisti in un centro commerciale.
E allora non sarebbero piu' complimenti, commenti ammirati, proposte, sorrisi, no.
Sarebbero commenti sarcastici, disapprovazione, imbarazzo, scherno, disprezzo, battute volgari.
E non ditemi che non e' vero, perche' sapro' bene quel che dico.
Mi capita a volte di fare il conto di quante ore alla settimana Anna possa vivere, e il risultato e' sconfortante. Anna puo' vivere, quando va proprio bene, otto ore a settimana, piu' o meno.
Facciamo anche dieci, toh!
Il che, rapportato alle centosessantotto ore che in una settimana trovano posto, fa un misero sei per cento del mio tempo.
Sei per cento.
E a me va gia' bene, che tutte le settimane posso fare qualcosa.
Certo, vivessi sola il numero di ore salirebbe, ma non e' tanto questione di ore passate con una parrucca in testa, quanto di ore passate a relazionarsi col prossimo come Anna, perche' il segreto dell'esistenza di Anna e' proprio li', nel relazionarsi col prossimo.
Con questa distinzione la percentuale di ore "vissute" scende ancora, e non mi va neanche di fare il conto per non deprimermi ancora di piu'.

Ma internet ancora una volta mi viene in aiuto, e ancora una volta mi illude, mi affascina, mi irretisce.
Mi da' la possibilita' di relazionarmi con gli altri grazie a una tastiera, a un mouse e qualche foto, senza bisogno di trucco, di preparazione, di vestiti che non siano i miei poveri, incolori, modesti vestiti da maschietto.
Mi da' la possibilita' di esprimere quella cosa che tanti dicono di apprezzare, e cioe' la mia anima femminile, senza bisogno di accompagnarla ad un corrispondente fisico che la incarni e le dia una parvenza di realta'.
Mi da' la possibilita', come ricordava un'amica qualche giorno fa sulle sue pagine, di essere Anna all'istante.
Di accrescere il numero di ore passate a relazionarmi con gli altri come Anna, e percio' vissute in quanto Anna.
Ecco, in questo sta la grande attrattiva e insieme la grande illusione con cui internet mi imprigiona, mi adesca, mi irretisce e mi intriga.
L'opportunita' a lungo sognata di poter, se non apparire, almeno parlare, pensare, scrivere come quella donna che, in fondo, sono sempre stata, e che finalmente grazie ad internet si e' rivelata a quello spicchio di mondo che siete voi che mi leggete.
Voi che non solo mi leggete ma che ogni tanto, quando ci si incontra dal vivo, mi sorridete, vi complimentate, a volte mi abbracciate e sempre mi date la speranza e l'illusione di un po' di vita reale, in mezzo a tanta vita virtuale.
Ecco, se qualcosa vi devo non puo' essere che un grazie per questo spiraglio di vita che mi fate intravedere, per questa piccola eppure testarda speranza che un giorno la mia vita in quanto Anna possa non essere piu' un mero computo di ore settimanali ma un tempo indefinito, sospeso e sempre presente nei vostri cuori nei quali, come Anna, mi saro' guadagnata un posticino.

Un piccolo, luminoso, prezioso frammento di vita.


Anna

postato da: Anna73 alle ore 11:33 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
venerdì, 22 aprile 2005

Fine settimana

E ci risiamo.
Solo quattro giorni fa sembrava lontano anni luce, al punto che un qualsiasi programma pareva impossibile farlo. Era qualcosa di talmente celato nelle nebbie del futuro prossimo che non ci si pensava, limitandosi ad augurarsi genericamente che "arrivasse presto".
Poi non si sa bene cosa sia sucesso, ma ti svegli una mattina ed eccolo qui, che incombe con tutta la sua ingombrante presenza e di colpo richiede la tua attenzione che, oramai distolta e salpata verso altri lidi, si trova costretta a un precipitoso ritorno per occuparsi d'urgenza dell'illustre paziente, che senza attenzioni adeguate rischia di sprofondare negli abissi della noia e del "che si fa".
E allora e' tutto un rincorrersi di ipotesi, di "si potrebbe" e di "magari forse", un vagliare possibili soluzioni e un costruire complicate architetture ad incastri dove gli attori sono luoghi, orari, persone che affollano gli scenari del possibile, del verosimile, del probabile.
Non e' facile organizzare un fine settimana.
Non e' facile specie se non dipende solo da noi ma dalla disponibilita' altrui, che notoriamente arriva sempre - quando arriva - all'ultimo minuto, funzione anch'essa di complicati, intricati casini personali, familiari, professionali, o subordinata a un malcelato gioco al rialzo, dove all'ultimo si sceglie l'opzione piu' appetibile, piu' promettente. E' come costruire un castello di carte che puo' crollare da un momento all'altro, magari proprio mentre aggiungi l'ultimo, sudatissimo livello.
E' gia' difficile per le persone "normali", nel nostro mondo poi diventa impresa disperata: la necessita' di molte di agire ad insaputa della famiglia, l'impossibilita' di trattenersi oltre un certo orario, la scarsita' di alternative - i locali piu' o meno sono sempre gli stessi - concorrono a far si' che trovarsi anche solo tra amiche sia un evento da festeggiare con baci e abbracci, perche' chissa' quando si ripetera', e gia' che si e' li' converrebbe farsi gia' gli auguri di Natale anche se Pasqua e' passata da poco.
Ci sono amiche che non vedo da mesi, anche se frequentiamo piu' o meno gli stessi posti e ci sentiamo quasi quotidianamente in chat, eppure mai che si riesca a realizzare quel piccolo miracolo che ci consentirebbe di rivederci, e non dico per andare a "far cose" insieme - Diomiscampi! - ma anche solo per potersi finalmente riabbracciare e guardare negli occhi.
Scopro, di solito in ritardo, che se invece di andare nel posto "A" fossi andata nel posto "B" le avrei trovate tutte li' ad aspettarmi, ma perche' aspettare il lunedi' per dirmelo, perche' non organizzarsi prima...
E poi i nostri particolarissimi, annosi problemi: anche ammesso che si trovi un compromesso sul luogo, dove cambiarsi? Gia'...mica tutte possono uscire di casa gia' belle pronte, vestite e truccate...E allora di nuovo ad escogitare improbabili, rocambolesche soluzioni, ed eccoci arrivare con trucchi approssimativi fatti alla luce della plafoniera della macchina, o nel bagno di qualche locale notturno, eccoci uscire di casa con "tutto sotto", che Dio solo sa come si fa a far stare un abito da sera anche striminzito sotto camicia e pantaloni, eccoci adottare gli stratagemmi piu' fantasiosi, i trucchi piu' incredibili.
Tutto questo per passare poche ore in locali che di solito aprono alle 23 - prima no, eh!? - per chiudere alle 4, per trascorrere cinque-dico-cinque ore in un mondo che sentiamo nostro piu' di ogni altro, in situazioni che ci faranno fare il pieno di ricordi che poi in settimana ci troveremo a centellinare, assaporare, rivivere, e che in qualche modo ci darano la forza e la volonta' di tirare avanti, anche se e' dura, anche se viviamo una vita che non e' sempre come la vorremmo, anche se i trucchi e i vestiti saranno stati riposti nell'oscurita' di qualche borsone lucchettato nascosto chissa' dove.
Tutto questo per rendere accettabile una condizione che viviamo non per imposizione, ma per scelta, e che comunque pesa - Dio se pesa! - quando ancora una volta, dopo quattro giorni passati a pensare ad altro, a fare altro, arriva, ritorna, incombe minaccioso l'ennesimo, fantastico, straordinario, imperdibile fine settimana...

Anna

P.S.: Ieri ho contato gli accessi, togliendo i miei...siete poco meno di un centinaio, complimenti!

postato da: Anna73 alle ore 08:46 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
giovedì, 21 aprile 2005

L'ignoto lettore

Mattina limpida, oggi.
Cielo azzurro profondo, senza una nube.
Mentre mi recavo al lavoro mi sono incantata ad osservare l'ampio semicerchio delle Alpi Occidentali, le Marittime, le Cozie, le Graie.
Montagne ancora cariche di neve fino alle quote piu' basse, con le creste candide e nette stagliate contro il cielo.
I luoghi di Marco ma anche di Anna, montagne che offrono ancora spazi e solitudine a chi voglia cercarli, fuori dal circo mediatico e dalla forsennata speculazione delle incombenti olimpiadi.
Monti dove in alcuni casi e' ancora possibile fermarsi ad ascoltare il soffio del vento, e illudersi che ci stia parlando e chissa' che poi non sia proprio cosi', a volte.
Quanto spazio lassu', e quanto poco invece nei palazzi che mi appresto a lasciarmi alle spalle, ora che dirigendomi verso il lavoro abbandono la citta' e ne vedo le sagome tristi e squadrate sempre piu' lontane nello specchietto retrovisore.
Quanta gente, soprattutto, che vive assiepata in spazi cosi' ristretti che verrebbe da chiedersi che senso abbia, e perche'...
Ho pensato, a un certo punto, che ne basterebbero meno di dieci di quei palazzi per ospitare la comunita' virtuale sulla quale da qualche tempo sto scrivendo quasi quotidianamente. Ho pensato che quello che sulle prime mi era sembrato uno spaccato significativo del mondo "la' fuori" ancora una volta potrebbe essere una piccola comunita' a se' stante, nonostante il migliaio di persone che quasi ogni giorno ci scrivono. E' forse il destino di Anna quello di vivere in spazi ristretti, sia in senso temporale che fisico, ed ora anche nel virtuale.
Eppure mi sono resa conto che in questi spazi pur ristretti si e' compiuto un piccolo miracolo, che poi e' quello dell'esistenza di Anna, cioe' la mia.
Mi sono resa conto che c'e' molta gente che oramai ha un appuntamento pressoche' quotidiano con me, e che nulla sa' ne' vuole sapere di Marco, perche' e' interessata semplicemente ad Anna - a quello che Anna scrive, dice, pensa, fa' - .
E' assai probabile che io conosca oramai molta piu' gente come Anna che come Marco, anzi direi che questo e' un dato di fatto, perche' le mie precedenti esperienze su internet come Marco non avevano mai riscosso il successo in termini di contatti che sto riscuotendo ora.
Ah, so bene che molti contatti sono in qualche modo "interessati", e la cosa entro certi limiti mi puo' anche lusingare, ma e' pur vero che una parte altrettanto importante di voi che mi leggete lo fa semplicemente perche' mi trova gradevole, o interessante, e nulla piu'.
Quindi in funzione di loro, cioe' di voi, io esisto.
Non e' cosa da poco, credetemi.
Come ricordava solo ieri la mia cara amica Silvia, internet offre l'indubbio vantaggio di poter essere Anna all'istante, senza che siano necessarie lunghe preparazioni e trucchi. Oh, certo, ci sono le foto e le foto aiutano, ma mi piace anche pensare che se io avessi scritto cose poco interessanti, o banali, forse voi ora sareste molti di meno.
E invece siete tanti, o almeno l'impressione che ho e' questa, e ogni tanto capita che qualcuno che fino a un certo momento non ne aveva avuto il coraggio mi scriva, e mi scriva parole di stima e di amicizia proprio come e' successo ieri (si, Federica, sto parlando di te), e capita sempre che ricevere questi messaggi mi faccia piacere e, invariabilmente, mi commuova un pochino.
Ora io non so quanti siate, e non ho modo di saperlo perche' il contatore su queste pagine segna anche i miei accessi per cui alla fine ho dei numeri fortemente sovrastimati, ma per un giorno, uno solo, mi piacerebbe che chi mi legge mi lasciasse un segno del suo passaggio: non un commento vero e proprio, anche solo una firma, o un punto, un simbolico "io ci sono" che mi dia un'idea di quanti visitano queste pagine, e in qualche modo contribuiscono a fare di me una persona "reale"...
Che sia una moltitudine, una folla o uno sparuto gruppetto, mi piacerebbe che per un giorno i miei lettori fossero un po' meno ignoti, un po' meno nascosti e un po' piu' vicini.
Si si, avete capito bene...sto parlando di voi, anzi, di te.

Anna

postato da: Anna73 alle ore 08:37 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
mercoledì, 20 aprile 2005

Brave ragazze

Avere un indirizzo di mail pubblico e' un po' come avere il numero telefonico di casa sull'elenco: chiunque voglia farlo vi puo' chiamare.
Generalmente chi ha bisogno di cercare il vostro numero sul librone e' qualcuno che fareste volentieri a meno di sentire: in genere piazzisti e professionisti del porta-a-porta telefonico o amici in disgrazia che non vedete da anni, e che vi siete ben guardati dall'informare che nel frattempo avete cambiato numero tre o quattro volte.
La posta elettronica e' pero' assai meno invadente dello squillo di un telefono, motivo per cui ho deciso di mantenere l'indirizzo pubblico, anche perche' ogni tanto arrivano delle chicche come quella che sto per raccontarvi...

Mi scrive una sorellina di Torino, che non abita neanche troppo lontana da casa mia. Scrive abbastanza bene, nonostante qualche refuso dovuto forse piu' alla disattenzione e alla fretta che all'ignoranza dell'ortografia, e da subito si dichiara "non volgare, curatissima, perfezionista"... insomma promette bene. Asserisce di essere una persona di cultura universitaria, e le concedo il beneficio del dubbio visti gli svarioni ortografici: d'altra parte la sua e' una laurea tecnica e quindi una certa trascuratezza nei confronti del patrio idioma ci puo' anche stare.
Arrivata al dunque (cioe' al motivo per cui ha deciso di scrivermi) ecco che spunta fuori la richiesta di "amicizia e complicita'" - e fin qui potrebbe anche andare bene - ma "senza entrare nel privato degli affetti familiari", come dire: si gioca un po' ma guai se mia moglie lo viene a sapere.
Chiude con un generico "non sappiamo cosa potra' nascere" (un bambino di certo no!),  saluti e baci.
Vabbe'...visto il tenore di certe mail che ho ricevuto questa non sembra malaccio, quindi rispondo col modulo standard in cui mi dichiaro senz'altro disponibile all' "amicizia nel virtuale", un po' meno a quella nel "reale" e faccio presente che pure io "tengo famiglia" solo che a differenza di lei la mia famiglia sa tutto e quindi quantomeno vorrebbe essere informata delle mie amicizie, affettuose o meno che siano.
Passa un giorno e mi arriva la risposta, ancora una volta con toni cordiali, in cui si apprezza il mio punto di vista e si aggiunge che la tendenza all'esibizionismo da lei candidamente ammessa nella mail precedente si esplica comunque sempre "non in maniera volgare ne' esagerata". Bene bene bene...arrivo in fondo alla mail e, sorpresa, trovo allegata una foto di una delle uscite notturne di quest'amica.
Incuriosita la apro, pensando di trovare la foto di una bella sorellina in qualche locale o al piu' all'aperto, ben vestita, "curatissima" e che magari mi sorride in modo invitante.
Avrete gia' capito che cosi' non era.
La foto e' quella di una strada di periferia, col bordo sterrato, male illuminata. Sullo sfondo nero poche luci in lontananza rafforzano l'impressione di un luogo isolato e fuori mano. I capelli corti fanno pensare all'assenza della parrucca, ma su questo preferisco non pronunciarmi perche' potrei sbagliare. Gli occhi sono coperti da due dischetti neri posizionati ad arte col photoshop per rendere irriconoscibile la persona.
Un vestitino corto corto ricopre il busto, le gambe sono palesemente svestite, o se le calze ci sono sono cosi' trasparenti da non notarsi per nulla. Di sicuro non indossa i collant, perche' se no non potrebbe esibire il "pacco" (peraltro floscio, grazie a Dio) cui sta evidentemente facendo prendere aria da sotto il vestitino alzato fino all'ombelico.
Alla faccia della non volgarita'!
La cosa in se' non mi turba piu' di tanto: mi limito a depennare la persona dall'elenco mentale delle sorelline con cui potrei essere amica, poi pero' ci penso un attimo e decido di risponderle.
Le faccio notare piu' o meno quello che sto facendo notare a voi, e cioe' che tra le sue parole e la sua immagine "ci sarebbe" una certa contraddizione, e che la mia idea di perfezionismo e cura di se' e' leggermente diversa, forse atipica ma di sicuro meno della sua.
Faccio l'errore di farle anche notare che se la gente ci considera spesso delle pervertite e' anche colpa di comportamenti come i suoi, che nulla hanno a che vedere con la disforia e molto hanno invece a che fare con l'esibizionismo e l'ostentazione di se'.
Apriti cielo!
Non vi riporto tutta la sua risposta, dico solo che il commento piu' tenero e' stato che sono un'ipocrita che non vive liberamente la sua sessualita': una repressa insomma, che non sa apprezzare la sublime eleganza di un "pacco" ostentato ai fari delle auto di passaggio in una stradina di periferia.
Sara'.
La cosa e' finita li', e non ci siamo piu' scritte: lei avra' cercato qualcun altra che sapesse apprezzare, io mi sono limitata ad aggiungere un nome nella lista delle persone da non contattare piu'.
E questo non e' che un esempio: a volte capita anche di peggio.
Ma avremo tempo per parlarne...

Buona giornata

Anna

postato da: Anna73 alle ore 08:59 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
martedì, 19 aprile 2005

Limiti

Sabato scorso mi trovavo ancora nel salernitano, e avrei potuto andare a cena con delle amiche.
Si sarebbe trattato di uscire en femme (oramai sapete cosa vuol dire) per andare a cenare in un locale consigliato dall'albergatore cui queste amiche avevano chiesto consiglio. Loro erano in tre, piu' il compagno di una di loro, e con me, Daniela e Michelle saremmo state sette.
Michelle e Daniela sarebbero anche state d'accordo ad andarci (Michelle pero' non en femme, perche' essendo il locale vicino casa sua temeva di essere riconosciuta), ed io ci ho pensato su' un bel po' prima di pervenire ad una decisione.

Ho deciso di non andarci.

Le motivazioni che mi sono data per questa scelta sono piu' d'una, e direi che in linea di massima possono anche essere valide. Intanto il locale, che le mie stesse amiche ammettevano non essere stato ancora provato e che quindi, almeno in teoria, avrebbe potuto riservarci qualche sorpresa. Questa era comunque un'eventualita' abbastanza remota, visto che il posto era stato comunque consigliato avendo ben presenti le nostre esigenze. Poi veniva il fatto che ero gia' uscita la sera prima e non volevo esagerare, specie nei confronti di Daniela che avrebbe magari gradito passare una serata con un maschietto, almeno una volta tanto.
Ma la motivazione decisiva, quella "vera" e' stata semplicemente che mi e' mancato il coraggio.
Il ristorante e' una situazione sostanzialmente diversa da un locale notturno, e questo perche' e' ben illuminato, relativamente silenzioso e si sta ferme al tavolo - sotto gli sguardi di tutti - per un periodo abbastanza lungo. Inoltre, come se non bastasse, la clientela dei ristoranti e' decisamente piu' eterogenea di quella dei prive' o delle discoteche.
Insomma: e' quasi come mettersi in vetrina.
Davanti a questa prospettiva mi sono spaventata, e mi sono finalmente scontrata con un concetto che relativamente al mondo di Anna e' una novita': il concetto di limite.
Nei mesi intercorsi dalla nascita di Anna (novembre 2004) ad oggi e' stato come se i limiti non esistessero: qualsiasi cosa volessi fare la facevo, e spesso mi riusciva anche bene.
Sono "uscita" su internet, ho pubblicato le mie prime foto e mi sono fatta conoscere. Ho parlato di me a Daniela, ed e' andata benissimo. Ho cominciato ad uscire, ed e' stata un'esperienza grandiosa. Sembrava che nulla potesse fermarmi: un sacco di gente mi scriveva - e mi scrive - manifestando attenzioni e ammirazione nei miei confronti, facendomi provare sensazioni che mai avrei creduto di poter provare. Sembrava davvero che non ci fosse nulla che non potessi fare.
Ma come tutte le illusioni, anche questa non poteva durare.
Chiarisco subito un punto: non ne sto facendo un caso per una semplice cena mancata - le occasioni per andare a cena si presenteranno anche qui e prima o poi ci andro' - quello che mi ha dato e mi da' da pensare e' proprio l'aver cominciato a toccare quel limite oltre il quale ogni passo successivo diventa costoso e difficile, e richiede impegno e coraggio.
Non mi ritengo vile per non essere andata a cena, ma e' ovvio che ci sono cose che non ho il coraggio di fare, ed ora ho toccato con mano.
Tutto questo discorso andrebbe inquadrato in un ambito piu' generale, e cioe' la ripartizione degli spazi tra Anna e Marco, argomento ancora in sospeso da qualche parte nella mia testolina, come un sacco di altre cose di cui non ho voglia di occuparmi perche' le ritengo poco gradevoli.
Eppure devo cominciare a pensarci: che fare di Anna? Che fare di Marco? Quali devono essere i confini entro i quali Anna deve rimanere?
Domande che non sono sorte ieri, ma che da mesi aspettano una risposta, ed ora devo cominciare a pensarci seriamente perche' ho come la sensazione che le cose lasciate a loro stesse tutto faranno meno che andare a posto.
Si tratta di fare uno sforzo per cercare di capire come inquadrare quest'esperienza che sto vivendo nell'ambito piu' generale di una vita, e vedere se e' possibile ritagliarle uno spazio che sia sufficiente e in qualche modo definitivo.
Io sono sempre stata Anna, anche quando Anna come la conoscete ora non esisteva, e non credo proprio che potro' mai smettere di esserlo ora che ho provato quanto sia bello esprimere una parte di me cosi' importante. Quindi non temete: nessun ripensamento in vista.
Devo solo trovare un equilibrio piu' stabile di quello attuale, per riuscire finalmente a conquistare un po' di quella "normalita'" cui ambisco e che, guarda caso, ricorre proprio nel titolo di queste pagine.
Normalita'.

Sembra facile, vero?

Anna

postato da: Anna73 alle ore 08:45 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
lunedì, 18 aprile 2005

Emozioni

Ecco, e' passato.
L'evento tanto atteso ha avuto luogo, e' stato vissuto, interpretato, registrato negli archivi della memoria e infine si presenta concluso, gia' lontano, gia' finito.
Mi accompagna stamane un'atmosfera sospesa, da giorno successivo a quello del giudizio universale, e chissa' se anche allora, a giudizio concluso, libri riposti, angeli tornati alle loro abituali occupazioni - quali? - non sorgera' in qualcuno la stessa domanda che ora mi pongo io, e non ci sara' qualcuno che con quel misto di noia e malinconia si chiedera', magari sottovoce: "e adesso?".
E adesso?
E' destino comune degli eventi attesi, preparati, mille volte vissuti nell'immaginazione di lasciare sempre quel senso di insoddisfazione, di incompiuto, di passaggio troppo rapido. Troppo in fretta si sono svolti i fatti, troppo poco il tempo a disposizione per vivere tutto quello che si era immaginato.
Eppure fare ordine negli archivi e sbobinare il nastro della memoria aiuta a fermare i dettagli, i momenti, i particolari che altrimenti andrebbero persi nel giro di pochi giorni, e a farmeli ritrovare quando quest'evento che mi appresto a raccontare non sara' che un lontano ricordo.
E allora vale la pena di sforzarsi e trovarle, queste parole che sfuggono come sabbia tra le mani, e affidare loro il compito di fissare - per quanto possibile - le emozioni che ho vissuto, le situazioni che ricordo e il tempo di un evento che - inesorabilmente - e' gia' passato.


Truccata, vestita, profumata.
E ferma, bloccata, impietrita.
Sono sulla porta della casa di Michelle, un'amica che non solo si e' offerta di ospitare me e Daniela, ma ci accompagna negli spostamenti e nella nostra permanenza qui. Daniela e la nostra amica sono andate a prendere la macchina, io non ne ho avuto il coraggio perche' per farlo bisogna passare davanti all'officina di un meccanico che lavora fino a tardi, e prima, quando ci siamo passate "in borghese", abbiamo visto che un capannello di ragazzi si trova all'interno, e anche da lontano se ne sentono le voci.
Michelle e' alla sua prima uscita, ma ha un coraggio che ora a me manca del tutto. Non so cosa mi stia succedendo: dopotutto sono a quasi mille chilometri da casa e non dovrei provare quest'apprensione, questa preoccupazione e questa paura che mi hanno bloccata sulla soglia. Eppure.
La macchina arriva, chiudo la porta di casa e rapida salgo davanti, di fianco a Michelle. Daniela e' seduta dietro, ci avviamo.
Scendiamo la stradina tortuosa e imbocchiamo la superstrada verso Salerno, poi ne usciamo e torniamo su strade e stradine che infine ci portano, non senza qualche incertezza, nei pressi del locale.
Sono le ventitre' e trenta, non siamo tanto in ritardo ma e' gia' impossibile trovare parcheggio nelle immediate vicinanze dell'ingresso, ed ecco di nuovo quell'ansia, quel timore, quell'urgenza improvvisa che mi spinge a scendere e a guadagnare l'ingresso del locale mentre Daniela e Michelle ancora una volta sole vanno a cercare parcheggio. So che non avrei dovuto abbandonarle, e mentre la macchina si allontana lentamente mi sento gia' in colpa, e provo rimorso per un comportamento che non stento a definire inaccettabile, vergognoso, vile.
Supero un paio di persone che stanno chiacchierando, salgo i pochi scalini, finalmente entro e ritrovo un volto familiare, quello di Iris. Mi calmo, saluto e parlo come se niente fosse, cerco di non pensare.
Sbrigo le formalita', l'invito, il biglietto, i convenevoli e resto nell'ingresso ad aspettare perche' almeno questo e' dovuto, ed entrare senza le mie due compagne sarebbe davvero maleducazione.
Arrivano infine, e infine entriamo.


Musica ad alto volume, luci basse, folla, ambiente che percepisco angusto e che in effetti ampio non e'.
Sto cercando una persona, anzi due.
Una persona, anzi due persone, che non ho mai incontrato prima d'ora se non su internet, e che so che dovrebbero essere qui stasera. Di una in particolare non sto cercando tanto il volto, quanto gli occhi.
Mi faccio strada tra la gente - e stasera trovo pure difficile stare in piedi sui tacchi, tanto per dire che quando si comincia male si continua peggio - e cerco quegli occhi che credo di avere cosi' ben presenti nella mente.
Raggiungo la pista - angusta anch'essa - e cerco, cerco, cerco, e un attimo dopo ecco, ecco, li trovo, mi trovano, anzi ci troviamo.
Non c'e' bisogno di presentarsi, non c'e' bisogno di parole. E' un dialogo muto quello dei nostri sguardi, mentre apprezzo e registro il sorriso, il fisico elegante e snello, la gonna lunga, i capelli neri, il top attillato e nero anch'esso, le decolte' col tacco, per tornare in ultimo al punto focale del suo sguardo che ora mi sorride mentre mi avvicino, la abbraccio, la bacio.
Un bacio, due baci, tre baci, come si usa "tra di noi". Poi sempre abbracciate ci stacchiamo un attimo, ci riportiamo a distanza e ancora strette ci guardiamo, e capiamo che no, non e' sufficiente, che non ci si puo' salutare come se fosse un incontro qualsiasi, che qui c'e' di piu' - e quanto di piu' - e non possiamo far finta di nulla.
Ci sono mattine d'inverno passate in messenger a parlare, e pomeriggi, e sere.
Ci sono confidenze, emozioni e lacrime - si', lacrime - vissute davanti a un monitor, quando mi commuovevo e sulla mia riga appariva un punto a significare che non avevo le parole, che non sapevo che dire, che mi stavo asciugando una lacrima.
C'e' la sorpresa e la gioia di vederla trasformata dalla sua prima parrucca, e trovarla bella, anzi bellissima, tanto da volerlo dire pubblicamente a tutta la chat, di andare a vedere - guardate, ma l'avete vista, ma avete fatto caso? - quanto questa mia amica fosse bella, affascinante, femminile.
C'e' l'amaro di qualche battibecco, di qualche incomprensione, di qualche piccolo malumore che ora pero' stempera e si dissolve nella dolcezza di un sorriso, come prima trovava rimedio nella carezza delle parole.
C'e', finalmente, la consapevolezza di essere entrambe anche se per un attimo nello stesso posto, vicine, presenti, amiche.
E' per questo che non e' sufficiente baciarsi tre volte, ed e' per questo che chiudo gli occhi - e credo anche lei - mentre di nuovo la stringo forte e l'abbraccio stretta, e per lunghi secondi ci isoliamo dal mondo incuranti della musica, della gente, del resto.


Mi stacco a malincuore da Silvia e continuo a cercare. Pochi passi, e la trovo.
Diversa da come la ricordavo, perche' verro' a sapere che indossa una parrucca non sua - dimenticata a casa, ma come si fa, ma come si puo' - ma infine la trovo anzi ancora una volta ci troviamo.
Alessia.
Ancora baci, ancora abbracci, ancora l'emozione di poter finalmente stringere una persona con cui ho passato cosi' tanto tempo a parlare, un'amica che ho visto trasformarsi sotto i miei occhi dai primi timidi tentativi fino al risultato di stasera, che e' assolutamente notevole, straordinario.
La sera della sua prima uscita in pubblico, come del resto anche per Silvia.
Mi sento quasi inadeguata, quasi a disagio, quasi brutta, io che stasera non ho avuto coraggio, che ho mancato della giusta determinazione, che mi sono intrufolata nella festa quasi furtiva perche' il mondo fuori mi faceva paura.
Mi sento - davanti a loro - molto meno di quello che forse loro si aspettavano, e nello spechio mi trovo tutti i difetti possibili e immaginabili: alcuni veri, altri meno.
Temo di averle deluse, di non essere stata all'altezza anche se io l'ho sempre detto, che le foto aiutano e che dal vivo potrei non essere cosi' bella, cosi' femminile, cosi' donna come qualcuno mi immagina. Ma oramai e' fatta, ormai sono qui, e il vederle cosi' belle, cosi' sicure, cosi' sorridenti e' una consolazione che presto mi fa dimenticare i miei dubbi, e mi riporta a una dimensione piu' normale e rilassata, in cui posso finalmente tornare ad essere me stessa, riguadagnare quel minimo di normalita' cui da sempre ambisco.

A chi mi chiedera' com'era la festa, com'e' andata, ti sei divertita, ti e' piaciuta non sapro' cosa rispondere. Non sapro' cosa rispondere perche' io questa festa l'ho vista poco o nulla, e il suo tempo l'ho passato, l'ho speso, l'ho vissuto sul terrazzino fuori dal locale a parlare con le mie amiche. Poter parlare loro finalmente di persona, guardandole negli occhi, apprezzando i loro modi, i loro sguardi, il loro tono di voce e' stato - e restera' - il ricordo piu' bello che avro' di quest'evento, quello che a distanza di anni mi sembrera' essere stato l'unico valido motivo per aver percorso cosi' tanti chilometri ed aver affrontato un viaggio lungo e costoso.
A chi mi chiedera' cosa ci siamo dette di nuovo non sapro' cosa rispondere, perche' questa volta non saranno state le parole ad essere importanti, ma la presenza.
Ecco il motivo per cui e' difficile descrivere - qui e ora - che cosa e' successo, com'e' andata, cosa ho fatto. Ho vissuto delle emozioni - ecco cosa ho fatto - che hanno dato un senso a tutto molto di piu' di quanto avrebbe potuto fare un elenco di cose "fatte".
Una serata iniziata male, tra mille dubbi e timori, che si e' conclusa nel modo migliore: con la promessa di rivedersi.
Una promessa fatta, suggellata, siglata nell'unico modo possibile.

Un lungo, tenero, dolcissimo bacio.

Anna

postato da: Anna73 alle ore 10:11 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
domenica, 17 aprile 2005

Rieccomi

Sono tornata.
Avrei voluto buttarmi subito a scrivere, scrivere e scrivere ancora ma non l'ho fatto, ne' lo faro' stasera.
La mente ha i suoi tempi, e sbobinare il filo dei ricordi di questi giorni richiede di aspettare un po', per dar modo a tutto di disporsi nella giusta luce, evitando slanci emotivi esagerati cosi' come valutazioni troppo severe.
Bisogna pensarci un po' su', e solo dopo cominciare a scrivere.
E' questo quello che intendo fare, e domattina spero di trovare le parole giuste per iniziare il racconto.
Per ora mi limito a dirvi, appunto, che sono tornata, che sto bene e non sono neppure troppo stanca.
Il resto a domani, ma non sul presto, perche' avro' molto da scrivere.

Buonanotte

Anna

postato da: Anna73 alle ore 23:26 | link | commenti
categorie:
venerdì, 15 aprile 2005

Gli ultimi dieci chilometri

Quando si tratta di partire per un viaggio mi assale spesso una sensazione di gia' visto, di gia' vissuto. Questo perche' nei giorni precedenti il viaggio in questione me lo sono immaginato, l'ho vissuto nella mia mente, l'ho percorso nei minimi particolari alla ricerca di tutto quello che potrebbe andare storto e dei possibili rimedi.
Sono meticolosa, lo so, e credo che questo perfezionismo a oltranza non sia che un modo come un altro per mettere a tacere quell'ansiosa inquietudine che sempre mi assale quando si tratta di partire. In queste ore che precedono la partenza valuto e rivaluto i minimi particolari: il parcheggio della macchina, il contenuto del bagaglio a mano (niente coltellini, limette, forbicine...), i biglietti (ci sono? Ah, si, eccoli!) a che ora andare a pranzo - e se andarci - per poter essere all'ora giusta all'appuntamento con Daniela.
Una teoria quasi infinita di minuzie, di dettagli che servono a distogliere il pensiero da cio' che davvero lo rende inquieto, un girare intorno senza toccare il nodo emotivo che mi stringe lo stomaco e mi accelera i battiti del cuore.
Un metodico giro di  rosario i cui grani sono tempi, modi, coincidenze e azioni da portare a termine perche' tutto vada per il meglio, perche' mi possa sentire sicura e al riparo da quei piccoli imprevisti che - si sa mai - ogni viaggio puo' riservare.
Daniela teme per il viaggio aereo, ed io la capisco, ma non condivido i suoi timori.
Io temo di piu' quello che verra' dopo, questa sera, quando vestita, truccata e a mio modo bella e affascinante mi apprestero' a percorrere l'ultimo tratto che dalla casa della sorellina che ci ospita - inutile dar di gomito al vicino, superfluo pensar male: e' un'amica e basta - mi portera' al locale dove la festa si svolgera'.
Io e l'amica en femme per scelta, Daniela en femme per nascita. Tre donne, o presunte tali, che usciranno nel buio compiacente (dovrei dire pietoso?) della notte e saliranno in macchina per percorrere - finalmente - quegli ultimi dieci chilometri.
Non e' la prima volta che vado in macchina en femme, anzi ho spesso guidato, a volte anche in citta' e quasi sempre a notte fonda, a ore impossibili. Eppure le mie sensazioni di timore, di preoccupazione e disagio si concentrano tutte li': su quegli ultimi dieci chilometri che delineano l'orizzonte del viaggio stesso, e ne segnano in qualche modo l'ultima tappa col conseguente, liberatorio arrivo a destinazione.
Timori irrazionali, paure inconsce, prospettive preoccupanti: se, se, se...
Se ci fermano per un controllo, se restiamo imbottigliate in un improbabile traffico (a quell'ora? Mah!), se buchiamo una ruota, se perdiamo la strada, se ci notano, se ci seguono se, se, se...
Niente, non c'e' niente da fare contro questa marea montante di angosce e dubbi se non lasciarla fluire, lasciare che segua i suoi cicli lunari e percio' misteriosi e occulti, lasciare che arrivi e che, a tempo debito, si ritiri.
Perche' ormai mi conosco, e so che le paure che provo alla vigilia svaniscono d'incanto quando l'evento temuto si concretizza, si palesa, si lascia vivere. Perche' so che stasera un'Anna tranquilla e sicura di se' si sentira' perfettamente a suo agio, in grado di far fronte a qualunque evenienza e porre rimedio a qualsiasi intoppo, perche' mi fido di lei e conseguentemente di me.
Si, andra' tutto bene.
Anzi, no - andra' tutto benissimo.
A presto.

Anna

postato da: Anna73 alle ore 08:59 | link | commenti
categorie: my life, riflessioni, life, disforia
giovedì, 14 aprile 2005

Preparativi

Due paia di collant trasparenti, venti denari, e due paia neri. Mutandine e reggiseni, uno senza spalline e uno con. Due paia di scarpe, decolte' e sandali, un vestito azzurro e uno rosso, una gonna nera a tubino con relativa maglia - scollata - da indossare sopra.
Una giacchina nera, un coprispalle nero anch'esso e una borsetta. Trucchi, profumo, e poi girocollo e bracciale